La nostra locandina

La fine del ciclo di Antonio Conte sulla panchina del Napoli rappresenta l’ennesima, paradossale istantanea di una gestione societaria che fatica disperatamente a emanciparsi dai propri limiti storici. Era la cronaca di un addio ampiamente annunciato. Una dinamica logorata dalle circostanze che, a dirla tutta, avevano compreso perfino le pietre. Nessun osservatore attento, nessuno che viva le dinamiche del calcio con spirito analitico e slegato dalla narrazione tossica di certo giornalismo mainstream, poteva dirsi sorpreso dall’epilogo.
Eppure, osservando le mosse del club in queste settimane nevralgiche, l’impressione restituita è quella di un disorientamento totale, come se l’inevitabile si fosse improvvisamente trasformato in imponderabile. Basterebbe riavvolgere il nastro e ripensare a quelle surreali parole del presidente durante l’ultima conferenza stampa congiunta con il tecnico: frasi lanciate quasi nel vuoto, argomentazioni estemporanee tirate fuori dal cilindro per tentare di convincere Conte a restare “là per là”, davanti ai taccuini dei cronisti. Un approccio che ha trasmesso l’immagine non di una dirigenza in pieno controllo della propria programmazione, ma di una cabina di regia che naviga ostinatamente a vista.

LA SINDROME DEL “BANCARIELLO” E IL PRESSAPPOCHISMO STRUTTURALE

È una constatazione amara, ma necessaria: il pressappochismo regna ancora sovrano. L’infrastruttura decisionale del club continua a riflettere un’impostazione gestionale che ricorda più le logiche di un “bancariello del torrone” che le rigide direttive di una corporate sportiva di livello internazionale. Bancariello eravamo nei primi anni di ricostruzione, e bancariello, al netto dei successi sul campo che spesso hanno coperto le voragini organizzative, sembriamo essere rimasti.
Chi, tra le nostre dirette concorrenti, aveva la necessità di cambiare la guida tecnica, lo ha già fatto. Si pianifica a gennaio, si stringono i pre-accordi in primavera, si ufficializza a fine campionato. A Castel Volturno, invece, assistiamo all’ennesimo, estenuante casting a cielo aperto.

IL TESTA A TESTA IN TEMPO REALE: UN DOPPIO BINARIO SURREALE

La cronaca di queste ultimissime ore è l’emblema di questo modus operandi. Una ricerca a tappeto delle dinamiche di mercato ci restituisce un quadro in cui il Napoli gioca contemporaneamente su due tavoli profondamente diversi, a tempo praticamente scaduto.
Da una parte, il club ha puntato forte su Vincenzo Italiano: ci sono stati contatti fitti, ma la società azzurra è letteralmente in sala d’attesa. Tutto è appeso alla decisione del club emiliano. Il Napoli attende di sapere, molto probabilmente entro la giornata di domani, se il Bologna libererà definitivamente il suo allenatore o se farà valere le prerogative contrattuali.
Dall’altra parte, a dimostrazione di una totale instabilità programmatica, il casting non è affatto chiuso. Anzi, non potendo avere la certezza matematica su Italiano, il Napoli tiene aperto il fronte opposto: proprio in queste ore, nella giornata di oggi, la dirigenza incontra l’entourage di Massimiliano Allegri per sondarne nuovamente la disponibilità e capirne le reali pretese.

IL CORTOCIRCUITO TATTICO: LA MANCANZA DI UNITÀ D’INTENTI

Questo doppio binario portato avanti in parallelo non è il segno di una società prudente che “valuta le opzioni”, è l’aspetto più grottesco e allarmante dell’intera vicenda. Se si tengono in bilico profili come Massimiliano Allegri e Vincenzo Italiano, significa che all’interno della società non c’è la minima unità d’intenti sul tipo di gioco da sposare per il prossimo anno.
Parliamo di due filosofie calcistiche diametralmente opposte.
Da una parte c’è Allegri: l’incarnazione del pragmatismo, il blocco basso, la chiusura degli spazi e la transizione veloce affidata all’estro dei singoli.
Dall’altra c’è Italiano: il dogmatismo posizionale, il dominio del pallone, la difesa altissima e una mentalità offensiva che accetta strutturalmente il rischio dell’uno contro uno a campo aperto.
Avere questi due nomi sulla stessa scrivania significa non avere la minima idea di quale identità calcistica si voglia dare al club. Si cerca prima l’uomo, sperando che inventi lui il sistema, invece di tracciare una visione tecnica e assumere l’uomo più adatto per applicarla.

L’EREDITÀ PESANTE E IL NODO DEL CLA

Questo scollamento appare ancora più grave se si pensa all’eredità pesante che attende il prossimo allenatore. Come si può pensare di imbastire il mercato per i sostituti senza sapere se la squadra dovrà attaccare negli spazi larghi in contropiede o manovrare nello stretto?
Senza contare la questione cruciale del Costo del Lavoro Allargato (CLA). Trattare contemporaneamente Allegri e Italiano significa ignorare le abissali differenze di impatto a bilancio. Il primo richiederebbe un ingaggio da top manager e giocatori “fatti e finiti”, facendo esplodere i costi; il secondo si allineerebbe meglio a una politica di valorizzazione di elementi più sostenibili. Navigare tra queste due opzioni senza una rotta chiara è un rischio incalcolabile per la sostenibilità aziendale.

L’OMBRA DELLA CORDATA AMERICANA: SPERANZA O ILLUSIONE?

In un clima di così profonda incertezza organizzativa, diventa quasi un riflesso condizionato guardare alle macro-dinamiche societarie. Le notizie sul possibile interesse di una cordata americana non sono passate inosservate. La speranza è che queste manovre internazionali e le pressioni del calcio globale possano, presto o tardi, portare alla chiusura definitiva di una certa gestione.
L’avvento di capitali e mentalità differenti potrebbe significare la fine di questa impostazione, introducendo logiche aziendali vere al posto dei tentennamenti estemporanei.

In attesa di capire, forse domani, se la spunterà l’idea Italiano o il pragmatismo di Allegri, ciò che resta è una preoccupante sensazione di vuoto direzionale. Il Napoli merita di essere guidato da idee chiare sul futuro tecnico, non da un frenetico rincorrersi degli eventi. Affinché il club torni a competere con la solidità che i tifosi meritano, servono metodo e programmazione. Altrimenti, continueremo a sognare in grande, restando però inesorabilmente ancorati dietro il nostro storico “bancariello”.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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