Immagine tratta dall’articolo di The Athletic

Guardiamo spesso alla Premier League inglese come all’Olimpo inarrivabile del calcio mondiale. Un’industria scintillante, nutrita da diritti televisivi multimiliardari, stadi sempre esauriti e una potenza di fuoco sul mercato in grado di strappare qualsiasi talento alla nostra Serie A. Eppure, grattando la superficie di questa patina dorata, emerge una realtà profondamente diversa. Una realtà fatta di conti in rosso, scappatoie legali e una disperata corsa all’oro che sta spogliando i club della loro stessa anima.
A scoperchiare il vaso di Pandora è una brillante inchiesta firmata da Chris Weatherspoon, giornalista sportivo e analista finanziario, pubblicata sull’autorevole testata britannica The Athletic. L’articolo, intitolato “Football is broken – and ‘selling’ community assets to keep up with huge spending is proof” (Il calcio è rotto – e ‘vendere’ beni della comunità per stare al passo con le enormi spese ne è la prova), ci consegna la fotografia spietata di uno sport che ha perso la bussola, trasformando la passione dei tifosi in un mero strumento contabile.
E mentre dall’altra parte della Manica si fanno carte false per far quadrare bilanci disastrosi, qui all’ombra del Vesuvio, guardando alle dinamiche della nostra Serie A e in particolare alla gestione della SSC Napoli, c’è molto su cui riflettere.

I NUMERI DEL DISASTRO: L’ILLUSIONE DELLA RICCHEZZA

Il punto di partenza dell’analisi di Weatherspoon è tanto semplice quanto scioccante. Le recenti pubblicazioni dei bilanci della stagione 2024-25 hanno rivelato che la quasi totalità dei club professionistici inglesi opera in perdita.
Dei 19 club di Premier League che hanno presentato i conti, solo sei hanno registrato un profitto. Le perdite combinate degli altri club ammontano a una cifra mostruosa: 713 milioni di sterline (circa 830 milioni di euro). Ma il dato più allarmante non è questo. Due di quei sei club “virtuosi” risultano in attivo solo ed esclusivamente grazie a operazioni di ingegneria finanziaria che stanno diventando tristemente popolari nel lessico calcistico moderno: le intragroup sales (vendite infragruppo).

Se si escludono questi artifizi, le perdite della Premier League hanno superato il miliardo di sterline.” – Chris Weatherspoon, The Athletic

Ma cosa sono esattamente queste “vendite infragruppo”? In sostanza, si tratta dello spostamento di aziende, immobili o altri asset all’interno di un gruppo societario più ampio, controllato dagli stessi proprietari del club. Attraverso queste vere e proprie scatole cinesi, si generano profitti puramente contabili sulla carta. Profitti che servono unicamente a salvare il bilancio di squadre che, altrimenti, avrebbero registrato deficit pre-tasse superiori ai 50 milioni di sterline.

LA MAGIA OSCURA DEL CALCIO MODERNO: L’ERA DELLE “INTRAGROUP SALES”

Questi escamotage non sono una novità assoluta, ma negli ultimi anni hanno raggiunto livelli paradossali. Weatherspoon cita l’esempio eclatante del Chelsea post-Abramovich. Sotto la guida del consorzio BlueCo di Todd Boehly, nel bilancio 2022-23 il club londinese ha registrato 76,5 milioni di sterline di profitti “di carta” semplicemente vendendo due hotel e un parcheggio di proprietà del club a una società “sorella” appartenente allo stesso gruppo.
Ma c’è chi si è spinto ben oltre la compravendita di alberghi. Ed è qui che la finanza incontra (e calpesta) il sentimento popolare e la storia delle comunità.

IL CASO ST. JAMES’S PARK: VENDERE LA PROPRIA CASA A SÉ STESSI

L’esempio più lampante e doloroso riportato nell’inchiesta di The Athletic riguarda il Newcastle United. La squadra, ora di proprietà del Public Investment Fund (PIF) dell’Arabia Saudita, ha trasformato una perdita record in un profitto di 34,7 milioni di sterline compiendo un atto estremo: hanno “venduto” il loro storico stadio, il St. James’ Park, e i terreni adiacenti a una nuova società creata appositamente dalla stessa proprietà. Il tutto, guarda caso, a soli tre giorni dalla chiusura dell’esercizio finanziario del giugno scorso.
Il risultato pratico di questa operazione? Il Newcastle United, come entità calcistica, non è più proprietario del St. James’ Park.
Per molti addetti ai lavori, questa manovra è stata accolta con alzate di spalle. Un semplice “male necessario” per rispettare le rigide regole di redditività e sostenibilità (PSR) della Premier League. La dirigenza del Newcastle, per voce del suo direttore finanziario Simon Capper, ha addirittura negato che il motivo principale fosse aggirare le regole, sostenendo che l’obiettivo fosse riorganizzare gli asset immobiliari per futuri lavori di ammodernamento.
Tuttavia, come fa notare Weatherspoon, i mesi passano e di questi famigerati lavori di ammodernamento non c’è ombra. Quello che resta è il fatto ineluttabile che uno dei templi del calcio inglese non appartiene più al club che vi gioca dentro, ma a una holding finanziaria.

IL CALCIO FEMMINILE COME PEDINA CONTABILE

L’ingegneria finanziaria non risparmia nemmeno i settori più nobili o in via di sviluppo del gioco. L’inchiesta evidenzia come Aston Villa, Everton e, un anno prima, lo stesso Chelsea, abbiano “venduto” le loro squadre femminili.
L’Aston Villa, che nel 2019 aveva già venduto il proprio stadio (il Villa Park) a una sua stessa società per aggirare le regole finanziarie, ha ripetuto lo schema con il team femminile e con un magazzino. L’obiettivo dichiarato dalle dirigenze è spesso quello di “attirare investimenti esterni” o di mettere le squadre femminili su un piano di parità. Nobili intenti, forse, ma che perdono tutta la loro purezza quando si scopre che, senza la vendita interna di queste sezioni del club, Aston Villa ed Everton sarebbero sprofondati sotto la scure delle sanzioni per aver infranto i paletti del fair play finanziario.
Le squadre femminili, così come gli stadi storici, diventano agli occhi dell’osservatore casuale nient’altro che “un’altra risorsa da spostare, un altro proiettile d’argento normativo”, come scrive magistralmente Weatherspoon.

I TIFOSI: CLIENTI O CUSTODI DELL’ANIMA DEL CLUB?

A fronte di questi giochi di prestigio finanziari, sorge una domanda cruciale: cosa ne pensano i tifosi?
Spesso si sente dire che i club calcistici siano aziende private a tutti gli effetti e che i proprietari siano liberi di fare ciò che vogliono con i loro asset. Se ai tifosi non sta bene, si dice, possono semplicemente smettere di comprare il biglietto e andare altrove, come farebbero se il loro supermercato di fiducia abbassasse la qualità dei prodotti.
Ma, come sottolinea The Athletic, il calcio non funziona così. “È una visione spietata di ciò che è, nella sua essenza, uno sport… Se i prodotti di un supermercato diventano stantii, possiamo andare altrove. Se il Rochdale trascorre 36 anni nella stessa divisione, i tifosi resteranno al suo fianco – e lo hanno fatto.”
I club calcistici non possono essere trattati come “normali vecchie aziende” finché fa comodo. Sono beni della comunità, istituzioni sociali. I ricavi da stadio rappresentano oggi una fetta sempre più piccola degli introiti rispetto ai giganteschi diritti TV, è vero. Ma chi credono, le TV, che stia guardando quei canali a pagamento? Se si togliessero i tifosi, il prodotto crollerebbe istantaneamente. Ricordiamo tutti il calcio post-Covid, giocato in arene spettrali: uno spettacolo desolante che nessuno vorrebbe rivivere. L’atmosfera e la passione dei tifosi sono il prodotto stesso che la Premier League vende a caro prezzo in tutto il mondo.
Spostare la proprietà di uno stadio come il St. James’ Park, carico di storia, memoria e significato, in una “scatola legale corretta” (per usare le parole della dirigenza del Newcastle) significa trattare con leggerezza inquietante un patrimonio emotivo inestimabile.

LA PROSPETTIVA PARTENOPEA: UN PARAGONE OBBLIGATO

Leggere queste righe dal punto di vista di un tifoso del Napoli fa un certo effetto. Da anni, sotto il Vesuvio, si discute (e spesso si litiga) sul modello gestionale del presidente Aurelio De Laurentiis. Un modello improntato all’autofinanziamento, al rigoroso rispetto dei bilanci, al rifiuto sistematico dei “passi più lunghi della gamba”.
Molte volte, vedendo le cifre astronomiche spese oltremanica anche da squadre in lotta per non retrocedere in Premier League, è montata la frustrazione tra i tifosi azzurri. La percezione era quella di un club, il Napoli, costretto a correre con le utilitarie in un circuito di Formula 1.
Eppure, l’articolo di The Athletic ci dimostra esattamente il contrario: quella Formula 1 sta bruciando il motore. La Premier League è un sistema in cui “perdere 105 milioni di sterline in tre anni è una condanna a morte per molte aziende, ma nel calcio inglese è un obiettivo”. Un ecosistema drogato da una spesa fuori controllo, che non sa porsi un limite e che, quando sbatte contro le sue stesse, blande regole (le PSR), inventa trucchi di contabilità creativa per salvarsi.
Il Napoli, con la conquista del suo terzo storico Scudetto, ha dimostrato all’Europa intera e al mondo del calcio moderno che è possibile trionfare senza ipotecare il futuro. Lo ha fatto mantenendo un bilancio sano, scovando talenti inesplorati, valorizzando il lavoro sul campo anziché quello dei commercialisti.
Non stiamo dicendo che la situazione a Napoli sia perfetta. La questione infinita dello Stadio Diego Armando Maradona, i bracci di ferro con le amministrazioni locali, le difficoltà a modernizzare le infrastrutture sono ferite aperte nel cuore della tifoseria. Ma perlomeno, il tempio di Fuorigrotta non rischia di essere ceduto a una holding creata ad hoc alle Isole Cayman per far quadrare l’acquisto di un difensore (anche perché il Maradona non è di proprietà del club ndr).

UN SISTEMA IRREPARABILE?

L’amara conclusione di Weatherspoon è che non c’è una vera soluzione all’orizzonte. Il termine “equilibrio competitivo” (competitive balance) non compare mai nelle 116 pagine del Football Governance Bill approvato lo scorso anno per istituire un ente regolatore indipendente in Inghilterra.
Le attuali regole PSR spariranno presto, sostituite dalla Squad Cost Rule (SCR), una norma che legherà la spesa direttamente ai ricavi. Sebbene questo possa eliminare il fascino di vendersi lo stadio a se stessi, finirà per cristallizzare lo status quo. I club più ricchi avranno ricavi maggiori e, di conseguenza, un tetto di spesa più alto. Il divario tra le celebri “Big Six” della Premier League e il resto del mondo non farà che allargarsi, rendendo i miracoli sportivi sempre più impossibili.
In appena 48 ore, l’Inghilterra calcistica ha assistito al Newcastle che vende lo stadio a se stesso, all’Aston Villa che fa lo stesso con la squadra femminile, e al Chelsea che brucia oltre 250 milioni di sterline in un solo anno, trattandoli come spiccioli persi nei cuscini del divano. E la cosa più assurda, sottolinea The Athletic, è che in tutto questo non è stata violata alcuna regola nazionale.
Chris Weatherspoon chiude con una frase lapidaria: “Potrebbe sembrare pigro dire che il calcio è rotto, ma lo sport ci sta dando poche opportunità per fornire un’argomentazione contraria”.
E noi, dalla nostra prospettiva, non possiamo che concordare. Custodiamo gelosamente la nostra realtà, con tutti i suoi difetti e le sue spigolosità. Perché se l’alternativa è vendere la propria identità e la propria casa per rincorrere l’illusione di una sterlina in più, forse è meglio continuare a tifare per un calcio in cui i conti tornano, ma soprattutto, in cui la passione non è un mero numero in un foglio Excel.

Giulio Ceraldi

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