Conte e Fàbregas ai tempi del Chelsea

C’è un fantasma che si aggira per i campi della Serie A, e non ha i capelli bianchi dei soliti decani della panchina a cui il nostro calcio si affida per disperazione o mancanza di coraggio. Ha 38 anni, viene dalla Masia, ha studiato alla corte di Arsène Wenger e Pep Guardiola (senza disdegnare gli appunti presi da Mourinho e Conte) e sta commettendo il peccato più imperdonabile per la cultura sportiva del nostro Paese: sta dimostrando che si può fare calcio in modo diverso.
L’ottimo reportage di James Horncastle sulle colonne di The Athletic dedicato a Cesc Fàbregas e al suo Como non è solo il ritratto di un allenatore emergente. È, a ben guardare, una spietata radiografia dei mali del calcio italiano contemporaneo. Un sistema bloccato, autoreferenziale, terrorizzato dal nuovo e cronicamente aggrappato ai propri dogmi tattici.

IL CORTOCIRCUITO CULTURALE: LA LESA MAESTÀ

Per capire la portata del lavoro di Fàbregas a Como, bisogna prima analizzare la reazione che sta scatenando. Horncastle sottolinea come la sua “onestà radicale” nelle interviste, in cui spiega nel dettaglio movimenti, concetti e visioni, venga scambiata dai salotti televisivi italiani per arroganza o, peggio, per una sorta di complesso di superiorità catalano.
È il classico meccanismo di difesa di un sistema obsoleto. In un campionato dove il 3-5-2 è diventato una copertina di Linus per chiunque lotti per non retrocedere (e non solo), e dove gli allenatori vengono riciclati all’infinito, l’arrivo di un outsider che porta il Como a ridosso della zona Champions League a soli 18 mesi dalla promozione viene vissuto come una minaccia.
Le frizioni con i senatori della nostra panchina non sono semplici episodi di nervosismo da campo. Il presunto rifiuto di Gasperini di stringergli la mano o le presunte offese (“bambino”, “idiota”) attribuite ad Allegri dopo un battibecco a bordo campo, sono i sintomi di un’intolleranza verso chi non rispetta le gerarchie non scritte. Fàbregas non si limita a battere le grandi piazze; lo fa togliendo loro il pallino del gioco e, soprattutto, togliendo loro alibi. E questo, per l’establishment, è intollerabile.

L’ANTIDOTO AL MAN-TO-MAN: UNA LEZIONE TATTICA

Ma andiamo oltre il gossip e analizziamo il campo. Qual è la vera cifra tattica di questo Como? Non è il “tiki-taka” stucchevole che in molti, superficialmente, gli attribuiscono. È piuttosto un calcio di principi, adattabile e iper-moderno.
L’intuizione di far allargare il campo del Sinigaglia di 50 centimetri per lato è un manifesto programmatico. Luciano Spalletti, non a caso uno dei pochi veri innovatori del nostro calcio, e profondo estimatore dello spagnolo, ne ha colto subito l’essenza: dilatare il campo significa dilatare le maglie delle difese avversarie, creando quei mezzi spazi (gli half-spaces) fondamentali per il gioco posizionale.
Il vero capolavoro di Fabregas, però, è la decostruzione del sistema difensivo italiano per eccellenza: le marcature a uomo a tutto campo. Come raccontato ad The Athletic, Fabregas ha passato gli ultimi tre anni a studiare come scardinare questo dogma. La soluzione adottata contro la Roma è da manuale del calcio moderno: spostare il difensore centrale Jacobo Ramon a centrocampo e poi largo a destra, portando il suo marcatore (El Shaarawy) in zone di campo a lui sconosciute. Risultato? Superiorità numerica costante, dominio sulle seconde palle e avversario disinnescato. È l’antitesi del calcio speculativo: è la tattica usata in modo proattivo per creare confusione nell’avversario, non per distruggere il suo gioco.

IL PARADOSSO DEI VIVAI E L’ALIBI DEI CAPITALI

C’è poi l’elefante nella stanza: i soldi. È innegabile che la proprietà indonesiana (la famiglia Hartono) garantisca al Como una disponibilità economica fuori scala per una neopromossa. Ma la storia recente della Serie A ci insegna che spendere tanto non equivale a spendere bene (ogni riferimento ai 90 milioni spesi in estate dalla Fiorentina, o alle passate gestioni di altre big, non è casuale).
Il Como non fa panico da calciomercato. Escludendo parametri zero di lusso funzionali alla crescita del brand (Varane, Sergi Roberto) o colpi mirati (Morata), la dirigenza guidata da Carlalberto Ludi sta comprando potenziale. Baturina, Assane Diao, Nico Paz: talenti purissimi che scelgono la provincia lombarda perché lì c’è un progetto tecnico di respiro europeo. Mentre le big italiane si accapigliano per i soliti nomi noti della Serie A, il Como pesca a 2 milioni di euro portieri rivelazione come Jean Butez o esterni che trasformano la squadra in una macchina da pressing offensivo (primi in Serie A per PPDA).
E la polemica sull’assenza di italiani in rosa? Anche qui, Fàbregas fa da specchio alle nostre ipocrisie. Quando l’allenatore ammette la difficoltà di trovare giovani italiani già pronti per quel tipo di calcio, non sta attaccando il movimento: ne sta certificando il fallimento strutturale. Invece di indignarsi per il Como “troppo straniero”, la FIGC e i grandi club dovrebbero chiedersi perché le nostre accademie non producano più ali capaci di saltare l’uomo o centrocampisti in grado di reggere i ritmi del pressing europeo.

GUARDARE OLTRE IL PROPRIO NASO

Il Como di Fàbregas è una ventata d’aria fresca in una stanza chiusa da troppo tempo. Allineandosi alle tendenze europee (ali rapide, pressing alto, possesso palla fluido in moduli come il 4-3-3 o il 4-2-3-1), la squadra lariana ci sta ricordando che il calcio è globale. Non esiste un “modo italiano” di giocare a pallone che sia intrinsecamente superiore; esiste solo il calcio che funziona e quello che ristagna.
Mentre le istituzioni si preoccupano di burocrazia, licenze UEFA e Fair Play Finanziario, Fàbregas continua a parlare solo ed esclusivamente di campo. E se il nostro calcio vuole davvero uscire dalla sua crisi d’identità, farebbe bene a smettere di rinfacciargli la sua carta d’identità o il suo passaporto, e iniziare a prendere appunti.

Giulio Ceraldi

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