
Negli anni ’90, la Serie A era indiscutibilmente il campionato di calcio più bello e prestigioso del mondo. Il nostro calcio era l’invidia di ogni nazione, tanto che i migliori talenti (persino quelli inglesi) preferivano l’Italia per consacrare la loro carriera. Oggi, trent’anni dopo, la realtà è ben diversa: sebbene le nostre squadre riescano ancora a farsi valere in Europa, il confronto economico e strutturale con la Premier League è diventato impietoso. Ma cosa è successo esattamente? Come ha fatto il calcio italiano a rimanere così indietro?
A rispondere a questa dolorosa ma necessaria domanda è un bellissimo e approfondito video-saggio pubblicato da Tifo Football by The Athletic, scritto da Kaya Kaynak con le splendide illustrazioni dell’italiano Marco Bevilacqua.
L’ILLUSIONE DEGLI ANNI ’90 E L’ERRORE DEI DIRITTI TV
Il declino della Serie A affonda le sue radici proprio in quegli anni d’oro. Nonostante in quel decennio il record mondiale dei trasferimenti sia stato battuto per ben cinque volte da squadre italiane, la ricchezza non era distribuita equamente. A differenza della Premier League, che puntò fin da subito su una spartizione dei diritti televisivi più equa (50% in parti uguali, 25% in base ai passaggi in TV e 25% legato al piazzamento in classifica), in Italia i club contrattavano individualmente.
Questo portò a un enorme divario: colossi come Juventus e Milan firmavano accordi multimilionari, mentre i piccoli club faticavano a sopravvivere. Quando nel 2008 la Legge Melandri impose la contrattazione collettiva anche in Italia, il danno era ormai fatto e la Premier League aveva già spiccato il volo a livello globale, aiutata anche dall’enorme vantaggio linguistico dell’inglese nel mondo.
LA FINE DEI “PADRE PADRONE” E IL PESO DEGLI STADI
L’indagine di Tifo Football e Kaya Kaynak evidenzia anche la crisi dei modelli di proprietà italiani. Per decenni il nostro calcio si è retto sulla figura del “Padre Padrone” (pensiamo ai Moratti all’Inter o ai Berlusconi al Milan), famiglie capaci di iniettare miliardi di tasca propria. Un modello romantico ma insostenibile quando, in Inghilterra e in Europa, sono sbarcati i fondi sovrani, gli oligarchi e gli stati-nazione.
A dare il colpo di grazia ai bilanci delle nostre società è, infine, la tragica situazione degli stadi. Più della metà degli impianti italiani risale al ventennio fascista e la burocrazia per costruirne di nuovi è asfissiante: in Italia servono in media tra gli 8 e i 10 anni per aprire un nuovo stadio, contro i 2-3 del resto d’Europa. Il risultato? Incassi da “Matchday” ridicoli rispetto ai top club inglesi, con un conseguente crollo dei ricavi commerciali.
C’È SPERANZA PER IL FUTURO?
La strada per tornare ai fasti di un tempo è lunga e in salita. Tuttavia, l’assegnazione di Euro 2032 (che l’Italia ospiterà insieme alla Turchia) potrebbe rappresentare la spinta decisiva per sbloccare la questione stadi e ammodernare le nostre infrastrutture.
Il calcio è ciclico, ma per tornare grandi non basterà solo il cuore: serviranno programmazione, riforme strutturali e una visione internazionale che, per troppo tempo, è mancata al nostro sistema.
Giulio Ceraldi
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