
Vinciamo contro il Milan. Manteniamo salda la seconda posizione in classifica. Ritroviamo, specie in un secondo tempo finalmente arrembante, sprazzi di quel calcio che esalta una piazza intera, complice l’ingresso di un Alisson Santos che, come ho ribadito ieri ai microfoni di Radio Tutto Napoli, sembra un alieno prestato alla Serie A. Insomma, ci sarebbero tutti gli ingredienti per vivere una settimana di purissimo e sacrosanto entusiasmo calcistico.
Eppure, di cosa stiamo parlando in queste ore? Del futuro di Antonio Conte. Della Nazionale. Di un ipotetico (ma non troppo) ritorno in azzurro, non inteso come colore del Napoli, ma dell’Italia.
Ieri ho pubblicato su queste pagine la mia consueta analisi tecnico-tattica della gara, accennando alla questione. Da quel momento, la pagina Facebook del blog è stata letteralmente inondata da una mole copiosa di commenti. Una pioggia di reazioni che, osservate nel loro insieme, mi hanno spinto a una riflessione che va ben oltre la tattica o la tecnica. Ho letto un po’ ovunque decine, centinaia di tifosi puntare il dito contro un nemico invisibile ma sempre presente: la stampa.
“I giornali del Nord vogliono destabilizzarci”, “La stampa locale rema contro”, “Siete i soliti sciacalli che non vedono l’ora di distruggere il giocattolo appena le cose vanno bene”.
Fermiamoci un attimo. Respiriamo. E usiamo la logica, perché c’è un cortocircuito evidente in questa narrazione, una vera e propria dissonanza cognitiva che sta colpendo una fetta importante della nostra meravigliosa, ma a volte troppo umorale, piazza azzurra. Vorrei capire, e vorrei che lo capissimo insieme, perché si addita la stampa come colpevole di remare contro il Napoli, quando a riaprire la porta alla FIGC è stato, in modo quasi plateale, l’allenatore stesso.
I FATTI: ALLEGRI VS. CONTE
Per smontare il teorema del “complotto mediatico”, basta confrontare due conferenze stampa andate in scena a poche ore di distanza. Due allenatori, due squadre di vertice, la stessa domanda posta dai giornalisti: “Mister, il suo nome circola per il futuro della Nazionale. Cosa ci dice?”
Massimiliano Allegri, da navigato gestore di pressioni, non ha lasciato nemmeno lo spazio fisico per un’interpretazione. Ha chiuso la porta a tripla mandata: “Ho un contratto con il mio club, c’è un progetto in corso, la Nazionale non mi interessa”. Fine della storia. Nessun titolone, nessuna speculazione il giorno dopo. Il giornalista ha fatto la domanda (il suo lavoro), l’allenatore ha spento l’incendio prima ancora che scoccasse la scintilla.
Cosa ha fatto Antonio Conte? Ha sorriso. Ha argomentato. Ha detto che “se fosse il presidente della FIGC prenderebbe in considerazione il nome di Conte per l’esperienza passata”. Non ha alzato barricate, non ha invocato il contratto con il Napoli, non ha blindato il progetto tecnico. Ha lasciato la porta non socchiusa, ma spalancata. In quel preciso momento, non è stata la stampa a “creare il caso”. È stato l’allenatore del Napoli a lanciare l’amo. I cronisti, le redazioni nazionali e i salotti televisivi non hanno fatto altro che riportare una dichiarazione inequivocabile, un ammiccamento che, nel linguaggio felpato del calcio mercato, equivale quasi a un’autocandidatura.
LA SINDROME DELL’ACCERCHIAMENTO E LA FIGURA DEL “COMANDANTE”
Perché, allora, la reazione di pancia del tifoso è quella di insultare chi scrive l’articolo e non chi pronuncia le parole?
La risposta è profondamente radicata nella psicologia del tifo. Antonio Conte, fin dal suo arrivo, è stato percepito come il “Comandante”, l’uomo forte capace di rimettere in riga un ambiente che necessitava di polso. Accettare che il proprio condottiero, proprio nel momento cruciale in cui si lotta per difendere il vertice della classifica, stia guardando altrove, è doloroso. È un tradimento potenziale che la mente del tifoso fatica a processare.
È molto più rassicurante, psicologicamente, creare un capro espiatorio esterno. Il giornalista cattivo. La stampa prezzolata. Il sistema che ci odia. Assolvere il Mister significa proteggere il sogno, autoconvincersi che tutto vada bene e che quelle parole siano state “travisate” o estorte con l’inganno da cronisti maliziosi. Ma non c’è stato nessun inganno. Le conferenze stampa sono pubbliche, registrate, virgolettate. Se un allenatore vuole spegnere un rumor, lo fa. Allegri docet. Se lo alimenta, significa che c’è una volontà, o quanto meno una strategia, dietro.
IL CAPOLAVORO DIPLOMATICO DI DE LAURENTIIS
Ad avvalorare la tesi che la questione sia tutt’altro che un’invenzione dei media, è arrivata la sponda societaria. Aurelio De Laurentiis, da Los Angeles, non ha fatto muro. Anzi. Ha dichiarato seraficamente: “Se Antonio mi chiede di andare in Nazionale, io non gli dico di no”.
È la mossa del prestigiatore, un capolavoro di diplomazia aziendale. Il Presidente, fiutata l’aria, non si prende la responsabilità di una rottura, né fa la parte del carceriere. Passa semplicemente la patata bollente tra le mani di Conte. Se il mister vorrà andare, sarà una sua scelta, non un licenziamento.
Di fronte a un allenatore che apre alla FIGC e a un presidente che dichiara di non volerlo trattenere con la forza, in quale assurdo universo la colpa di questa situazione destabilizzante sarebbe di un redattore sportivo che fa il resoconto dei fatti?
CRESCERE COME AMBIENTE
Se vogliamo davvero fare il definitivo salto di qualità, non solo sul campo ma come ambiente, dobbiamo abbandonare questa perenne sindrome dell’accerchiamento. I complotti esistono, certo, e le narrazioni faziose non mancano nel mondo dell’informazione sportiva italiana. Ma in questo caso specifico, arrabbiarsi con la stampa è come prendersela con il termometro perché si ha la febbre.
Non sappiamo come finirà questa storia. Forse Conte resterà, magari strappando garanzie tecniche ed economiche. Forse tornerà in Nazionale, chiudendo un ciclo in maniera anticipata. Quello che sappiamo è che il Napoli sopravviverà. Sopravvive sempre. Lo ha fatto dopo le cessioni illustri, lo farà anche davanti a eventuali cambi in panchina. Come dicevo ieri in radio provocatoriamente, se il progetto è sano, un domani potremmo anche sognare un profilo come Klopp, o Guardiola, o la garra di un Simeone. E se la scelta dovesse ricadere su profili emergenti ma visionari, saremo qui a valutarli.
Ma per ora, godiamoci il secondo posto. Godiamoci la vittoria sul Milan. E smettiamola di “sparare” sui messaggeri quando i messaggi non ci piacciono. Il Napoli è forte, la rosa è competitiva. Se c’è qualcuno che deve fare chiarezza oggi, non è chi impugna una penna o un microfono, ma chi siede sulla panchina azzurra.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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