LA RIVOLUZIONE IN STANDBY

Decenni di passione, tanti sacrifici finanziari per seguire le partite. Saliscendi di gioie e delusioni.

Questo e molto altro è l’essere tifosi.

Tale carta d’identità non vale soltanto per chi ha nel cuore l’azzurro partenopeo che illumina il Maradona. Sono caratteristiche che mettono insieme ogni maglia, colore o località che sia. Qui numeri, calcoli e simili non c’entrano.

Eppure negli ultimi anni il mondo dell’alta finanza, dei contratti milionari, delle sponsorizzazioni senza limiti, insomma il sistema ovattato e a volte delirante ed opulento delle grandi cifre si è letteralmente intromesso, quasi di prepotenza, tra i tifosi ed il calcio giocato.

Qui i numeri c’entrano eccome.

Partiamo da un recente dato di fatto:

La distanza tra il tifoso azzurro – inteso come chi occupa stabilmente ed appassionatamente le (ex) gradinate dello stadio o segue la squadra con altri mezzi massmediatici – ed il club è in bilico, di questi tempi.

Il calo repentino nella vendita dei biglietti ed un certo malumore che si solleva da più parti ne sono la prova lampante e sono sotto gli occhi di tutti.

A questo punto occorre porsi dei quesiti:

Serve una svolta, un cambio di direzione oppure, meglio ancora, un progetto innovativo, quasi rivoluzionario?

L’azionariato popolare potrebbe essere la risposta a tutti questi interrogativi ma anche un’iniziativa storicamente unica a beneficio dei tifosi.

Come funziona l’azionariato popolare?

Una parte della proprietà del club passa ai tifosi che diventano veri e propri soci investitori.

In che modo?

E’ semplice.

Ogni tifoso può acquisire una o più quote (precisamente azioni) della società ad un prezzo che viene stabilito come accessibile.

In questo modo i tifosi entrano a far parte della struttura del club stesso, potendo quindi esprimere il proprio parere votando nelle assemblee degli azionisti e, in sostanza, dando un indirizzo sia di natura finanziaria che di gestione sportiva della squadra stessa.

Un’autentica rivoluzione, quindi. Sic et simpliciter.

Immaginiamo per un attimo l’applicazione diretta alla realtà del Napoli.

Ciò significherebbe avvicinare il tifoso in modo organico alla crescita della squadra dentro e fuori dal campo, entrando direttamente nelle questioni che riguardano la gestione delle casse societarie.

Un coinvolgimento totale che avvicinerebbe il supporter in modo indissolubile alla società, rendendo pieno merito a ciò che già accade tutti i giorni.

Oggi la tecnologia ha preso il sopravvento modificando abitudini e scelte.

I social network, in particolare, permettono ai tifosi di entrare nel quotidiano dei propri beniamini, creando un coinvolgimento impensabile in passato.

Quindi la soluzione dell’azionariato popolare rappresenterebbe un punto di arrivo ideale.

La strada per la realizzazione di questa rivoluzione, però, è ancora irta di ostacoli.

In Italia mancano attualmente leggi e provvedimenti che disciplinano in modo chiaro e preciso una simile gestione nel calcio.

Eppure l’attuale situazione della Serie A esigerebbe l’introduzione di qualche riforma per dare respiro alle casse dei club.

Gli ultimi dati parlano di circa 5 miliardi di debiti.

Il dato meno confortante è legato alle conseguenze post-pandemia: in questo periodo i ricavi si sono decurtati in modo evidente, mentre i costi (parliamo di ciò che grava sul tifoso) non si sono affatto ridotti. Tutto ciò rende la realtà italiana poco appetibile sotto molti punti di vista, soprattutto per chi vuole investire nel calcio.

Perché in altri Paesi europei l’azionariato popolare funziona?

E’ importante sottolineare come alcune società siano riuscite ad integrare questo sistema nella propria gestione grazie all’esistenza di leggi specifiche in materia.

Facciamo alcuni esempi.

In Spagna, Paese nel quale si sono avuti i primi esempi di azionariato popolare, il Barcellona (ad esempio), grazie ad alcune leggi esistenti, ha integrato questo sistema: i tifosi partecipano attivamente alla vita del club, addirittura potendo intervenire con il proprio voto durante l’elezione del presidente della società stessa ogni quattro anni.

Altro esempio da citare è quello del Bayern Monaco:

In Germania si è affermato questo sistema con ben il 75% della società in mano ai tifosi ed il resto appartenente a grandi aziende.

In Italia invece?

Qui la situazione è ancora ferma.

Sul piano delle leggi, esistono due disegni (meglio noti come Noif – risalenti a 2018 e 2019) ed un progetto di legge (del 2021) che attendono di essere strutturati ed attuati nella realtà calcistica italiana.

Ad oggi, però, nel nostro Paese, l’unica modello di sviluppo per l’azionariato popolare sarebbe l’utilizzo della forma giuridica di associazione riconosciuta.

Esistono, tuttavia, piccole realtà (ad esempio Apa Milan, MyRoma e la più recente iniziativa Interspac) che non riescono, però, ad assurgere al ruolo di realtà trainanti proprio a causa del vuoto legislativo esistente.

Da più parti si guarda all’azionariato popolare come ad uno strumento per alleggerire i debiti del sistema.

Se ne parla da tanto tempo ma mancano ancora leggi ad hoc.

In poche parole una rivoluzione sospesa, in standby.

Se per un attimo accostiamo la novità dell’azionariato popolare alla realtà del Calcio Napoli, potremmo ipotizzare una nuova strada appassionante da percorrere, da tifosi.

In primis si dovrebbe “dialogare” con una parte della dirigenza per stabilire gli indirizzi da dare agli investimenti nel breve termine e, soprattutto (ed in seconda analisi), si potrebbe valutare da distanza ravvicinata l’andamento della squadra alla luce delle scelte tecniche.

Insomma, il tifoso azzurro sarebbe finalmente (e realmente ndr) al ponte di comando.

Per ora è un sogno, ma sognare non costa alcunché.

Però, chissà che,nel prossimo futuro,…

Marco Melissa e Giulio Ceraldi

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