Dzeko e compagni esultano dopo i rigori

Oggi, parliamo nuovamente di Nazionale, ma soprattutto dobbiamo parlare di un vizio antico, radicato e, a quanto pare, incurabile del calcio italiano: la presunzione. Lo facciamo prendendo spunto da un pezzo tanto lucido quanto tagliente firmato da Paolo Ziliani, pubblicato sulle pagine de Il Fatto Quotidiano di oggi. Un pezzo intitolato, in maniera inequivocabile: “Che cul… la Bosnia! L’intempestiva esultanza azzurra (e ora scongiuri)”.
L’autore mette il dito in una piaga che noi, da queste parti, conosciamo benissimo. A Napoli la scaramanzia non è un passatempo, è una scienza esatta, una religione non scritta che governa le leggi dell’universo. Esultare prima del tempo? Una blasfemia che gli dei del calcio puniscono con proverbiale crudeltà. Eppure, a Coverciano e dintorni, sembrano aver dimenticato le lezioni del passato, persino quelle più recenti e dolorose.

LA CRONACA DI UN “DELITTO” PERFETTO IN DIRETTA TV

Riavvolgiamo il nastro a giovedì sera. L’Italia, sudando freddo, riesce a superare l’Irlanda del Nord nella semifinale dei playoff al New Balance Arena di Bergamo. L’adrenalina scende, la qualificazione per la finale è in tasca, ma manca l’avversario. Dall’altra parte del tabellone, in Galles, i padroni di casa e la Bosnia si stanno giocando l’accesso all’atto finale ai calci di rigore, dopo un tiratissimo 1-1 protrattosi fino ai supplementari.
Ed è qui che le telecamere di Rai Uno catturano la scena incriminata, il “siparietto” che ha fatto saltare sulla sedia Ziliani e non solo. Sui nostri schermi compaiono alcuni giocatori azzurri. Ziliani ne riconosce tre: Dimarco, Pio Esposito e, nota dolente per noi tifosi partenopei, il nostro Alex Meret. Sono lì, incollati a un display, a seguire la lotteria dei rigori di Cardiff.
Tutto normale, direte voi. La tensione agonistica, la curiosità per il prossimo avversario. Il problema, però, esplode, letteralmente, quando Alajbegovic trasforma il rigore del definitivo 5-3 per la Bosnia. La reazione del gruppetto azzurro non è un composto sospiro di sollievo, né uno sguardo di concentrazione per la sfida imminente. No, come racconta Ziliani, “il gruppo azzurro esplode in uno spontaneo movimento di esultanza collettiva”.
Hanno festeggiato. In diretta nazionale. Hanno festeggiato perché, nei loro calcoli, la Bosnia fa meno paura del Galles. Hanno esultato per aver evitato la bolgia di Cardiff, credendo di aver pescato il biglietto vincente della lotteria.
Negli studi Rai, l’unico a rendersi conto della gravità della situazione (e del potenziale boomerang karmico) è Lele Adani, che, scuro in volto, rimbrotta: “Ragazzi, avevate detto di non farli vedere, poi li inquadrate mentre esultano: bisogna esultare martedì!”. Parole sante, Lele. Parole che risuonano come un monito inascoltato.

IL WEB NON DIMENTICA, I BOSNIACI NEMMENO

Nel calcio iper-connesso del 2026, un gesto del genere non passa inosservato. I confini non esistono più e le immagini viaggiano alla velocità della luce. Se a Napoli tocchiamo ferro, a Sarajevo e a Zenica preparano a dare battaglia (metaforicamente parlando, s’intende).
Ziliani sottolinea giustamente come far sapere al mondo intero di essere felici di affrontare la Bosnia non sia stata esattamente una “mossa intelligente”. E i risultati non si sono fatti attendere. L’account X (l’ex Twitter) “Bosnian Football”, seguitissimo dalla tifoseria balcanica, ha immediatamente ripreso il video della “bisboccia azzurra”, accompagnandolo con parole che sanno di promessa bellica: “Guardate che mancanza di rispetto e che arroganza da parte dell’Italia. Stanno già festeggiando dopo che abbiamo vinto ai rigori. Ne terremo conto a Zenica!”.
Ecco, ci siamo riusciti. Abbiamo preso una squadra che già di per sé fa dell’orgoglio nazionale e della garra balcanica il suo punto di forza, e le abbiamo fornito la più potente delle motivazioni: il senso di rivalsa contro l’arroganza dei “ricchi” italiani.

IL VIZIO DELLA PRESUNZIONE: DA GRAVINA ALL’ULTIMO DEI MAGAZZINIERI

Il pezzo del Fatto Quotidiano si fa poi affilato come un rasoio quando analizza la percezione distorta che il nostro movimento calcistico ha di sé e degli altri. Ziliani usa un’ironia amara, tirando in ballo i vertici federali: “può darsi che nell’immaginario collettivo degli azzurri, dal presidente Rovina, pardon Gravina all’ultimo dei magazzinieri il Galles fosse visto come l’Ungheria di Puskas, Czibor e Kocsis e la Bosnia come San Marino”.
Un lapsus freudiano (“Rovina” per Gravina) che strappa un sorriso amaro e che riassume il disastro gestionale e di mentalità che da anni affligge la nostra Nazionale. Crediamo ancora, intimamente, di essere i padroni del calcio, che il blasone basti a vincere le partite, che l’essere l’Italia ci garantisca un diritto divino di superiorità.
Ma la realtà del campo è diversa. La Bosnia non è il Brasile di Pelé, d’accordo, ma è la squadra che, capitanata da un intramontabile Edin Dzeko (che a 40 anni suonati ha ancora la forza di segnare e trascinare i suoi ai rigori!), ha buttato fuori proprio quel Galles che noi temevamo tanto. Andremo a giocare a Zenica, in uno stadio infuocato, circondati da 3 milioni di abitanti di un Paese dell’ex Jugoslavia che ci aspetta per giocarsi il tutto per tutto.

I FANTASMI DEL PASSATO: UNA LEZIONE MAI IMPARATA

Ed è qui che l’articolo del Fatto Quotidiano tocca il punto nevralgico, quello che dovrebbe farci tremare i polsi e farci rintanare nel silenzio stampa fino al fischio d’inizio di martedì. Noi italiani, forti dei nostri 59 milioni di abitanti e della nostra presunta superiorità tecnica, tendiamo a guardare dall’alto in basso le nazioni più piccole.
Ziliani ci ricorda brutalmente i numeri: la Bosnia ha 3,1 milioni di abitanti, “mezzo milione meno della Toscana”. Facile sentirsi sbruffoni, vero? Peccato che la storia recente (e meno recente) della Nazionale Azzurra sia lastricata di umiliazioni contro avversari considerati “materasso”.
Il giornalista riapre la ferita più dolorosa: marzo 2022, Palermo. Playoff per andare ai Mondiali in Qatar. L’avversario è la Macedonia del Nord. Abitanti: 1,8 milioni (meno della Calabria, ci ricorda l’autore). L’esito lo conosciamo tutti, impresso a fuoco nella nostra memoria come un incubo. Il gol al 92esimo di Aleksandar Trajkovski, all’epoca tesserato per l’Al-Fayha in Arabia Saudita. Una catastrofe sportiva che ci ha costretto a guardare il secondo mondiale consecutivo dal divano. Anche in quel caso, l’arroganza, l’idea che la qualificazione fosse una formalità, ci ha distrutti da dentro prima ancora di scendere in campo.
E se andiamo indietro nel tempo, il “Libro Nero” dell’Italia è pieno di queste pagine oscure. Ziliani cita giustamente il capostipite di tutti i nostri incubi calcistici: Pak Doo Ik, il dentista nordcoreano che nel 1966 ci rispedì a casa dal Mondiale inglese a suon di pomodori.
Corea del Nord, Macedonia del Nord… e ora?

L’INFERNO DI ZENICA E IL RISCHIO DI NON POTER PIÙ RIDERE

La conclusione dell’articolo è un misto tra una preghiera laica e un avvertimento funesto: “preghiamo che domani nel Libro Nero dell’Italia non si aggiunga il nome di un Demorivic, di un Tabakovic o di un Alajbegovic”.
A Zenica non troveremo un tappeto rosso. Troveremo una squadra solida, ruvida, esperta. Troveremo vecchie volpi che conoscono benissimo il calcio italiano, gente come Dzeko, Kolasinac e Muharemovic. Giocatori che sanno come si vince, come si lotta e che, soprattutto, avranno interiorizzato e trasformato in carburante l’esultanza prematura di Meret e soci.
Se martedì sera le cose dovessero andare male, e chiunque abbia un minimo di sale in zucca e di rispetto per la Dea Bendata sa che in partite del genere basta un episodio storto, un rimpallo sfortunato o un calo di tensione per buttare all’aria anni di lavoro, a ridere a crepapelle non saranno certo i nostri in diretta su Rai Uno. A ridere saranno loro, i bosniaci, felicissimi della nostra mancanza di rispetto.

IMPARARE A SOFFRIRE (IN SILENZIO)

Noi napoletani, abituati a vivere il calcio con la passione bruciante e la scaramanzia atavica che contraddistingue la nostra terra, non possiamo che sottoscrivere ogni singola virgola dell’analisi di Paolo Ziliani su Il Fatto Quotidiano.
Vedere giocatori professionisti che esultano per l’eliminazione di un avversario prima ancora di aver giocato il proprio match decisivo è un errore da matita blu. È un peccato di Hybris, la superbia che gli antichi greci ritenevano la causa principale della rovina degli uomini.
Forse in Nazionale dovrebbero farsi un giro a Napoli prima di preparare partite del genere. Imparerebbero che il fato non va stuzzicato, che le vittorie si festeggiano solo dopo il triplice fischio dell’arbitro e che il rispetto per l’avversario, qualunque sia il suo blasone o il numero dei suoi abitanti, è la prima regola per evitare figuracce storiche.
Incrociamo le dita, tocchiamo tutto ciò che c’è da toccare, e speriamo che domani sera, a Zenica, si possa finalmente esultare per davvero. Ma fino ad allora: silenzio, umiltà e testa bassa. Perché il confine tra l’essere eroi e il finire nel Libro Nero è sottile come un calcio di rigore.

Giulio Ceraldi

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