
Voglio parlarvi di una storia che ha dell’incredibile. Una storia che sembra uscita da un thriller finanziario di Wall Street, ma che purtroppo si sta consumando sul prato verde di Stamford Bridge. È la storia di come il calcio moderno, se dato in pasto ai fondi di private equity senza alcuna remora, rischia di implodere sotto il peso dei propri debiti.
A fornirci uno spaccato spaventoso e dettagliatissimo di questa situazione è un’eccezionale inchiesta firmata da Chris Weatherspoon, giornalista esperto di finanza calcistica, pubblicata in questi giorni su The Athletic. Vi avviso: i numeri che leggerete sono da capogiro, e non in senso positivo.
L’ENNESIMA VITTIMA DEL TRITACARNE: ADDIO ROSENIOR
Prima di tuffarci nei meandri dei bilanci, partiamo dall’attualità nuda e cruda, da quel campo che non fa sconti a nessuno. La situazione sportiva è definitivamente precipitata: dopo l’1-0 subìto in casa dal Manchester United (la quarta sconfitta di fila senza segnare, un record negativo che a Stamford Bridge non si vedeva da 28 anni), la mazzata finale è arrivata con il pesantissimo 3-0 incassato contro il Brighton. Quinta sconfitta consecutiva in Premier League.
La conseguenza? Liam Rosenior è stato esonerato. L’ennesima vittima sacrificale del tritacarne londinese. Un allenatore che, francamente, non ha mai avuto l’autorità necessaria per gestire una polveriera del genere ed era probabilmente condannato fin dal principio. Ma sapete qual è la vera follia, quella che fa capire perfettamente la confusione totale che regna nel club? Rosenior aveva un contratto in scadenza nel 2032. Sì, avete letto bene. Contratti lunghissimi, spalmati su quasi un decennio, che quando saltano (e saltano sempre, nel calcio) lasciano macerie fumanti. Un modus operandi che è diventato la firma, in negativo, di questa proprietà.
DALL’ERA ROMAN AL CRATERE BlueCo
Torniamo indietro di quattro anni. Il governo britannico sanziona Roman Abramovich, il Chelsea viene ceduto. Arriva BlueCo, un consorzio guidato dai fondi di private equity Clearlake Capital (Behdad Eghbali) e Todd Boehly. Pagano £2,35 miliardi in contanti per il club e si impegnano a investirne altri £1,7 miliardi.
In quattro stagioni, l’aggressività sul mercato è stata brutale: quasi £2 miliardi spesi in nuovi acquisti. L’idea era semplice (e forse presuntuosa): comprare tutti i migliori giovani del mondo (spesi oltre un miliardo solo per under 24), fargli contratti di 7 o 8 anni per spalmare i costi a bilancio, creare un network di club (hanno comprato anche lo Strasburgo in Francia) e generare plusvalenze mostruose.
Il risultato? I tifosi protestano fuori dallo stadio cantando “Get out of our club” (“Fuori dal nostro club”). E, come spiega Weatherspoon su The Athletic, i conti sono un disastro totale.
I NUMERI DEL DISASTRO: OLTRE 1,8 MILIARDI DI PERDITE
Tenetevi forte. Al terzo anno di gestione BlueCo, la Chelsea FC Holdings Limited (la società che gestisce la prima squadra maschile) ha registrato nell’ultima stagione il deficit pre-tasse più grande nella storia del calcio inglese: £262,4 milioni.
Ma non è finita. Se guardiamo le regole UEFA, che impongono parametri più severi sui costi generali, la perdita sale a £342 milioni.
E se saliamo ancora più su nella catena societaria, arrivando alla 22 Holdco Limited (la vera holding del gruppo), il buco nero diventa insondabile. Nei suoi primi 38 mesi di vita, le perdite della società ammontano alla cifra astronomica di £1,852 miliardi.
Certo, ci sono questioni contabili di mezzo (come l’ammortamento del sovrapprezzo pagato per comprare il club), ma la liquidità bruciata è reale. Negli ultimi tre anni, il flusso di cassa libero del club (i soldi generati al netto di costi operativi e mercato) è in rosso per £1,131 miliardi. Una perdita operativa quotidiana di £629.000 al giorno.
LA BOMBA A OROLOGERIA: IL DEBITO PIK
Come si finanzia tutto questo? Con i debiti, ovviamente. Ed è qui che l’inchiesta di Weatherspoon diventa agghiacciante.
Alla fine di giugno 2025, il debito della holding si attestava a £1,390 miliardi. Se questa holding fosse una squadra di calcio vera e propria, sarebbe la più indebitata del pianeta.
Il debito è diviso in due tranches:
£800 milioni di prestito “senior” che costa circa il 7% di interessi all’anno (circa £56 milioni di soli interessi l’anno).
£500 milioni presi in prestito dal fondo Ares Management. E questo è il vero mostro.
Il prestito di Ares è un cosiddetto debito PIK (payment-in-kind). Significa che la proprietà non paga interessi in contanti mese per mese. Gli interessi, che viaggiano a tassi altissimi (attorno all’11,23%), si accumulano e si sommano al debito originale anno dopo anno, creando un effetto valanga spaventoso.
Weatherspoon stima che, se le cose non cambiano e il debito non viene ripagato prima, quando scadrà nel 2033 la holding dovrà restituire oltre £1,4 miliardi solo per questo prestito. Quasi il triplo di quanto hanno chiesto.
RICAVI STAGNANTI E IL PROBLEMA CHAMPIONS LEAGUE
La strategia di questi “squali” della finanza era comprare il club, investire massicciamente sui giovani e aspettare che il valore del Chelsea arrivasse alle stelle, magari spinto da un boom dei diritti TV. Speravano che lo sport europeo diventasse come quello americano: una macchina da soldi a rischio zero.
Ma il calcio europeo non è l’NBA. Qui c’è la retrocessione, e soprattutto c’è la Champions League, che devi conquistare sul campo.
Il Chelsea, sotto BlueCo, sta fallendo miseramente la qualificazione alla Champions per il terzo anno su quattro. I ricavi commerciali del club stanno crollando rispetto alle rivali.
La scorsa stagione, i ricavi non legati ai diritti TV a Stamford Bridge sono stati di £287,6 milioni. Sembrano tanti, ma squadre come Arsenal, Liverpool, City, United e Tottenham viaggiano tutte oltre i £400 milioni.
Il Chelsea arranca con gli sponsor (hanno giocato mesi con la maglia senza main sponsor) ed è bloccato in un contratto con la Nike fino al 2032 che garantisce £80 milioni l’anno, cifra ormai ampiamente superata da mezza Europa.
Nel frattempo, il monte ingaggi, nonostante le promesse di tagli della proprietà, è il più alto in Inghilterra dopo le due corazzate di Manchester e Liverpool: £374 milioni, pari al 76% del fatturato.
IL BARATRO UEFA
Come sottolinea The Athletic, per sopravvivere a questo inferno finanziario il Chelsea ha disperato bisogno di plusvalenze. L’anno scorso hanno sbandierato quasi £300 milioni in vendite di giocatori, ma a causa del gioco degli ammortamenti e delle maxi-commissioni agli agenti (spesi ben £272 milioni di commissioni nell’era BlueCo, un’assurdità), il vero profitto contabile è stato misero.
Ora c’è lo spauracchio della UEFA. Il Chelsea ha già violato le regole finanziarie europee in passato, ha pagato multe ed è sotto stretta osservazione con un settlement agreement. Hanno un tetto massimo di perdite fissato a 60 milioni di euro per quest’anno. L’anno prossimo sarà zero. Se sforano, scattano sanzioni pesanti: limitazioni nelle rose e, nello scenario peggiore, l’esclusione dalle coppe europee.
L’unico modo per salvarsi nel breve termine è quello che fa più male ai tifosi: vendere i pezzi migliori. E se Cole Palmer è probabilmente intoccabile (si spera), gente come Enzo Fernandez ha un valore a bilancio talmente alto che venderlo senza fare una minusvalenza sanguinante è un’impresa titanica (servirebbero circa £75 milioni solo per andare in pari).
IL PRATO VERDE NON E’ WALL STREET
L’analisi di Chris Weatherspoon ci lascia con una certezza: l’esperimento del Private Equity al Chelsea è sul filo del rasoio. Per rientrare dall’investimento monstre e saldare la valanga di debiti, la proprietà ha bisogno che il valore del club raggiunga la cifra irreale di £5,1 miliardi nel giro di qualche anno.
Hanno speso come non ci fosse un domani, credendo di poter craccare il sistema calcistico con i big data, le plusvalenze pianificate a tavolino e i contratti ottennali per spalmare le perdite.
Ma il pallone è rotondo. Quando perdi in casa contro il Manchester United, non segni da quattro partite e devi cacciare l’ennesimo allenatore (con contratto fino al 2032!), i mercati non ti aiutano e i debiti continuano a maturare interessi stellari.
Questa non è solo la cronaca di un disastro sportivo e finanziario. È un monito per tutto il calcio europeo: trasformare i club in pure speculazioni finanziarie è un gioco d’azzardo estremamente pericoloso. E alla fine, chi ne paga le conseguenze sono sempre e solo i tifosi, costretti a guardare la propria squadra ostaggio dei tassi di interesse di un fondo d’investimento.
Giulio Ceraldi
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