Il gol al 91′ di Rowe

A ventiquattro ore di distanza, quando l’adrenalina e la rabbia lasciano il posto alla fredda analisi, il quadro appare, se possibile, ancora più desolante. La sconfitta per 2-3 maturata ieri contro il Bologna non è derubricabile a “serata storta” o a un semplice scivolone. A mente fredda, quel triplice fischio suona come il rintocco finale di un ciclo tecnico ormai esaurito.
L’illusione di una reazione nervosa a cavallo dei due tempi si è sciolta come neve al sole di fronte all’eurogol in ripartenza di Rowe al 91′. Quel gol, incassato a difesa schierata ma mentalmente assente, è l’epitaffio di una squadra che ha staccato la spina da almeno un mese. E oggi, senza il filtro dell’emotività, i nodi vengono tutti al pettine.

IL VUOTO TATTICO E IL PARADOSSO DEL POSSESSO

Il dato sul possesso palla (58% a nostro favore) è l’emblema della futilità se non supportato dalle idee. Abbiamo assistito a un palleggio perimetrale, lento, compassato, che ha finito per agevolare il blocco difensivo del Bologna. Quando la manovra diventa un infinito ed estenuante “ferro di cavallo”, senza mai un’imbucata tra le linee o un cambio di passo, non si sta costruendo gioco: si sta solo aspettando di perdere il pallone.
Senza un terminale offensivo di peso (ricordiamo che questa squadra ha dovuto fare a meno dell’apporto di Lukaku praticamente da inizio stagione a causa dell’infortunio in precampionato) l’attacco è parso un puzzle i cui pezzi non si incastrano. Ma è la fase di non possesso a destare le preoccupazioni più gravi. A mente fredda, rivedendo le immagini, spaventano le distanze siderali tra centrocampo e difesa. Abbiamo concesso praterie intollerabili per una squadra che ambisce ai vertici, palesando un’incapacità cronica di applicare le marcature preventive e di leggere le transizioni negative.

IL REBUS ROTAZIONI E L’OSTINAZIONE TECNICA DI CONTE

Oggi, il principale “imputato” non può che essere Antonio Conte. L’ostinazione con cui porta avanti certe scelte è diventata indifendibile. Quando una squadra è palesemente in debito d’ossigeno e priva di furore agonistico, il compito dell’allenatore è intervenire, mischiare le carte, trovare energie nervose dalla panchina. Invece, assistiamo a una gestione dei cambi che rasenta l’autolesionismo.
Costringere un Di Lorenzo in evidente debito d’ossigeno a farsi tutti i 90 minuti, o spremere un Lobotka fino all’ultima goccia di lucidità, significa esporre i giocatori a figuracce e la squadra al tracollo. E chi siede in panchina? Gilmour, un potenziale motore per il centrocampo, è diventato un oggetto misterioso; Elmas dimenticato; Anguissa, che da settimane passeggia in mezzo al campo, passa senza logica dallo status di titolare inamovibile a quello di esubero senza nemmeno cinque minuti per le rotazioni. Questa totale assenza di meritocrazia e di gestione delle energie fisiche e mentali ha svuotato lo spogliatoio.

L’EQUIVOCO MILINKOVIC-SAVIC

Non si può analizzare questa deriva senza tornare su un nervo scoperto: il ruolo del portiere. L’insistenza su Milinkovic-Savic è un equivoco tattico che il Napoli sta pagando a caro prezzo. Ieri, ancora una volta, non ha portato alcun “plus” decisivo tra i pali, ma è nella costruzione dal basso che il danno è maggiore.
La sua unica vera opzione in fase di uscita è il lancio lungo: un comodo ma inefficace bypass che salta il centrocampo e regala sistematicamente il pallone agli avversari. Un portiere di livello deve offrire garanzie ben diverse nella gestione della pressione. Aver relegato Meret ai margini per affidarsi a questa monodimensionalità è un errore di valutazione pesantissimo della guida tecnica.

L’OMBRA DEL MONDIALE E L’ESAME PISA

C’è poi un fattore psicologico impossibile da ignorare. Guardando l’apatia di elementi come Scott McTominay, irriconoscibile e sempre in ritardo sulle seconde palle, sorge il legittimo sospetto che per molti la stagione con i club sia già archiviata in vista del Mondiale. Un atteggiamento umanamente comprensibile ma professionalmente inaccettabile per chi indossa questa maglia.
De Laurentiis osserva, calcola l’impatto sul Costo del Lavoro Allargato e sui mancati introiti e sicuramente presenterà il conto. Ma prima di pensare alla rivoluzione estiva, c’è un campionato da onorare per evitare un ridimensionamento drastico.
In questo scenario cupo, la trasferta di Pisa assume i contorni dell’esame decisivo. Non per la tattica, ma per la dignità. Se il Napoli non troverà l’orgoglio per superare l’ostacolo toscano, la sensazione condivisa da tutti noi è che il tracollo sarà totale e non si riuscirà a fare punti nemmeno contro l’Udinese nel turno successivo.
È il momento delle assunzioni di responsabilità. A questo punto, le parole di circostanza lasciano il tempo che trovano.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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