
Il mondo del calcio, e in particolar modo il popolo partenopeo, si stringe in un abbraccio silenzioso e commosso: all’età di 79 anni si è spento Giuseppe “Beppe” Savoldi. Un nome che, per chiunque abbia il sangue che pulsa di azzurro, non è mai stato solo quello di un semplice attaccante. Beppe è stato un’epoca, un simbolo di rinascita, un sogno diventato realtà nell’estate in cui Napoli decise che voleva sedersi al tavolo delle grandi e guardarle dritte negli occhi.
E noi, da tifosi, da innamorati di quella maglia, non possiamo fare altro che raccogliere quei valori e quell’amore per il calcio, celebrando l’uomo per il quale il Napoli abbatté ogni barriera economica pur di fargli vestire i colori azzurri.
Le origini del mito: un bergamasco con il vizio del gol
Nato a Gorlago, in provincia di Bergamo, il 21 gennaio 1947, Savoldi non era un attaccante come gli altri. Fisico possente, senso del posizionamento innato, ma soprattutto un “terzo tempo” che sembrava sfidare le leggi della gravità. Non era un caso: prima di dedicarsi anima e corpo al pallone, Beppe aveva giocato a pallacanestro ad ottimi livelli nell’A.L.P.E. Bergamo. Quel background gli regalò un’elevazione clamorosa. Quando staccava di testa, sembrava rimanere sospeso in aria un secondo in più rispetto ai difensori avversari, il tempo esatto per incornare il pallone e spedirlo in rete.
Esordì in Serie A nel 1965 con la “sua” Atalanta, ma fu a Bologna che divenne un attaccante di livello assoluto. In terra emiliana vinse la Coppa Italia nel 1970 e si laureò capocannoniere della Serie A nella stagione 1972-73, attirando su di sé le attenzioni di tutti i più grandi club italiani. Ma il destino aveva in serbo per lui una piazza molto più calda.
L’ESTATE DEL ’75 E IL BOATO DI NAPOLI: NASCE “MISTER DUE MILIARDI”
Per capire cosa ha significato l’arrivo di Beppe Savoldi a Napoli, bisogna fare un salto indietro nel tempo, precisamente all’estate del 1975. L’Italia viveva anni complessi, gli “Anni di Piombo”, e Napoli stava attraversando un periodo di grande fermento sociale e politico (erano i giorni della prima giunta di sinistra guidata da Maurizio Valenzi).
In questo clima, il presidente del Napoli, Corrado Ferlaino, decise di compiere un’operazione di mercato che fece tremare le fondamenta del calcio italiano. Ferlaino voleva regalare all’allenatore Luis Vinicio la punta di diamante per completare una squadra già fortissima e puntare allo scudetto. Per strappare Savoldi al Bologna, il Napoli mise sul piatto una cifra astronomica, un record assoluto e inimmaginabile per l’epoca: un miliardo e quattrocento milioni di lire in contanti, più il cartellino di Sergio Clerici (il celebre “Gringo”) e la metà di quello di Rosario Rampanti. Valore totale dell’operazione: due miliardi di lire.
Da quel momento, la stampa lo ribattezzò in un solo modo: Mister Due Miliardi.
La cifra fece scandalo. Si aprirono dibattiti nei salotti televisivi, se ne parlò in Parlamento, i sociologi analizzarono l’impatto di una spesa simile in una città ricca di contraddizioni come Napoli. Ma per noi tifosi, quella cifra rappresentava un’altra cosa: era il segnale che il Napoli non era più la squadra simpatica del Sud che faceva da sparring partner alle potenze del Nord. Il Napoli faceva sul serio. L’accoglienza in città fu da brividi: migliaia di persone impazzite di gioia, convinte che con quel gigante bergamasco in area di rigore, lo scudetto non fosse più solo un’utopia.

LE STAGIONI IN AZZURRO (1975-1979): IL RE DEL SAN PAOLO
L’impatto di Savoldi con l’ambiente partenopeo fu straordinario. Non si lasciò mai schiacciare dal peso di quel soprannome ingombrante. Al contrario, dimostrò subito di valere ogni singola lira spesa per lui. Nelle sue quattro stagioni all’ombra del Vesuvio, dal 1975 al 1979, Beppe collezionò 118 presenze impreziosite da 55 reti, numeri che lo consacrarono come uno degli idoli incontrastati di Napoli.
Savoldi era il terminale offensivo perfetto per il gioco totale e avvolgente di Vinicio. Il suo primo anno fu indimenticabile, pur non portando lo Scudetto tanto sognato. Il Napoli, infatti, conquistò la Coppa Italia del 1975-76 travolgendo in finale il Verona per 4-0. E indovinate chi aprì le marcature? Ovviamente lui, Beppe.
Ma non si fermò lì. Pochi mesi dopo, il Napoli sollevò anche la prestigiosa (all’epoca) Coppa di Lega Italo-Inglese, sconfiggendo il temibile Southampton in una doppia sfida epica. Savoldi fu protagonista assoluto, lasciando la sua firma indelebile in un San Paolo stracolmo e ribollente di passione.
Le sue doti migliori: Oltre al già citato stacco di testa imperioso, Beppe era un cecchino infallibile dal dischetto. I suoi calci di rigore, calciati con freddezza glaciale, erano una sentenza.
L’uomo dietro il campione: A dispetto del rumore mediatico, a Napoli Savoldi si dimostrò un professionista esemplare, un ragazzo pacato e serio, profondamente rispettoso della piazza. Era un bomber “silenzioso”, che faceva parlare il campo, lontano dagli eccessi e profondamente attaccato alla famiglia.
UN LEGAME CHE SUPERA LE GENERAZIONI
Quello tra la famiglia Savoldi e la città di Napoli è un filo doppio, un destino incrociato. L’amore viscerale che Beppe ha lasciato nella nostra città ha trovato una sua poetica continuazione molti anni dopo. Nella stagione 2003-2004, una delle annate più buie e difficili della nostra storia recente (l’anno del declino in Serie B che precedette il fallimento), a vestire la maglia azzurra fu proprio suo figlio, Gianluca Savoldi.
Gianluca portava sulle spalle un cognome pesante come un macigno, ma onorò la maglia con lo stesso impegno del padre, provando a regalare speranze a una piazza in sofferenza. Quel passaggio di testimone dimostra quanto il nome “Savoldi” non sia mai stato solo di passaggio dalle nostre parti, ma abbia messo radici profonde nella nostra terra.
L’ULTIMO SALUTO A UN SIGNORE DEL CALCIO
Dopo aver lasciato Napoli nel 1979, Beppe tornò al suo Bologna, per poi chiudere la carriera dove tutto era iniziato, all’Atalanta. Ha continuato a vivere il calcio da allenatore e da opinionista, sempre con quella sua pacatezza signorile che lo distingueva. Con 230 reti complessive in carriera e un posto fisso tra i migliori marcatori all-time della Serie A, Savoldi lascia in eredità un pezzo di storia del nostro calcio.
Oggi piangiamo l’uomo, l’atleta, il “Mister Due Miliardi” che ci ha fatto sentire invincibili per quattro meravigliose stagioni. Quello stacco di testa poderoso, le braccia alzate sotto la curva, la sensazione che, finché la palla fosse spiovuta in area, ci avrebbe pensato lui.
Riposa in pace, Beppe. Napoli non ti dimenticherà mai. Da oggi c’è un angelo in più che stacca di testa nel cielo azzurro e noi siamo sicuri che arriverà sempre, ancora una volta, per primo sul pallone.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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