Antonio Conte

La gratitudine nel calcio è un dovere, ma non può trasformarsi in un “salvacondotto per l’immunità”. Antonio Conte è e resterà l’uomo che ci ha cucito sul petto lo Scudetto dello scorso anno e che ci ha fatto alzare la Supercoppa Italiana pochi mesi fa. Nessuno lo dimentica. Ma chiudere gli occhi di fronte allo scempio a cui stiamo assistendo in questo finale di stagione sarebbe un insulto all’intelligenza dei tifosi e alla storia di questo club.
La sconfitta per 0-2 contro la Lazio di Maurizio Sarri non è un fulmine a ciel sereno. Non è la classica “giornata storta”. È, purtroppo, il logico, desolante epilogo di una stagione gestita in modo presuntuoso e profondamente imperfetto. È il tassello finale di un mosaico fatto di scelte sbagliate, crolli fisici e umiliazioni europee che impongono un’analisi dura e senza sconti.

LA MACELLERIA MUSCOLARE: AVEVAMO LANCIATO L’ALLARME

Partiamo dai fatti, quelli che Conte sembra voler ignorare nelle sue conferenze stampa. Sulle pagine di questo blog ne parliamo da mesi: i metodi di preparazione atletica imposti dallo staff del tecnico leccese hanno letteralmente decimato la rosa. Questo Napoli non corre, arranca. E quando prova ad accelerare, si strappa.
L’elenco degli infortuni muscolari di questa stagione 2025/26 è un bollettino di guerra. Non si tratta di sfortuna, ma di un errore clamoroso nella programmazione e nei carichi di lavoro. La squadra è arrivata in primavera fisicamente prosciugata, svuotata di quell’energia nervosa e muscolare che l’anno scorso le aveva permesso di dominare il campionato. E ieri, contro una Lazio brillante e organizzata, la differenza di passo è stata imbarazzante. Giocatori come Anguissa sono parsi pesanti, perennemente in ritardo su ogni ripartenza biancoceleste, vittime di un sistema che ha spinto i motori fuori giri troppo presto, fondendoli nel momento cruciale.

LA STAGIONE DELLE ILLUSIONI: DALLA CHAMPIONS AL (FALSO) SECONDO POSTO

Non nascondiamoci dietro un dito. Il trend negativo non nasce ieri pomeriggio al Maradona. Questa è la squadra che ha offerto un percorso in Champions League che definire “imbarazzante” è un eufemismo. Un cammino europeo senza spina dorsale, indegno per una rosa costruita con investimenti faraonici e progettata per sedersi al tavolo delle grandi d’Europa.
E in campionato? Le tante, troppe battute d’arresto sono sotto gli occhi di tutti. Se oggi guardiamo la classifica e ci vediamo ancora al secondo posto, a -12 dall’Inter ormai irraggiungibile, dobbiamo essere onesti fino in fondo: è merito nostro fino a un certo punto, e demerito enorme degli avversari. I passi falsi di chi sta dietro ci hanno tenuti a galla in una posizione che non riflette le prestazioni offerte in campo.

LE PAROLE INACCETTABILI DI CONTE: QUALE “BELLISSIMO RISULTATO”?

È in questo contesto che le parole post-partita di Antonio Conte diventano benzina sul fuoco. Sentirgli definire il secondo posto “un bellissimo risultato” è uno sberleffo alla realtà per un semplice motivo: Mister, di quale risultato acquisito stiamo parlando? Se il Napoli non inverte immediatamente la rotta, la qualificazione in Champions League è tutt’altro che blindata. Chi ci insegue sta accorciando, ha fiutato il sangue di una squadra ferita e psicologicamente fragile. Parlare di secondo posto come fosse già in cassaforte è di un’arroganza pericolosissima.

IL VUOTO TATTICO: LA LEZIONE DEL “COMANDANTE” E LO ZERO ALLA VOCE TIRI

E poi c’è il campo. Il rettangolo verde ieri è stato un tribunale impietoso. In novanta minuti, il Napoli non ha mai centrato lo specchio della porta. Zero tiri. Una statistica raccapricciante. Mentre Maurizio Sarri incartava la partita con i suoi movimenti codificati, la rete fitta di passaggi e un’identità granitica, il Napoli ha offerto il nulla cosmico.
Il 3-4-2-1 è ormai un sistema in bancarotta. L’incompatibilità tattica tra Kevin De Bruyne e Scott McTominay è palese. Non sanno chi deve abbassarsi a prendere palla e chi deve attaccare lo spazio; si pestano i piedi, intasano le linee centrali e finiscono per non incidere. Ieri il belga, nervoso e fuori posizione, ha sbagliato una quantità abnorme di appoggi.
Il risultato di questo ingorgo trequartista? Rasmus Højlund è stato abbandonato al suo destino. Isolatissimo, accerchiato dai difensori laziali, non ha ricevuto un solo pallone giocabile. La colpa non è del ragazzo, ma di un allenatore che ha perso la bussola tattica e non sa più come innescare i suoi fuoriclasse.

DISASTRI INDIVIDUALI E L’UNICO SUPERSTITE

La passività del centrocampo e l’abulia dell’attacco hanno lasciato la difesa in balia delle onde. Il raddoppio di Toma Basic è la fotografia del nostro declino: un errore in impostazione di Alessandro Buongiorno, un’ingenuità gravissima che sa di calo di concentrazione inaccettabile a questi livelli. Mathias Olivera a sinistra ha sbagliato tutto, Spinazzola a destra è stato un fantasma.
L’unico a uscire dal Maradona a testa altissima è stato Vanja Milinkovic-Savic. Il portiere serbo è stato titanico. Ha parato un rigore a Zaccagni e ha tirato fuori dal cilindro almeno tre interventi miracolosi che hanno evitato un passivo tennistico. Quando il tuo portiere è l’assoluto MVP in una partita persa 0-2 in casa, significa che davanti a lui c’è il vuoto spinto.

BASTA ALIBI

Questa sconfitta deve segnare la fine delle illusioni. I meriti del passato di Antonio Conte sono scolpiti negli annali, ma il presente richiede un brusco bagno d’umiltà. La stagione sta scivolando via nel peggiore dei modi e il rischio di un disastro sportivo (mancare la qualificazione Champions) è reale, tangibile, e si avvicina a grandi falcate.
Serve ritrovare la condizione fisica (per quanto possibile), serve un bagno di umiltà tattico da parte del mister e, soprattutto, serve ritrovare quella fame che ha fatto la differenza un anno fa. Il popolo del Maradona non fischia a caso. Fischia perché riconosce l’ignavia. E ieri, contro la Lazio, il Napoli ha smesso di combattere. E questo, a casa nostra, non è permesso a nessuno. Nemmeno a chi ci ha cucito lo scudetto sul petto.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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