La copertina dell’articolo di GQ

C’è un momento esatto in cui un calciatore smette di essere semplicemente un ottimo interprete del gioco e si trasforma nel centro di gravità di una squadra. Per Scott McTominay, questa metamorfosi si è completata definitivamente all’ombra del Vesuvio.
A certificarlo, con un tempismo perfetto a ridosso dell’imminente Mondiale 2026, è una lunga e bellissima intervista rilasciata a firma di Dean Stattmann sull’edizione statunitense di GQ (pubblicata il 1° giugno). Un pezzo che, al netto della patina glamour e delle affascinanti digressioni sulla moda sartoriale partenopea, nasconde tra le righe un vero e proprio manifesto tattico e psicologico.
Stattmann dipinge lo scozzese come “una razza rara di calciatore”, forgiato dall’ossessione per l’alta performance ereditata dall’era di Sir Alex Ferguson al Manchester United. Ma per noi che analizziamo settimanalmente le dinamiche del campo su queste pagine, le parole di McTominay a GQ rappresentano qualcosa di più: sono la chiave di lettura per comprendere l’exploit azzurro dell’ultimo biennio, il capolavoro tattico dell’era Antonio Conte (chiusasi definitivamente lo scorso maggio dopo il match contro l’Udinese) e le fondamenta su cui costruire il Napoli che verrà.
Analizziamo nel dettaglio i concetti chiave emersi dall’intervista, scomponendoli sotto la nostra consueta lente d’ingrandimento.

L’EPIFANIA TATTICA: LA CONSACRAZIONE DEL “NUMERO OTTO”

Uno dei passaggi più densi di significato dell’intera intervista a GQ arriva quando Stattmann gli chiede di spiegare l’incredibile impatto avuto in Serie A, culminato con lo Scudetto, il premio di MVP del campionato e una clamorosa nomination al Pallone d’Oro davanti a mostri sacri come Bellingham e Haaland.
La risposta di Scott è di una lucidità disarmante:
“È stato importante giocare nella mia posizione abituale di numero otto, dove puoi attaccare e difendere. Quindi mi sono sentito subito a mio agio nel mio ruolo. E l’allenatore e lo staff tecnico hanno avuto una grande influenza, aiutandomi a crescere e a capire il gioco un po’ meglio.”
In queste due frasi c’è l’essenza della sua evoluzione. Al Manchester United, vittima di equivoci tattici e di una rosa spesso squilibrata, McTominay veniva frequentemente schierato nel doble pivote, costretto a compiti di prima impostazione e schermo difensivo che ne castravano le enormi potenzialità balistiche e di inserimento.
A Napoli, lo staff tecnico ha compiuto l’operazione inversa: lo ha slegato. Come abbiamo analizzato spesso nelle nostre lavagne tattiche quest’anno, il ruolo di “numero otto” (la mezzala d’incursione pura) gli ha permesso di aggredire i mezzi spazi (gli half-spaces) con una ferocia fisica che in Serie A non ha eguali. La sua capacità di leggere il lato cieco della difesa avversaria e di riempire l’area di rigore a rimorchio è stata il grimaldello tattico che ha scardinato i blocchi bassi delle difese italiane. McTominay ha ammesso a GQ che per lui si è trattato di “lavoro di routine”, ma la vera intuizione di Conte è stata quella di cucirgli addosso un sistema che ne esaltasse l’esuberanza atletica senza chiedergli regie che non gli appartengono.

L’ASSE DI MANCHESTER: GOLIARDIA E SINERGIA CON GILMOUR E HØJLUND

Un gruppo vincente non si costruisce solo con le heatmap e le xG, ma si cementa nello spogliatoio. E qui l’intervista di GQ ci regala una perla assoluta, svelandoci il livello di chimica umana raggiunto dalla “colonia britannica” a Castel Volturno.
Parlando della qualificazione della Scozia ai danni della Danimarca, propiziata da una sua clamorosa rovesciata che ora campeggia su un murale a Glasgow, McTominay racconta i retroscena che coinvolgono Rasmus Højlund, arrivato in prestito dal Manchester United per guidare l’attacco azzurro in questa stagione 2025/26.
“Conosco Rasmus benissimo. È un bravo ragazzo, e facciamo un sacco di belle battute al campo d’allenamento. Ma non riesce più a guardare quella rovesciata [ride, ndr]. […] Abbiamo attaccato ogni foto di quella partita sul suo armadietto, io e Billy [Gilmour].”
Al di là della goliardia e del “bullismo” bonario da spogliatoio, questo aneddoto è fondamentale. Ci spiega perché in campo i tre si cerchino a memoria. La catena di trasmissione tra Gilmour (in regia), McTominay (in incursione) e Højlund (che lavora di sponda abbassandosi o attaccando la profondità) non è solo il frutto di schemi provati a Castel Volturno, ma di un vissuto condiviso e di un affiatamento personale profondo. Avere un centravanti come Rasmus, capace di fare a sportellate per aprire i varchi, è stato esattamente ciò che ha permesso a Scott di trovare lo spazio vitale per le sue incursioni.

LA PSICOLOGIA DEL CAMPIONE: USCIRE DALLA COMFORT ZONE

Dean Stattmann sottolinea come il passaggio al Napoli sia stato il primo vero grande trasferimento della carriera di McTominay. Lasciare l’Inghilterra per un britannico è sempre un rischio enorme (e la storia del calcio ne è piena di esempi fallimentari).
“Ogni volta che esci dalla tua comfort zone, è un posto spaventoso,” confida McTominay a GQ. “Ma è anche un posto bellissimo, perché ti dà spazio per crescere.”
Crescere è esattamente quello che ha fatto. Non solo tecnicamente, ma umanamente. L’intervista descrive un uomo che ha abbracciato totalmente la Dolce Vita partenopea: dai vestiti sartoriali (“I love the clothes here, man”) ai capelli lasciati crescere più lunghi, fino alla scoperta di una tranquillità quotidiana fatta di cene con la fidanzata e passeggiate. Napoli non lo ha fagocitato, come a volte accade a chi non sa gestire le pressioni della piazza, ma lo ha elevato, restituendoci un leader calmo, maturo. Un uomo che risponde “Pronto?” a un numero anonimo e scopre che dall’altra parte del telefono c’è Sir Alex Ferguson, che lo chiama a settembre per fargli i complimenti e dargli quei consigli che, a detta di Scott, hanno ispirato la successiva qualificazione mondiale.

IL FUTURO POST-CONTE: LA FAME NON SI SPEGNE

Il ciclo di Antonio Conte, che ha riportato mentalità e trofei, si è chiuso a maggio dopo la gara con l’Udinese. Si apre ora una fase di rifondazione tecnica, un momento che storicamente porta con sé incertezze e fisiologici cali di tensione. Ma è proprio nella chiosa dell’intervista a GQ che McTominay lancia il messaggio più rassicurante per tutti noi tifosi:
“Speri solo che i frutti del tuo duro lavoro possano venire fuori e dimostrare che sei un buon giocatore e capace di aiutare una squadra a vincere un campionato, che è quello che è successo. Ma ora voglio ripeterlo. Ne ho assaggiato il sapore e non voglio adagiarmi dove sono. Voglio continuare a spingere oltre i limiti.”
Scott McTominay ha 29 anni (ne compirà 30 a fine anno). È nel pieno della sua maturità psicofisica. La sua “dedizione assoluta al recupero”, che GQ descrive minuziosamente tra terapie a luce rossa, bagni di ghiaccio e occhiali contro la luce blu, garantisce un’integrità atletica di primissimo livello.
Chiunque siederà sulla panchina del Napoli per la stagione 2026/27 [spoiler: Allegri] saprà di poter contare non solo su uno dei migliori centrocampisti d’Europa, ma su un leader carismatico che non ha alcuna intenzione di fermarsi a cullarsi sugli allori.
Nel frattempo, ce lo godremo da spettatori interessati in questo Mondiale americano.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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