
IL SILENZIO ASSORDANTE DELLA LEGA: QUANDO il CALCIO DIMENTICARE DI ESSERE UN’AZIENDA
Siamo a giovedì pomeriggio. L’orologio segna le 16:21 del 14 maggio 2026. Manca una manciata di ore all’inizio del weekend calcistico, quello che dovrebbe ospitare la penultima giornata di questa stagione 2025/26, eppure regna un silenzio che definire imbarazzante è un eufemismo. A tutt’ora, tifosi, addetti ai lavori, staff tecnici e persino le stesse società di Serie A non hanno la minima idea di quando scenderanno in campo. Giorni, orari, anticipi, posticipi: tutto è avvolto in una nebbia burocratica che rappresenta l’ennesimo cortocircuito di un sistema calcio che si fregia del titolo di industria, ma che spesso viene gestito con le dinamiche di un torneo amatoriale di provincia.
La motivazione ufficiale, quella che trapela a mezza bocca dai corridoi di Via Rosellini, è legata al feticcio della “contemporaneità”. Certo, le ultime due giornate di campionato impongono, per regolamento e per banale buon senso sportivo, che le squadre in lotta per il medesimo obiettivo (che sia la salvezza, l’accesso alle coppe europee o il posizionamento in classifica) debbano giocare alla stessa ora. Questo per evitare calcoli, biscotti e vantaggi competitivi derivanti dal conoscere in anticipo i risultati delle dirette concorrenti. Ma se il principio è sacrosanto, l’esecuzione è a dir poco disastrosa.
Come è possibile che, nell’era degli algoritmi predittivi e dei cervelloni informatici che stilano i calendari a luglio con decine di paletti incrociati, non si riesca a predisporre un piano B, C o D in tempi rapidi non appena si concludono i posticipi del lunedì sera della giornata precedente? La realtà è che il calendario della Serie A è diventato ostaggio di un delicatissimo e fragile castello di carte televisivo. Le emittenti, che versano fiumi di denaro per i diritti di trasmissione, pretendono slot spalmati dal venerdì al lunedì. Quando la contemporaneità costringe la Lega a raggruppare tre o quattro match decisivi nello stesso orario (solitamente la domenica alle 15:00 o alle 20:45), si innesca una negoziazione estenuante per decidere chi deve rinunciare alla prima serata, chi va sui canali secondari e come compensare gli sponsor. Nel frattempo, il calcio giocato passa in secondo piano.
L’IMPATTO SULLA MACCHINA TATTICA: IL MICROCICLO DI ANTONIO CONTE
Da analisti tattici, non possiamo limitarci a guardare il problema solo dal punto di vista amministrativo. C’è un danno collaterale enorme che si riversa direttamente sul campo ed è quello che colpisce la preparazione atletica e tattica. Prendiamo il nostro Napoli. Antonio Conte è un allenatore che ha fatto della metodica, quasi ossessiva, pianificazione del lavoro settimanale il suo marchio di fabbrica. La conquista dello Scudetto del 2025 e il trionfo in Supercoppa nel dicembre dello stesso anno non sono arrivati per caso, ma sono il frutto di una programmazione scientifica dei carichi di lavoro.
Nel calcio moderno, il “microciclo” di allenamento settimanale è calcolato al millimetro. Sapere se si gioca sabato alle 15:00 o domenica alle 20:45 non è un dettaglio banale: stiamo parlando di quasi 30 ore di differenza. Queste ore modificano radicalmente i tempi di recupero post-partita precedente, i giorni dedicati allo scarico muscolare, le sessioni ad alta intensità (le famose sedute di forza e resistenza) e, soprattutto, le rifiniture tattiche.
Se non sai quando giochi, come puoi calibrare i carichi del mercoledì e del giovedì? Un ritardo nella comunicazione da parte della Lega significa costringere gli staff atletici a navigare a vista. Si adottano allenamenti “neutri”, si abbassa l’intensità per evitare infortuni nel caso di un anticipo improvviso, o si perde la finestra ideale per il sovraccarico se si scopre che la partita slitta al lunedì. Per una squadra che in questa stagione ha dovuto metabolizzare cambiamenti strutturali epocali, l’incertezza è veleno. Trovare nuovi equilibri, nuove linee di passaggio e nuove connessioni tra i reparti richiede ripetizioni, lucidità e costanza. L’impossibilità di stilare un cronoprogramma settimanale preciso è una mancanza di rispetto verso le professionalità che operano nei centri sportivi di tutta Italia.
IL PARADOSSO SISTEMICO: TRA UNDICI DI BILANCIO E DISORGANIZZAZIONE OPERATIVA
C’è un filo conduttore che unisce questa incapacità organizzativa ad altre storture del nostro sistema. Da una parte, le istituzioni calcistiche chiedono alle società un rigore finanziario estremo. Basti pensare alle discussioni infinite sul Costo del Lavoro Allargato (CLA), l’indice che misura il rapporto tra il costo del personale (stipendi e ammortamenti) e i ricavi operativi. Si pretende, giustamente, che i club rispettino parametri stringenti, che facciano quadrare i bilanci, che operino come aziende moderne e sostenibili sul mercato globale.
Dall’altra parte, però, le stesse istituzioni che si ergono a guardiani della sostenibilità finanziaria si dimostrano incapaci di erogare il servizio più basilare: dire a che ora inizia lo spettacolo. È una contraddizione in termini. Come si può pretendere che il prodotto Serie A sia appetibile sui mercati internazionali, come si può pensare di competere con la Premier League (dove le date di eventuali spostamenti sono note con settimane, se non mesi, di anticipo), se non riusciamo a organizzare le ultime 180 ore di un campionato?
Questo vuoto decisionale si inserisce in un quadro istituzionale già complesso. Non dimentichiamoci le recenti turbolenze riguardo all’indipendenza della Federazione, i sussulti sui nuovi statuti FIGC e lo spettro sempre presente di ingerenze politiche o governative nell’autonomia dello sport. Quando la governance è frammentata, debole o costantemente sotto pressione, il risultato operativo è esattamente quello che stiamo vivendo oggi: paralisi. Nessuno vuole prendersi la responsabilità di scontentare un broadcaster, un presidente di club o un prefetto, e quindi si attende, si rinvia, si tace.
L’ODISSEA DEI TIFOSI: L’ANELLO DEBOLE DELLA CATENA
Infine, e non per importanza, c’è il tifoso. Colui che il sistema si ostina a chiamare “cliente” quando c’è da vendergli un abbonamento pay-TV o il merchandising ufficiale, ma che torna a essere un mero “suddito” quando si tratta di organizzazione logistica.
Immaginiamo la situazione di chi vuole seguire il Napoli, o qualsiasi altra squadra, in trasferta per l’ultima, decisiva giornata. O anche solo di chi deve organizzare la propria domenica per andare allo stadio in casa. Acquistare un biglietto del treno ad alta velocità, prenotare un volo o una stanza d’albergo a ridosso dell’evento significa esporsi a prezzi folli, guidati dagli algoritmi del dynamic pricing delle compagnie di trasporto. Non sapere di giovedì se la partita sarà sabato pomeriggio o domenica sera significa, per molti, rinunciare in partenza.
Significa non poter organizzare i turni di lavoro, non poter gestire la famiglia. È un disprezzo totale per la passione e per il portafogli della gente. In un calcio che cerca disperatamente di riportare le famiglie negli stadi e di creare un’esperienza “matchday” a 360 gradi, trattare gli spettatori in questo modo è un autogol clamoroso.
LA NECESSITÀ DI REGOLE CHIARE
Cosa succederà ora? Probabilmente, nel giro di qualche ora, uscirà il tanto atteso comunicato. La Lega Serie A snocciolerà il programma, gli addetti ai lavori tireranno un sospiro di sollievo, gli allenatori ricalibreranno in fretta e furia gli allenamenti del venerdì e i tifosi si attaccheranno ai siti di prenotazione cercando di salvare il salvabile. Si giocherà, il pallone rotolerà e la polemica verrà accantonata, pronta a riemergere esattamente tra alcuni mesi.
Ma non è questo il modo di gestire una lega professionistica di alto livello. Serve un cambio di paradigma. Serve che la Lega e la FIGC stabiliscano protocolli rigidissimi per l’annuncio delle date. Se la contemporaneità è un dogma, allora i palinsesti televisivi dell’intero mese di maggio devono essere contrattualizzati in anticipo con finestre flessibili, garantendo che le decisioni vengano comunicate non oltre il martedì mattina successivo all’ultima giornata disputata.
Mentre aspettiamo, fissando le home page in cerca di un aggiornamento, non ci resta che riflettere su quanto ancora ci sia da lavorare, non solo sul campo da gioco, ma soprattutto nelle stanze dei bottoni. Il Napoli, nel frattempo, continua a sudare a Castel Volturno. Conte sa che, qualunque sia l’orario, l’atteggiamento dovrà essere lo stesso. Ma sarebbe bello, ogni tanto, poter programmare la vittoria, anziché doverla improvvisare tra i ritardi della burocrazia.
Giulio Ceraldi
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