Max Dowman

C’è il calcio fatto di tattica, schemi e statistiche ma c’è anche il calcio che torna a essere la proiezione dei sogni che facevamo nel cortile di casa. Questo secondo modo di intendere il calcio si è materializzato all’Emirates Stadium di Londra. Come ha splendidamente raccontato Stuart James in un pezzo magistrale su The Athletic, al minuto 74 della sfida contro l’Everton, Mikel Arteta ha deciso che era il momento di far saltare il banco. Fuori Martin Zubimendi, dentro Max Dowman.
La particolarità? Dowman è nato il 31 dicembre del 2009. Ha da poco compiuto 16 anni. Non ha ancora l’età per guidare, per bere una birra al pub o per cambiarsi nello stesso spogliatoio dei compagni della prima squadra (per rigide regole di salvaguardia dei minori nel Regno Unito). Eppure, in un momento di totale tensione, con l’Arsenal a caccia di punti vitali per la Premier League, Arteta non ha guardato la carta d’identità. Gli ha semplicemente detto: “Vai, fai le tue cose e facci vincere la partita”.
E il ragazzo lo ha fatto. Ha ridicolizzato professionisti fatti e finiti (basti vedere come ha lasciato sul posto Dewsbury-Hall e ha aggirato Mykolenko, un difensore con dieci anni più di lui), propiziando la rete che ha chiuso il match e diventando il più giovane marcatore nella storia della Premier League. In 23 minuti di partita, è stato il giocatore con più coinvolgimenti nelle azioni offensive. I compagni, da Eze a Gyokeres, lo cercavano costantemente. Nessuna sufficienza, nessun nonnismo tattico: riconoscevano il talento puro e al talento si dà sempre del tu.

IL CORTOCIRCUITO CULTURALE ITALIANO: IL TERRORE DELL’ERRORE

Mentre leggevo le righe di Stuart James, mi è stato impossibile non fare i conti con la nostra realtà. Immaginate la stessa scena in Serie A. Immaginate un allenatore di vertice che, sul punteggio in bilico, decide di togliere un centrocampista esperto per buttare nella mischia un ragazzino di 16 anni, senza che sia l’ultima giornata di campionato a obiettivi già acquisiti. È pura fantascienza.
In Italia, il concetto di “giovane” è stato distorto. Il sistema soffre di una cronica incapacità di assorbire l’errore fisiologico di chi sta imparando. Se un sedicenne sbaglia un appoggio a Londra, il pubblico sugli spalti applaude l’intenzione. Se lo fa in Italia, viene marchiato come acerbo, spedito in panchina per i successivi sei mesi e poi impacchettato per una serie infinita di prestiti nelle serie minori. Non è una questione di assenza di materia prima, ma di coraggio e di ecosistema. Il talento non si crea per decreto, ma si coltiva garantendogli il diritto di cittadinanza sul prato verde.

L’ESILIO VOLONTARIO: IL PARADOSSO REGGIANI

E chi pensa che i talenti italiani semplicemente “non esistano più”, è smentito dai fatti. Proprio nelle stesse ore in cui Dowman incantava Londra, in Germania un ragazzo nato nel 2008, Reggiani, segnava il suo primo gol in Bundesliga con la maglia del Borussia Dortmund, portandosi a casa anche il premio di MVP della partita.
Il Borussia Dortmund, così come l’Arsenal, non fa sconti a nessuno, eppure non ha avuto alcuna esitazione a consegnare le chiavi del gioco a un ragazzo italiano scartato o ignorato dal nostro sistema. Reggiani è l’emblema di una diaspora tecnica dolorosissima: i club esteri vengono in Italia, pescano i nostri prospetti migliori prima che il nostro trita-carne mediatico e tattico li etichetti come inadeguati, e li trasformano in protagonisti. Loro vedono il potenziale, noi vediamo solo il rischio.

L’ODISSEA VERGARA E LA MUTAZIONE DELLO SCOUTING AZZURRO

Se allarghiamo lo sguardo al nostro orto, la situazione in casa Napoli è forse ancora più frustrante. La storia di Antonio Vergara è un manifesto di come la gestione del talento puro si sia inceppata alle falde del Vesuvio. Vergara possiede una qualità tecnica e una visione di gioco che sono merce rara. Eppure, per lui, l’inserimento in prima squadra non è mai stato concepito come un percorso naturale, ma come un premio da conquistare dopo un’estenuante gavetta. Anni di attesa, di valutazioni al microscopio prima di vedere anche solo parzialmente riconosciuto un talento che, in un contesto più fluido, lo avrebbe visto in campo al Maradona con molta più continuità.
Questo atteggiamento conservatore si riflette, in modo evidente, anche sulle nuove strategie di mercato del club. C’è stato un tempo in cui lo scouting del Napoli era un’avanguardia europea, capace di pescare diamanti grezzi giovanissimi. Oggi, il target è drasticamente cambiato. I radar azzurri sembrano aver smesso di sondare il terreno degli “under 20”, virando in massa su profili di 23 o 24 anni. È una scelta comprensibile se l’obiettivo è la garanzia immediata, l’usato sicuro. Ma è anche il sintomo di un club che ha smesso di voler costruire i campioni in casa. Si è perso il piglio visionario, la capacità di vedere la foresta prima che l’albero sia cresciuto.

L’ECONOMIA DEL TALENTO: IL CONTO SALATO DELLA PAURA DI OSARE

Spesso si giustifica questa prudenza con l’esigenza di vincere subito, ma facciamo i conti in tasca ai club. Quanto costa davvero preferire sistematicamente l’acquisto di un ventiquattrenne rispetto alla valorizzazione di un talento fatto in casa?

Guardiamo al recente mercato di gennaio. Per rispondere alle emergenze e rimpolpare la rosa di Conte, il Napoli ha investito su profili come Giovane (prelevato a titolo definitivo dall’Hellas Verona) e Alisson Santos (arrivato in prestito oneroso dallo Sporting Lisbona con diritto di riscatto). In entrambi i casi, parliamo di operazioni il cui costo complessivo per il cartellino ruota intorno ai 20 milioni di euro. L’investimento, però, non si ferma al bonifico per il trasferimento, ma innesca una reazione a catena sul bilancio:

  • L’ammortamento: Facendo firmare al giocatore un contratto di 5 anni (come accaduto per Giovane, blindato fino al 2030), il costo del cartellino pesa a bilancio per 4 milioni di euro ogni stagione.
  • Lo stipendio: Un ingaggio che si aggira sugli 1,2 milioni netti annui (le cifre percepite oggi dall’ex Verona) significa una spesa di oltre 2,2 milioni di euro lordi a stagione per le casse della società.
  • Le commissioni: Non dimentichiamo gli agenti, che su trasferimenti del genere incassano percentuali che vanno a pesare per un altro milione o due.

​Risultato? Un singolo acquisto di questo tipo arriva a pesare sul bilancio annuo per oltre 6,5 milioni di euro.

​Capovolgiamo la prospettiva e guardiamo al modello Arsenal con Dowman, o a quello che il Napoli avrebbe potuto fare credendo ciecamente in profili come Vergara. Crearsi in casa il talento azzera le voci più pesanti:

  • Costo del cartellino e ammortamento a bilancio: Zero.
  • Ingaggio: Un ragazzo della Primavera integrato in prima squadra percepisce cifre infinitamente inferiori, spesso sotto il milione lordo annuo, anche in caso di primo rinnovo contrattuale.

Il peso a bilancio di un ragazzo del vivaio è letteralmente un sesto o un settimo rispetto a un acquisto esterno da 20 milioni. Basterebbe che un solo ragazzo ogni due o tre anni riuscisse a prendere il posto di un neo-acquisto per ripagare interamente le spese di un’intera Academy. Senza contare la plusvalenza pura in caso di futura cessione: se l’Arsenal un domani vendesse Dowman, l’incasso sarebbe tutto profitto netto; per fare plusvalenza con un giocatore pagato 20 milioni, invece, il Napoli è condannato a doverlo rivendere a cifre ancora superiori.


IL PURGATORIO DEI PRESTITI: LA VIA CRUCIS DI GAETANO, ZANOLI E TUTINO

Quando non si ha il coraggio di lanciare un giovane, ci si rifugia dietro il mantra: “Deve andare a farsi le ossa”. Nella maggior parte dei casi, significa spedire un ragazzo dotato a lottare per la salvezza sui campi fangosi della Serie B o C, dove il diktat è “palla lunga e pedalare”. Non è formazione, è un test di sopravvivenza che appiattisce la creatività.
La storia recente del Napoli ne è l’esempio perfetto. L’emblema è Gennaro Tutino: talento purissimo fagocitato da un pellegrinaggio infinito di prestiti, senza mai ricevere una vera chance in prima squadra. E se guardiamo al passato più recente, troviamo Gianluca Gaetano e Alessandro Zanoli.
Gaetano dominava in Primavera, ma ha dovuto subire il solito valzer di prestiti per essere considerato “pronto” a un’età in cui, nel resto d’Europa, sei già nel pieno della tua carriera internazionale. Zanoli ha mostrato strappi fisici da esterno superiore, ma invece di consolidarlo in casa all’ombra dei titolari, lo si è spedito a lottare nei bassifondi della classifica altrove.
Il paragone con l’Arsenal è spietato. Arteta non manda Max Dowman a prendere calci in League Two. Lo tiene nel suo ecosistema, lo fa allenare tutti i giorni con Bukayo Saka e Declan Rice. Il talento si educa a contatto con l’eccellenza, non venendo sballottato in contesti dove l’urgenza di fare punti annebbia lo sviluppo tecnico.

IL CORAGGIO DI CAMBIARE ROTTA

Il sedicenne Dowman che fa impazzire l’Emirates, o il diciottenne Reggiani che si prende la Bundesliga, non sono anomalie: sono il frutto di un sistema che programma il coraggio.
Il Napoli si trova oggi a un bivio identitario. Continuare ad affidare il proprio futuro esclusivamente allo scouting di ventiquattrenni già formati e costosi, perpetuando il circolo vizioso dei prestiti per i propri prodotti del vivaio, significa condannarsi a rincorrere le superpotenze finanziarie. L’alternativa richiede investimenti strutturali veri sul settore giovanile, ma soprattutto un cambio di mentalità da parte di dirigenti e allenatori.
Perché la prossima volta che un ragazzino prenderà palla a centrocampo, saltando due avversari per andare a segnare, vorremmo tanto che indossasse la maglia azzurra sotto il cielo del Maradona e non doverne leggere con invidia e rassegnazione sulle pagine della stampa inglese.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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