
C’era una volta il telecronista. C’era la voce che ti portava dentro lo stadio, c’era il racconto epico della partita, il profumo dell’erba tagliata e il boato della curva che bucava i microfoni. Oggi, se accendete la tv o aprite un sito web, vi sembrerà di essere capitati in un master alla Bocconi fuso con un simposio di ingegneria aerospaziale.
Tutti parlano di “problemi tecnico-tattici”, di “crisi economico-finanziarie”, di “braccetti”, “quinti”, “densità” e “sotto-punte”. Ma vi siete mai chiesti quanto di questo linguaggio serva davvero a spiegare il calcio e quanto invece serva solo a nascondere il fatto che chi parla, spesso, non ha la minima idea di cosa stia dicendo?
Sul nostro blog amiamo il calcio vero, quello che fa sudare e gioire, quello delle giocate e della passione. Per questo oggi facciamo un salto dietro le quinte della comunicazione sportiva, analizzando dal punto di vista linguistico e sociologico perché il giornalismo di oggi si sia ridotto a una vuota “maschera linguistica”.
L’ILLUSIONE DELL’AUTOREVOLEZZA: I “TECNICISMI COLLATERALI”
Nel giornalismo sportivo contemporaneo, il cronista non si limita più a raccontare ciò che accade. È obbligato dal sistema mediatico a trasformarsi in analista, economista, esperto di diritto sportivo, psicologo e persino dietologo. Per sopravvivere a questa richiesta di onniscienza continua, si ricorre a un gergo specifico.
Dal punto di vista strettamente lessicale, il linguista Luca Serianni (Italiani scritti, 2003, edito da Il Mulino) definiva queste espressioni “tecnicismi collaterali”. Che cos’è un tecnicismo collaterale? È una parola che non serve a indicare un concetto preciso e insostituibile (come “fuorigioco” o “calcio di rigore”, che sono tecnicismi veri). Viene usato esclusivamente per dare al discorso un tono più elevato, distaccato, quasi “scientifico”.
L’unione di due aggettivi tramite il trattino, poi, è il trucco più vecchio del mondo. A livello fonetico, pronunciare un quadrisillabo o pentasillabo conferisce a chi parla una gravitas immediata. Senti come suona bene? Riempie la bocca. Finge competenza. Ma andiamo a smontare questi mostri a due teste.
“TECNICO-TATTICO”: L’ARTE DI DIRE TUTTO PER NON DIRE NULLA
Partiamo dal re dei cliché post-partita: “La squadra ha mostrato evidenti limiti tecnico-tattici”.
Dal punto di vista semantico, questo termine composto funziona come un perfetto passe-partout. Serve ad allargare talmente tanto il recinto del significato da rendere impossibile l’errore o la smentita.
Analizziamo le due parole.
La Tecnica: Nel calcio, la tecnica è l’esecuzione del singolo gesto. È il pallone accarezzato dal mancino di Diego Armando Maradona, è il destro micidiale al volo di Careca, è la magia su punizione. È pura biomeccanica applicata al talento.
La Tattica: È l’organizzazione collettiva. Sono i movimenti senza palla, le distanze tra i reparti, la scelta di applicare un pressing alto o di aspettare l’avversario dietro la linea della palla (cose che abbiamo visto magistralmente, ad esempio, nell’anno dello scudetto di Spalletti).
Dire che ci sono “problemi tecnico-tattici” significa letteralmente dire tutto e niente. Il giornalista si risparmia la fatica enorme di analizzare cosa è andato storto. L’attaccante ha sbagliato lo stop decisivo davanti al portiere (errore tecnico)? Oppure l’allenatore ha sbagliato lo schema difensivo lasciando praterie in contropiede (errore tattico)?
Raggruppando tutto in questo mostro linguistico, la frase pronunciata nel salotto tv è sempre inattaccabile. Nessuno potrà dirti che hai torto. Ma, di fatto, hai appena “truffato” chi ti ascolta, offrendo una frase semanticamente vuota.
“ECONOMICO-FINANZIARIO”: QUANDO L’OPINIONISTA GIOCA A FARE IL BROKER
Se sul campo da gioco si “bara” con la tecnica e la tattica, è quando si parla dei bilanci delle società che si raggiungono le vette più alte (o più basse) dell’insicurezza giornalistica. L’espressione “crisi economico-finanziaria” è l’esempio più lampante di chi si addentra in territori oscuri senza la mappa.
Nel mondo dell’aziendalismo (quello vero, non quello di X o dei talk show), economia e finanza sono due concetti nettamente separati:
L’aspetto Economico riguarda i costi, i ricavi, gli ammortamenti e l’utile. Riguarda la redditività. Comprare un giocatore a 10 milioni e venderlo a 50 genera un beneficio economico (la famosa plusvalenza).
L’aspetto Finanziario riguarda i soldi veri, quelli nel cassetto. Riguarda la liquidità, i flussi di cassa, l’indebitamento. È avere i soldi liquidi sul conto corrente il giorno 27 del mese per pagare gli stipendi ai calciatori.
Nel calcio, una società può essere in salute economica ma in profonda crisi finanziaria (fa utili sulla carta, ma non ha un euro di liquidità). Oppure, viceversa, può avere perdite economiche ma un’ottima solidità finanziaria grazie alle iniezioni di capitale del presidente. Unire i due termini nel minestrone “economico-finanziario” dimostra, nel 90% dei casi, che chi parla non ha mai letto né tantomeno compreso il bilancio della squadra di cui sta pontificando. Ma suona bene, fa “Wall Street” e zittisce le obiezioni.
LA SOCIOLOGIA DEL SALOTTO TV: PERCHÉ LO FANNO?
Ma perché opinionisti, ex calciatori e giornalisti sentono il bisogno di lanciarsi in queste supercazzole? I motivi sono legati alla natura stessa della comunicazione moderna.
1. L’Horror Vacui e la dittatura del palinsesto
I media odierni vivono del terrore del silenzio (horror vacui). Con le radio locali, i canali tematici 24 ore su 24, i podcast e i siti da aggiornare ogni minuto, c’è bisogno di un flusso di parole ininterrotto. I termini astratti e composti sono il “lievito” perfetto per allungare il brodo di una discussione senza dover fornire dati reali, che richiederebbero giornalismo investigativo, tempo e studio vero.
2. Il tabù del “Non lo so”
Nell’era in cui i social ci hanno convinti di poter avere un’opinione su tutto (dai virologi improvvisati agli esperti di geopolitica), in tv è nato un tabù assoluto: l’umiltà. Ammettere i propri limiti pronunciando la frase “Non ho le competenze per analizzare le motivazioni della sentenza del Tribunale” o “Non conosco i bilanci di questa squadra per parlarne” è percepito come una sconfitta mediatica. Il gergo funge da scudo protettivo, un’armatura di parole difficili per respingere l’attacco dell’ignoranza.
3. La spettacolarizzazione del nulla
In parole povere: è quel classico scherzo della mente per cui chi meno sa di un argomento, più è convinto di esserne un professore. Molti addetti ai lavori, dopo aver letto un paio di post su internet riguardanti le “leve finanziarie” o gli “expected goals” (i gol attesi), si convincono di padroneggiare la materia. E così li sentiamo sfoggiare queste buzzwords (parole d’ordine) con la spavalderia di chi si crede un professore, finendo per risultare ridicoli agli occhi di un vero addetto ai lavori.
L’uso massiccio di questi agglomerati linguistici non è sintomo di grande competenza, ma un disperato meccanismo di difesa. È il tentativo goffo di indossare l’abito dell’esperto quando manca la stoffa dello studioso.
Per noi tifosi, per noi che viviamo la passione del pallone, la difesa migliore è l’anticorpo dell’ironia. La prossima volta che sentirete un telecronista incartarsi spiegando come la vostra squadra del cuore debba “ritrovare le sue certezze tecnico-tattiche per ovviare a una complessa congiuntura economico-finanziaria”, fatevi una risata.
Spegnete il volume della televisione, andate allo stadio, godetevi un dribbling, una diagonale difensiva fatta come si deve, o il boato di una curva. Il calcio, per fortuna, è una cosa molto più semplice e bellissima di come cercano di vendercela.
Giulio Ceraldi
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