
PERCHÉ IL NAPOLI E LA SERIE A SI RIFIUTANO DI GUARDARE OLTRE IL PROPRIO NASO
Ho già ampiamente espresso il mio pensiero su Antonio Conte e sul suo futuro al Napoli, analizzando a fondo i pro e i contro della sua gestione, i trionfi come lo Scudetto e la Supercoppa Italiana conquistati nel 2025 e le incognite di un ciclo che ora sembra cercare nuove direzioni. Per chi volesse approfondire, rimando agli articoli dedicati al tema che potete trovare nell’archivio del blog. Non voglio quindi ripetermi o tornare su questioni già sviscerate.
Oggi, però, una domanda mi sorge spontanea e martellante, scaturita dal tam-tam mediatico degli ultimi giorni: le voci legate all’eventuale sostituto di Conte sulla panchina azzurra partono dal ritorno romantico (ma rischioso) di Maurizio Sarri, passano per il profilo di Vincenzo Italiano e finiscono per impantanarsi sulla figura di Roberto Mancini. Mi chiedo, con sincero sconcerto: è davvero tutto qui?
LA MIOPIA DI UN SISTEMA AUTOREFERENZIALE
Non voglio necessariamente fare un rimando esplicito all’articolo che scrissi qualche tempo fa (che vi invito comunque a ripescare sul blog), in cui tracciavo un identikit degli allenatori emergenti in Europa, tecnici giovani e innovativi che avrebbero potuto fare al caso di una piazza esigente e passionale come Napoli. Ma la sensazione di dejà-vu, unita a un certo provincialismo, è opprimente. Mi viene del tutto spontaneo pensare che la Serie A, nonostante sia ormai scivolata a fanalino di coda dei cinque campionati continentali più importanti, conservi un vizio di forma letale.
Siamo reduci da una stagione calcistica che, per qualità media espressa sul campo e per spettacolo offerto, si attesta oggettivamente tra le più scarse e deludenti di sempre. Eppure, nonostante la palese necessità di un rinnovamento tattico e metodologico, il nostro calcio mantiene, soprattutto nei suoi addetti ai lavori (dai direttori sportivi ai presidenti, passando per la stampa mainstream) quella spocchia insopportabile e quell’arroganza intellettuale che impedisce di guardare al di là del proprio naso.
Invece di studiare i modelli di sviluppo della Bundesliga, l’intensità della Premier League o le idee tattiche che fioriscono in campionati apparentemente “minori” ma estremamente formativi, il nostro sistema calcistico preferisce riciclare all’infinito gli stessi nomi. È il trionfo della comfort zone.
IL CIRCOLO VIZIOSO DEI “SOLITI NOTI”
Analizziamo i nomi che circolano. Maurizio Sarri rappresenta la quintessenza dell’effetto nostalgia. Un maestro, senza dubbio, uno che ha regalato a Napoli la bellezza estetica di un calcio irripetibile. Ma il calcio si evolve a ritmi vertiginosi e affidarsi ai ritorni è storicamente un azzardo che raramente paga nel lungo periodo. Vincenzo Italiano, dal canto suo, ha dimostrato ottime intuizioni offensive, ma il salto di qualità definitivo verso la gestione della pressione di una piazza che ha da poco salutato il tricolore non è scontato. Su Roberto Mancini, infine, pesano le incognite di un approccio che negli ultimi anni è sembrato più orientato alla gestione istituzionale (e alle ricche parentesi estere) che al lavoro sporco di ricostruzione quotidiana sul campo.
Il Napoli, in questa delicata fase storica, non può permettersi di sbagliare. Abbiamo affrontato addii dolorosi ma necessari, dal passaggio di Kvaratskhelia al PSG a quello di Osimhen al Galatasaray, ristrutturando l’ossatura della squadra. Un progetto tecnico di tale portata richiede una mente fresca, capace di proporre qualcosa di diverso rispetto agli spartiti già noti del calcio italiano.
L’OPPORTUNITÀ EUROPEA IGNORATA
Perché i club italiani hanno così tanta paura di scommettere su manager stranieri emergenti o su tecnici che si stanno mettendo in luce in contesti dinamici? L’argomentazione classica è “non conoscono il nostro campionato” o “la Serie A è troppo tattica”. Questa narrazione è diventata l’alibi perfetto per giustificare la pigrizia nello scouting e nella programmazione. Se il nostro campionato è diventato lento, prevedibile e povero di contenuti, è proprio perché continuiamo ad alimentarci delle stesse idee, precludendo l’ingresso a filosofie calcistiche differenti.
Il Napoli di De Laurentiis, che in passato ha saputo essere pioniere e visionario, dovrebbe avere il coraggio di rompere questo schema. Scegliere un tecnico dal panorama europeo non significa fare un salto nel buio, ma dimostrare di avere una rete di scouting all’altezza e una dirigenza capace di supportare un progetto tecnico innovativo, blindandolo dalle critiche preventive della stampa locale e nazionale.
SERVE CORAGGIO PER IL NUOVO CICLO
In definitiva, se il post-Conte deve ridursi a un casting tra ex commissari tecnici, allenatori in cerca di rilancio e minestre riscaldate, il rischio è quello di un pericoloso ridimensionamento delle ambizioni. La Serie A dovrebbe smetterla di considerarsi l’ombelico del mondo calcistico e iniziare a fare un bagno di umiltà. Guardare in Europa non è un sintomo di debolezza, ma l’unico vero passo verso l’evoluzione.
Il Napoli ha bisogno di idee, di intensità, di un progetto tecnico allineato con il calcio del 2026. Spero vivamente che i nomi che rimbalzano sulle testate giornalistiche siano solo frutto di speculazioni e che la dirigenza stia lavorando sotto traccia, come d’altronde ha spesso saputo fare, per regalarci una sorpresa che possa riaccendere l’entusiasmo della piazza con prospettive nuove e moderne.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
P.S. Non prendete impegni per stasera!
Vi aspetto questa sera alle 22:30 in diretta streaming sui canali Facebook, YouTube e Twitch di ciucciomaglianapoli.com per il nostro consueto rotocalco settimanale “Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli SHOW”.
Parleremo di tutto questo: del valzer degli allenatori, del caos legato ai calendari, dell’imminente e delicata trasferta di Pisa e di tanto altro ancora.
Insieme a me, come sempre, ci saranno gli inossidabili amici Eddy Cicciotti, Giuseppe Salemme, Giuseppe Abronzino & Gianluca Carpentieri. Un programma ideato e condotto da Giulio Ceraldi. Vietato mancare!
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