L’Italia Campione del Mondo nel 1982

L’orologio del calcio italiano è fermo, ma le lancette dell’orologio globale continuano a correre inesorabili. Mentre a Londra ragazzini di sedici anni riscrivono la storia della Premier League e in Spagna i diciottenni guidano il centrocampo della Nazionale maggiore, nei nostri confini un ventiduenne è ancora considerato un “giovane prospetto” da mandare a farsi le ossa in Serie C, in un circolo vizioso di prestiti che sa tanto di parcheggio a pagamento. L’ho già scritto su queste pagine, analizzando il paradosso del talento: all’estero chi è bravo gioca, in Italia chi è bravo aspetta. Aspetta il suo turno in una sala d’attesa che non si svuota mai, governata da dirigenti che hanno scambiato le poltrone federali per troni ereditari intoccabili.
Oggi ci ritroviamo qui, col fiato sospeso per un’altra, l’ennesima, partita da dentro o fuori. L’ombra lunga di una terza eliminazione consecutiva dai Mondiali si allunga sulle nostre teste. Dopo le notti da incubo contro la Svezia nel 2018 e contro la Macedonia del Nord nel 2022, il terrore di non salire nemmeno sul volo per l’edizione del 2026, passando per l’Irlanda del Nord e poi per Galles o Bosnia, è un macigno psicologico insostenibile.
Ma fermiamoci un attimo a riflettere. Togliamo la sciarpa tricolore dal collo per qualche minuto, mettiamo da parte l’istinto viscerale del tifoso e guardiamo la realtà con il cinismo che l’analisi, quella vera, richiede.

ONESTÀ INTELLETTUALE: NON TIFO CONTRO, MA GUARDO IL BICCHIERE MEZZO PIENO

Voglio fare una premessa essenziale, a costo di risultare impopolare. Non scrivo questo pezzo per fare proseliti, né mi illudo di attirarmi le simpatie del grande pubblico nazionalpopolare. Lo faccio per pura e semplice onestà intellettuale: dico e scrivo quello che penso.
Sia chiaro: io non tiferò mai contro l’Italia. Non siederò sul divano sperando che l’Irlanda del Nord ci faccia gol, né guferò i nostri ragazzi in un’eventuale finale playoff a Cardiff o a Zenica. Se la Nazionale verrà eliminata, mi dispiacerà enormemente. Chi ama questo sport prova sempre una profonda amarezza nel vedere la propria Nazionale fallire l’appuntamento più importante. Ma, se questo disastro dovesse davvero compiersi, il mio cervello mi imporrà di guardare il bicchiere mezzo pieno. Anzi, di vederlo come un’opportunità clamorosa.
Perché valuterei la terza eliminazione consecutiva non solo come una tragedia sportiva, ma come un’occasione irripetibile. Forse l’unica che ci è rimasta per fare, una volta per tutte, piazza pulita. Per radere al suolo un vecchio organigramma dirigenziale incancrenito, per spazzare via un modo obsoleto di concepire il calcio in Italia e per resettare un sistema che sta lentamente uccidendo la nostra passione. Siamo davvero sicuri che una qualificazione strappata coi denti, all’ultimo respiro, servirebbe al movimento O sarebbe solo l’ennesima passata di vernice fresca su un palazzo le cui fondamenta stanno inesorabilmente cedendo?

IL SINTOMO DI UN MALE PROFONDO: I VERTICI MUMMIFICATI

Due eliminazioni mondiali consecutive e una terza che pende sulle nostre teste come una spada di Damocle non sono sfortuna. Non sono “un episodio girato male”, un palo interno, un rigore sbagliato o una folata di vento avversa. Nel calcio moderno, la fortuna e la sfortuna si bilanciano nel lungo periodo. Se fallisci l’accesso alla massima competizione globale per un intero decennio, significa che il tuo sistema è marcio dalla testa.
Il problema del nostro calcio non risiede nei piedi dei giocatori, ma nelle teste di chi lo governa. Abbiamo un vertice dirigenziale che sembra essere rimasto ancorato agli anni ’90, l’epoca d’oro delle “Sette Sorelle”, quando i soldi piovevano dal cielo, i presidenti erano mecenati e bastava aprire il portafogli per comprare il fuoriclasse sudamericano o europeo di turno. Quel mondo non esiste più, è polvere. Oggi il calcio è sostenibilità, infrastrutture di proprietà, data analysis, programmazione a lungo termine e, soprattutto, valorizzazione estrema dei settori giovanili.
E noi cosa facciamo? Continuiamo a proporre riforme gattopardesche: cambiare la superficie per non intaccare la sostanza. Ci affidiamo a presidenti federali e dirigenti di Lega che passano i loro mandati a litigare sui contratti dei diritti televisivi (sempre più poveri) e sull’indice di liquidità, piuttosto che imporre regole ferree sulle strutture d’allenamento. La mancanza cronica di stadi di proprietà, un tema a noi molto caro su questo blog, dove stiamo analizzando modelli virtuosi come quello dell’Everton, è solo la punta dell’iceberg. Sotto il livello dell’acqua c’è una disorganizzazione strutturale, politica e sportiva che fa spavento.

IL GRANDE CORTOCIRCUITO: IL BUCO NERO TRA LE GIOVANILI E IL CALCIO CHE CONTA

C’è poi un elefante nella stanza che nessuno vuole guardare dritto negli occhi: la nostra politica sulle giovani leve. Se analizziamo i risultati delle nostre Nazionali di categoria, c’è da stropicciarsi gli occhi. L’Under 17 arriva in fondo agli Europei, l’Under 19 li vince, l’Under 20 arriva a giocarsi finali Mondiali incantando il pianeta. I nostri ragazzi, a quell’età, sono forti, preparati, tatticamente evoluti e tecnicamente validi. Vanno benissimo.
E poi? Cosa succede nel momento in cui devono fare il grande salto nel calcio che conta? Si perdono. Vengono inghiottiti da un buco nero sistemico.
In Italia c’è una diffidenza cronica verso il ragazzo che esce dalla Primavera. Gli allenatori delle prime squadre, perennemente con la valigia in mano e ricattati dall’ossessione del risultato domenicale (perché le società non hanno progetti tecnici pluriennali, ma solo l’ansia di salvarsi o qualificarsi per le coppe), preferiscono affidarsi all’usato sicuro. Al trentacinquenne svincolato, al mestierante di provincia o allo straniero misterioso pagato a peso d’oro, pur di non prendersi la responsabilità di lanciare un diciannovenne.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i nostri ragazzi appassiscono. Nel momento più cruciale per lo sviluppo psicofisico di un atleta professionista, tra i 18 e i 21 anni, la finestra temporale in cui in Inghilterra o in Germania si gioca titolari in Champions League, i nostri talenti fanno la spola tra la panchina della Serie A, la Serie B e la Serie C. Si scontrano con difese rocciose, campi pesanti e un calcio speculativo, imparando magari la “furbizia” agonistica, ma disimparando il coraggio, l’arroganza tecnica e l’istinto. Li inquadriamo in rigidi schemi tattici, li indottriniamo con la cultura del “non prenderle” e poi, a ventiquattro anni, ci lamentiamo se non sanno saltare l’uomo.

LA NAZIONALE COME SPECCHIO DI UN FALLIMENTO

La Nazionale maggiore non è un’entità astratta, è lo specchio riflettente di questo cortocircuito. I vari Commissari Tecnici che si sono succeduti hanno fatto i salti mortali per raschiare il fondo del barile, inventandosi oriundi improbabili, naturalizzando giocatori all’ultimo minuto o pregando che il veterano di turno avesse ancora un’estate di benzina nelle gambe. Ma la Nazionale non è un club: non puoi fare mercato. Non puoi comprare il trequartista o il centravanti che ti manca. Devi costruirtelo in casa. E la nostra “fabbrica” produce pezzi meravigliosi, ma li chiude in magazzino a prendere polvere prima di metterli in vetrina.

IL BARATRO COME UNICA VIA DI SALVEZZA

Ecco perché, tornando alla mia provocazione iniziale, una terza eliminazione umiliante potrebbe essere la nostra scialuppa di salvataggio. Darebbe finalmente il “LA”. Quel suono netto, inequivocabile, che costringe un’intera orchestra scordata ad accordare i propri strumenti.
Se ci qualificassimo per il rotto della cuffia, assisteremmo all’ennesimo, stucchevole trionfo della retorica patria. I dirigenti attuali salirebbero sul carro del vincitore, sbandierando ai quattro venti il “rinascimento azzurro”, nascondendo tonnellate di polvere sotto il tappeto per altri quattro anni. Le riforme strutturali verrebbero rimandate al decennio successivo. L’organigramma si auto-assolverebbe e i giovani continuerebbero a marcire in panchina.
Ma se falliamo, non ci saranno più alibi. Non ci sarà un capro espiatorio in panchina da sacrificare sull’altare dell’opinione pubblica, come si è fatto vigliaccamente in passato. La colpa non potrà più essere addossata a un allenatore, a un arbitro o a un modulo. Il dito verrà puntato inevitabilmente verso i piani alti.
Sarebbe un’apocalisse mediatica, economica e sportiva. L’indotto svanirebbe, i ricavi crollerebbero. Lo shock sarebbe talmente violento da costringere il CONI, le istituzioni e le assemblee di Lega a commissariare, moralmente o letteralmente, un movimento fallito. Sarebbe il nostro “Anno Zero”. Da quelle macerie saremmo obbligati a cacciare i vecchi soloni dalle stanze dei bottoni. Saremmo costretti a inserire nei ruoli decisionali manager visionari, ex calciatori con un respiro internazionale, esperti veri di sviluppo sportivo. Saremmo costretti a copiare, con l’umiltà che oggi ci manca, i modelli di chi ha toccato il fondo prima di noi e ne è uscito rivoluzionando i settori giovanili, creando le Seconde Squadre in modo sistematico e trasformando finalmente gli stadi in veri e propri asset strutturali per i club.
L’azzurro è un sentimento che unisce un Paese frammentato e vederlo soffrire fa male. Ma l’amore vero, a volte, richiede il coraggio di abbattere una struttura ormai pericolante per poterla ricostruire su basi solide. Il calcio italiano ha bisogno di una rifondazione totale che nessuna qualificazione fortunosa potrà mai garantirgli. Se dobbiamo cadere, che il tonfo sia assordante. Perché solo quando avremo toccato il fondo più buio, saremo finalmente costretti a rialzarci davvero, smettendo di definire “acerbo” un ragazzo che aspetta solo di potersi prendere il mondo.

Giulio Ceraldi

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