
C’è un momento, nella vita di ogni ciclo calcistico, in cui il sipario si chiude e le luci del palcoscenico si abbassano. Quando questo accade, ciò che resta non è solo il palmarès, ma il significato di ciò che si è visto. L’imminente addio di Pep Guardiola al Manchester City, dopo un decennio che ha riscritto le regole tattiche della Premier League, non è solo la fine di un’era sportiva. È uno specchio in cui l’intero sistema calcio europeo è costretto a guardarsi.
A inquadrare perfettamente la complessità di questo momento è stato Barney Ronay, brillante e tagliente firma del The Guardian, in un pezzo editoriale che colpisce dritto al punto: “Guardiola lascia il Manchester City come uno dei più grandi del gioco e come qualcuno che conosce il suo cuore oscuro”.
Prendendo spunto dalla lucida analisi di Ronay, è doveroso, da appassionati di calcio, di tattica e di storie vere, fermarci a riflettere. Perché mentre noi, settimana dopo settimana, dissezioniamo le sfumature di un 4-3-3, analizziamo i principi del Contismo o studiamo le catene laterali, a Manchester si è giocato un altro sport. Uno sport dove l’eccellenza tattica è stata indissolubilmente legata a geopolitica, propaganda e potere di Stato.
L’ESTETICA E LA MACCHINA PERFETTA
Sarebbe disonesto, oltre che calcisticamente cieco, negare la grandezza del lavoro di Pep Guardiola. Barney Ronay lo definisce giustamente come il cervello e il cuore di un progetto su scala titanica. Sotto la sua guida, il City ha incamerato qualcosa come il 55% di tutti i trofei maggiori della sua intera storia, plasmando un calcio che a tratti è sembrato provenire dal futuro.
Abbiamo ammirato la sua capacità di decostruire e ricostruire ruoli storici. Dai terzini invertiti che entrano in mezzo al campo per creare superiorità numerica, alla rinuncia sistematica al mediano distruttore in favore di palleggiatori totali, fino alla recente integrazione di un cyborg come Erling Haaland all’interno di un sistema basato sul possesso puro. Guardiola non si è limitato a vincere; ha preteso di farlo imponendo un’egemonia estetica. Come ricorda il The Guardian, le sue squadre sono state una lezione di “chimica e pianificazione astratta, una lezione sul coaching moderno d’élite”.
Eppure, questa bellezza assoluta, questa purezza metodologica del tecnico catalano, ha funzionato come un velo di seta steso su un’impalcatura di cemento armato e capitali illimitati.
IL CUORE OSCURO: SPORTSWASHING E LE 115 ACCUSE
È qui che l’articolo di Ronay suona la sveglia, rompendo l’ipocrisia delle lodi incondizionate che stanno affollando i media internazionali. “Per quanti elogi adoranti si possano fare”, scrive Ronay, “non è possibile separare Pep Guardiola dal progetto di Stato-nazione di cui è stato il volto con tanto successo”.
Il Manchester City non è semplicemente un club di proprietà di un miliardario appassionato. È un asset strategico, uno strumento di soft power nelle mani degli Emirati Arabi Uniti. Guardiola, volente o nolente, è stato il volto pulito, la pubblicità globale per un regime che cerca di normalizzare la propria immagine agli occhi dell’Occidente, distogliendo l’attenzione da controversie umanitarie documentate, come le recenti denunce di decine di organizzazioni sui diritti umani ricordate proprio dal quotidiano britannico.
Ma c’è un aspetto ancora più terreno e puramente calcistico che pende come una spada di Damocle sull’era Guardiola: le famigerate 115 accuse di irregolarità finanziarie mosse dalla Premier League. Ronay ci ricorda che ogni singolo trofeo sollevato da Guardiola al City è stato vinto nell’era coperta da queste indagini.
Nel calcio, la spesa è rigidamente correlata al successo. Nel suo primo anno, Guardiola ha speso 135 milioni di sterline per giocatori del calibro di Stones, Gabriel Jesus e Gündogan (anno in cui il City è accusato di non aver presentato conti dettagliati). Nel secondo anno, ha speso oltre 180 milioni vincendo il campionato con 19 punti di distacco (altre accuse sui conti). Nel 2022 vince la lega per un punto di scarto, acquista Haaland e Alvarez, e la società viene accusata di non collaborare con le indagini.
Il City nega fermamente tutto, ma il punto sollevato dal The Guardian è vitale: in uno sport basato sui risultati e sui margini strettissimi, alterare le regole d’ingaggio finanziario significa alterare il gioco stesso. Si può parlare di “genio tattico” prescindendo dal fatto che il club abbia operato con un budget che aggirava le regole a cui tutti gli altri club si stavano disperatamente attenendo?
IL DIVARIO CON LA NOSTRA REALTÀ
Ed è leggendo queste riflessioni che il pensiero corre inevitabilmente alla nostra realtà, a quella Serie A e a quel Napoli che vivono su un pianeta economico diametralmente opposto.
Mentre il City di Sheikh Mansour e del futuro erede Enzo Maresca (che pare pronto a raccogliere il testimone, in una successione di “sistemisti calvi e barbuti”, come ironizza Ronay) assorbe talenti senza dover mai cedere i propri pezzi pregiati, la realtà del calcio auto-sostenibile è fatta di rinunce dolorose. Noi sappiamo bene cosa significhi fare i conti con l’ecosistema del calcio moderno. Abbiamo visto un talento generazionale come Khvicha Kvaratskhelia cedere alle lusinghe e ai capitali di club come il PSG nei primi mesi del 2025. Abbiamo dovuto salutare un trascinatore assoluto come Victor Osimhen.
In un club sano ma privo di fondi sovrani alle spalle, la cessione dei campioni è la tassa da pagare per la sopravvivenza e la competitività a lungo termine. Si scova il talento, lo si valorizza attraverso il lavoro tattico, si arriva a traguardi storici, e poi inevitabilmente si fa cassa per ricominciare il ciclo. A Manchester, sponda blue, questo ciclo non esiste. L’accumulo di talento è unidirezionale. Se una pedina non funziona, se ne compra una più costosa l’estate successiva.
Come si può competere contro una corazzata del genere? Quando il City ha perso quest’ultimo campionato per un soffio contro l’Arsenal, o quando inciampa in un 1-1 contro il Bournemouth, sembra un’anomalia di sistema, un bug nella Matrix, non la normalità dello sport. La vittoria del City era quasi predeterminata fin dall’arrivo dei capitali di Abu Dhabi. L’equazione, come scrive amaramente Ronay, è lineare: “denaro più talento uguale vittoria”.
SI PUÒ SEPARARE L’ARTE DAL MECENATE?
Questo ci porta a una domanda quasi filosofica per noi amanti della tattica e del bel gioco. Quando Guardiola impartisce indicazioni dal suo attico di cristallo, agitando le braccia “come un signore della guerra che segnala formazioni d’attacco alle sue cannoniere”, stiamo assistendo alla massima espressione del calcio o alla massima espressione del capitalismo di Stato applicato allo sport?
L’eredità di Pep Guardiola sarà per sempre doppia. Da una parte ci sono i video delle analisi tattiche, le uscite dal basso, l’occupazione dei mezzi spazi e l’intelligenza calcistica superiore di giocatori trasformati in computer perfetti. Dall’altra, c’è un senso di freddezza. Il sospetto che tutto questo fosse non solo atteso, ma inevitabile, costruito su fondamenta di cui molti preferiscono non parlare.
Il progetto andrà avanti. Il City continuerà a esistere e probabilmente a vincere, con o senza Pep in panchina, perché la macchina è stata programmata per questo. Ma l’articolo del The Guardian ci restituisce una verità scomoda che non possiamo ignorare la prossima volta che accenderemo la TV per guardare la Champions League: il calcio più bello del mondo, oggi, ha un prezzo altissimo. E a pagarlo, forse, è l’anima stessa di questo sport.
Giulio Ceraldi
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