Terna arbitrale d’antan

Ogni lunedì mattina, il rito si ripete. Che si tratti di un bar nei Quartieri Spagnoli, di un gruppo WhatsApp tra tifosi azzurri o dei salotti televisivi, il dibattito calcistico finisce inesorabilmente per essere fagocitato da un unico, estenuante argomento: la moviola. L’errore arbitrale, o presunto tale.
Un brillante pezzo di Jacob Whitehead su The Athletic ha sollevato un velo su una verità scomoda che il calcio fa finta di non vedere: abbiamo creato un ecosistema che esige la perfezione assoluta, ma le regole di questo sport rendono la perfezione letteralmente impossibile. Prendendo spunto da quella riflessione anglosassone, è tempo di guardare in faccia la realtà anche qui da noi, nel nostro amato e tormentato campionato. Perché due trattenute identiche portano a due decisioni opposte? E perché la tecnologia, che doveva essere il nostro salvagente, sembra averci trascinato in un mare ancora più in tempesta?

IL CASO STUDIO: QUANDO LA COERENZA VA A FARSI BENEDIRE

Whitehead prende in esame la partita di Premier League giocata venerdì sera tra Bournemouth e Manchester United, ma la dinamica suonerà dolorosamente familiare a qualsiasi tifoso del Napoli o di un’altra squadra di Serie A. In quella partita, si sono verificati tre episodi in area di rigore che coinvolgevano trattenute di maglia o spinte.
Episodio A: Una spinta netta su un attaccante in corsa. Nessun rigore. Nessun intervento del VAR.
Episodio B (mezz’ora dopo): Una trattenuta di maglia (meno intensa della prima spinta) che rallenta l’attaccante. Rigore concesso.
Episodio C (pochi minuti dopo): Una trattenuta ancora più vistosa e prolungata su un altro attaccante. Nessun rigore. Il VAR tace.
Le parole a fine gara dell’allenatore ad interim del Manchester United, Michael Carrick, sono l’emblema della frustrazione di chi vive il calcio: “Se ne fischi uno, devi fischiare anche l’altro. È praticamente identico. […] Non riesco a capacitarmene. È una follia.”
Non è forse la stessa identica sensazione che proviamo noi ogni maledetta domenica? Quante volte abbiamo visto concedere un “rigorino” per un tocco lieve in un Juventus-Empoli, per poi veder negare un penalty solare per una trattenuta identica in un Napoli-Lazio? Il problema non è l’errore in sé; il problema è l’incoerenza. E quando questa incoerenza viene avallata da un monitor e da arbitri chiusi in una sala video a Lissone, la frustrazione si trasforma in dietrologia e rabbia.

IL PARADOSSO DEL “CHIARO ED EVIDENTE ERRORE”

Il cuore del problema risiede nel protocollo VAR e in quella formula magica e ambigua: il chiaro ed evidente errore.
Il calcio, per sua natura, non è il tennis o il cricket. Nel tennis, la pallina è dentro o fuori la riga (una questione oggettiva). Nel calcio, tolti il fuorigioco e la Goal Line Technology, il 90% delle decisioni si basa sull’intensità.
Il contatto era abbastanza forte da far cadere il giocatore?
Il braccio era in posizione “congrua” rispetto al movimento del corpo?
La trattenuta ha davvero impedito lo slancio dell’attaccante?
Queste sono domande soggettive. E quando chiedi a un arbitro al VAR di intervenire solo se il collega in campo ha commesso un “chiaro ed evidente errore”, stai creando un cortocircuito. Se un arbitro vede una trattenuta e valuta l’intensità come “non sufficiente”, il VAR non interviene perché l’arbitro “ha visto e ha valutato”. Ma se un’ora dopo, o la domenica successiva, un altro arbitro valuta una trattenuta identica come “sufficiente” per il rigore, il VAR confermerà anche quella.
Risultato? Falli identici ricevono sanzioni diverse ed entrambe le decisioni vengono protette e validate dal protocollo.

LA LEZIONE DEL RUGBY: PARLATECI!

C’è un altro sport di contatto, incredibilmente complesso e ricco di interpretazioni arbitrali, che ha risolto (o quantomeno mitigato) questo problema in modo brillante: il Rugby Union.
Come ricorda The Athletic, nel rugby l’arbitro in campo e il TMO (l’equivalente del nostro VAR) hanno i microfoni aperti e le loro conversazioni sono trasmesse in diretta televisiva. Se ci sono due placcaggi alti molto simili, ma uno viene sanzionato con un cartellino rosso e l’altro con un giallo, il pubblico sente l’arbitro spiegare il perché: “Nel placcaggio A, il difensore non fa alcun tentativo di abbassarsi e il contatto è diretto alla testa. Rosso. Nel placcaggio B, l’attaccante scivola un istante prima dell’impatto abbassando il baricentro, mitigando la gravità del colpo. Giallo.”
Puoi non essere d’accordo con l’interpretazione, ma capisci il percorso logico che ha portato alla decisione. L’incoerenza apparente viene spiegata.
Nel calcio, invece, ci affidiamo a silenzi assordanti, a labiali mezzi coperti dalla mano (un’abitudine ridicola che andrebbe abolita) e, se siamo fortunati, agli audio rilasciati giorni dopo su DAZN in format televisivi iper-prodotti, quando ormai la rabbia dei tifosi è già esplosa. Se il calcio volesse davvero spegnere le polemiche, la soluzione sarebbe elementare: aprite i microfoni. Fateci ascoltare in tempo reale cosa si dicono l’arbitro e il VAR.

L’INSOSTENIBILE DUALISMO DEL CALCIO

Perché allora il calcio si rifiuta ostinatamente di adottare questa trasparenza? La risposta ci porta alla vera essenza di questo sport. Il calcio è lacerato da due forze contrastanti e incompatibili.
L’esigenza di fluidità: Vogliamo che il gioco scorra. Odiate quando la partita viene interrotta per tre minuti per tracciare linee al millimetro, vero? Il calcio vive di ritmo, di ripartenze, di momentum. Le istituzioni calcistiche vogliono che la decisione dell’arbitro in campo sia quella che conta, per mantenere viva l’anima “umana” e veloce del gioco.
La pretesa di giustizia assoluta: D’altro canto, il calcio moderno muove miliardi di euro. Un ingresso in Champions League o una retrocessione possono cambiare la storia finanziaria di un club (chiedetelo a De Laurentiis o a qualsiasi presidente). I tifosi pagano abbonamenti salatissimi per lo stadio e per le Pay-TV. In un ambiente con una pressione socio-economica così mostruosa, nessuno è disposto ad accettare l’errore umano. Pretendiamo la perfezione.
Ecco l’impasse. Non puoi avere un gioco veloce e fluido, basato sull’interpretazione umana, e contemporaneamente ottenere una giustizia millimetrica e infallibile. Le due cose si escludono a vicenda.

OLTRE IL TIFO: UNA VIA D’USCITA PER NOI TIFOSI E PER LE SOCIETÀ

Questa ossessione per la moviola sta lentamente avvelenando la nostra esperienza da tifosi. Ci ritroviamo a esultare a metà dopo un gol bellissimo, terrorizzati che un fuorigioco geografico o un tocco impercettibile a inizio azione possano annullare tutto.
Nel mondo anglosassone ci si interroga su come rendere meno invadente il VAR, riportandolo al suo scopo originario: correggere le “sviste clamorose” (ad esempio il gol fantasma di Muntari, lo scambio di persona), lasciando tutto il resto all’interpretazione del campo. Ma in Italia, patria della dietrologia, siamo pronti ad accettare un passo indietro della tecnologia? Saremmo pronti, da tifosi, ad accettare un rigore dato i non dato, dicendo “Va bene, l’arbitro ha valutato così, accettiamo la decisione di campo”, o grideremmo al complotto?
La verità è che la colpa non è solo degli arbitri, di Rocchi o del designatore di turno. La colpa è del sistema che noi stessi alimentiamo. Pretendiamo un’obiettività che le regole del calcio non possiedono.
Forse è arrivato il momento di fare pace con l’imperfezione. Di esigere la trasparenza (vogliamo sentire gli arbitri parlare!), ma di rassegnarci all’idea che finché nel regolamento esisteranno le parole “intensità”, “volontarietà” e “imprudenza”, due falli identici potranno sempre essere giudicati in modo diverso.
Il calcio, in fondo, è lo specchio della vita: profondamente ingiusto, totalmente soggettivo, ma dannatamente in grado di farci battere il cuore. E finché la maglia sarà lì a correre su quel prato verde, noi saremo pronti a indignarci, a litigare, ma soprattutto ad amarlo incondizionatamente.

Giulio Ceraldi

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