Gli azzurri dopo l’eliminazione

IL PESO DEL NULLA

A distanza di poco più di ventiquattrore, il silenzio che avvolge la spedizione di Zenica fa più rumore delle urla dei tifosi bosniaci. Quello che abbiamo visto in campo non è stato solo un fallimento tecnico; è stato il materializzarsi di un presagio. Una squadra scesa sul rettangolo verde col macigno di chi sa di essere sull’orlo del baratro per la terza volta consecutiva. Dodici anni senza un Mondiale. Un’intera generazione di adolescenti che non ha mai visto l’Azzurro competere sul palcoscenico più importante.
Ora, puntualmente, è iniziata la caccia alle streghe. Si chiedono “teste”, si invoca la “piazza pulita”. Ma siamo onesti: quante volte abbiamo già sentito queste parole? Lo avevamo scritto già qualche tempo fa su queste pagine, analizzando come la Nazionale sia lo specchio di un sistema fallito, dove l’orologio è fermo mentre il resto del mondo corre. Ma oggi dobbiamo fare un passo avanti. Dobbiamo chiederci se il problema non sia molto più profondo di un modulo sbagliato o di un CT inadeguato. Il problema è culturale.

I FIGLI COME INVESTIMENTI: IL PECCATO ORIGINALE DELLE FAMIGLIE

Tutto inizia nei campetti di periferia, ogni sabato mattina. Osservate le tribune: non vedrete genitori felici di vedere i figli socializzare o divertirsi. Vedrete “investitori”. Padri e madri che guardano il proprio bambino di otto anni e, invece di un figlio che gioca, vedono il nuovo Yamal, il nuovo Dowman, o semplicemente un “assegno circolare” che possa risolvere i problemi finanziari della famiglia.
Il calcio non è più sport, è una lotteria dove il biglietto è il talento (presunto) di un minore. Questo trasforma il divertimento in pressione insostenibile. Se il bambino sbaglia un passaggio, non riceve un incoraggiamento, ma uno sguardo di disappunto o, peggio, le urla contro l’allenatore “colpevole” di non aver capito il valore del piccolo fuoriclasse. Come ha ricordato recentemente un’icona come Totò Di Natale, un tempo i genitori non venivano nemmeno a vedere gli allenamenti. Oggi, a 14 anni, i ragazzi hanno già il procuratore e una mentalità da professionisti consumati, senza averne ancora la struttura emotiva.

SCUOLE CALCIO O FABBRICHE DI ILLUSIONI?

E qui arriviamo alle scuole calcio stesse. Spesso diventano complici di questo meccanismo. Invece di insegnare la sportività, la tecnica di base e la gestione della sconfitta, infarciscono la testa dei bambini di tatticismi esasperati. Si gioca per vincere il “Torneo della Salsiccia”, non per formare calciatori. La priorità è il risultato immediato, perché il risultato porta iscrizioni e le iscrizioni portano fatturato.
In Italia, la formazione giovanile è diventata un business di volume, non di qualità. E mentre noi ci perdiamo in liti tra genitori e classifiche dei pulcini, all’estero hanno capito che il calcio è altro.

IL DIVARIO INFRASTRUTTURALE: IL CONFRONTO CHE CI UMILIA

Parliamo di numeri, quelli che non mentono mai. Qualche anno fa la Germania, dopo un Europeo fallimentare, decise di radere al suolo il proprio sistema e ricostruirlo. Risultato? Centinaia di Centri Federali sparsi capillarmente sul territorio. La Francia ha Clairefontaine e una rete di accademie che sforna talenti a ciclo continuo. La Spagna ha una filosofia identitaria che parte dai centri federali e arriva alla Nazionale maggiore.
E noi? Noi abbiamo poche decine di Centri Federali Territoriali, spesso sottofinanziati o limitati da una burocrazia asfissiante. Pensiamo di cambiare le cose cambiando un uomo al comando, senza capire che mancano le fondamenta. Abbiamo discusso a lungo sul limite strutturale del nostro calcio, e se questo vale per un club solido come il Napoli, figuriamoci per un movimento federale che non investe nel futuro da decenni.

UN PAESE VECCHIO CHE TARPA LE ALI

La verità, amara, è che siamo un Paese vecchio nella mentalità prima ancora che all’anagrafe. Viviamo di rendita sui successi del passato, convinti che “siamo l’Italia” e che prima o poi la fortuna girerà. Ma il calcio moderno non aspetta.
L’unica cosa che sappiamo fare con efficienza è mantenere lo status quo. Le stesse facce nelle istituzioni, le stesse logiche di potere, lo stesso timore di lanciare i giovani. Questo crea quell’inarrestabile “emorragia” di cui vediamo gli effetti ogni giorno: non solo calciatori, ma allenatori e giovani eccellenze che scappano all’estero per non vedersi tarpare le ali. Se in Italia un ventunenne è ancora “un giovane che deve fare esperienza” e in Inghilterra o Spagna è un titolare della Nazionale, il problema è evidente.
Andarsene diventa l’unica via per non soccombere alla mediocrità di un sistema che preferisce un usato sicuro a un rischio promettente. E non è solo il calcio, purtroppo: è lo specchio di un’Italia che non sa più sognare in grande perché ha paura di cambiare le piccole cose.

L’ANNO ZERO O L’OBLIO?

Dopo tre qualificazioni mondiali fallite, non siamo più davanti a un incidente di percorso. Siamo davanti a un fallimento sistemico. La rivoluzione non deve riguardare solo le poltrone della FIGC, ma deve partire dai campi di terra battuta, dalle scuole, dalle famiglie.
Dobbiamo decidere se vogliamo continuare a essere il Paese della nostalgia, che guarda i DVD del 1982 e del 2006 con le lacrime agli occhi, o se vogliamo finalmente avere il coraggio di rivoluzionare tutto. Ma per farlo, dobbiamo accettare una verità scomoda: il problema non è chi va in campo, ma tutto quello che c’è intorno.
Zenica non è stata la fine. È stata l’ennesima sveglia. La domanda è: avremo finalmente voglia di alzarci dal letto o preferiremo girarci dall’altra parte e continuare a dormire nel nostro mediocre status quo?

Giulio Ceraldi

P.S. E non mettiamo in mezzo la solita solfa dei troppi stranieri. Ce li hanno pure gli altri: bravi e meno bravi.

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