
UNA POLEMICA CHE SA DI DÉJÀ-VU
Chiudete gli occhi per un momento. Immaginate una squadra prima in classifica nel proprio campionato, capace di dominare in Europa, guidata da un allenatore dal carattere fumantino che inanella vittorie pesanti ma spesso “sofferte”. Immaginate una tifoseria divisa a metà: da una parte chi esulta per i successi portati a casa col cinismo, dall’altra i puristi, gli esteti, quelli che storcono il naso perché “sì, abbiamo vinto, ma che noia guardare questa squadra rintanarsi e perdere tempo”.
Se state pensando al Napoli di Antonio Conte (senza considerare l’Europa, però ndr) e ai borbottii fuori dallo Stadio Diego Armando Maradona, siete fuori strada. O meglio, non siete gli unici.
Siamo a Londra, sponda Nord. L’Arsenal di Mikel Arteta è capolista in Premier League, eppure è nel mirino della critica. Dopo l’ennesima vittoria “sporca” contro il Brighton, il tecnico avversario Fabian Hürzeler ha sparato a zero sui Gunners: “Non sarò mai un allenatore che vince così. Hanno le loro regole, perdono tempo, il portiere si butta a terra tre volte per fermare il gioco”. La cosa sorprendente? Molti tifosi dell’Arsenal gli hanno dato ragione sui social.
Questo cortocircuito calcistico ci insegna una grandissima verità: tutto il mondo è paese. E noi, all’ombra del Vesuvio, stiamo vivendo esattamente la stessa crisi d’identità.
IL PARADOSSO DI LONDRA: QUANDO DOMINARE NON BASTA AI PURISTI
Per capire il malessere di una parte dei tifosi napoletani oggi, dobbiamo analizzare la psicosi di quelli dell’Arsenal. I londinesi sono stati per vent’anni, sotto la guida di Arsène Wenger, i portabandiera del calcio champagne. Perdevano, spesso e volentieri, ma lo facevano con uno stile inconfondibile: triangolazioni palla a terra, ritmi vertiginosi, estetica pura.
Arteta, pur essendo cresciuto alla scuola di Pep Guardiola, ha capito una cruda realtà: i trofei non si alzano (solo) con i colpi di tacco. Oggi l’Arsenal è una corazzata cinica. Applica quelle che gli inglesi chiamano sdegnosamente Dark Arts (le arti oscure): blocchi bassi, ostruzionismo, falli tattici sistematici, dominio assoluto sui calci piazzati e perdite di tempo esasperanti. I Gunners portano a casa l’1-0 e poi chiudono la saracinesca. E i tifosi? Invece di godersi il primato in Premier, si lamentano. Invocano il “Boring, Boring Arsenal” degli anni ’70 e ’80. Si sentono traditi nella loro natura estetica.
IL DOMINIO EUROPEO: L’ANTI-CALCIO CHE SCHIACCIA LA CHAMPIONS LEAGUE
La cosa paradossale è che questo stile pragmatico, bollato come “noioso” dai tifosi e “scorretto” dagli avversari, si sta rivelando un’arma letale non solo in Inghilterra, ma anche in Europa.
Se diamo un’occhiata alla neonata fase campionato (League Phase) della UEFA Champions League 2025/26 appena conclusa, i numeri dell’Arsenal fanno spavento. I Gunners hanno letteralmente asfaltato la competizione, finendo primi in classifica assoluta con un percorso netto: 8 vittorie su 8 partite disputate, 24 punti conquistati, 23 gol fatti e appena 4 subiti. E non parliamo di amichevoli: hanno battuto corazzate come il Bayern Monaco, l’Inter e l’Atletico Madrid.
E c’è di più. Proprio grazie a questo filotto costruito sul cinismo e sulla difesa d’acciaio, l’Arsenal si è garantito un tabellone incredibilmente favorevole per la fase a eliminazione diretta. Agli ottavi affronteranno il Bayer Leverkusen e, stando alla composizione del tabellone, hanno evitato gli squali come Real Madrid, Manchester City e Liverpool, tutti finiti nella parte opposta. Sulla carta, Arteta ha un’autostrada spianata verso le semifinali di Champions League. Eppure, a Londra c’è chi ancora si lamenta del “bel gioco” mancante.
Esattamente la stessa spaccatura filosofica che sta lacerando la piazza napoletana.
L’ECO DEL VESUVIO: GIOCHISTI, RISULTATISTI E LA “GRANDE BELLEZZA”
A Napoli siamo malati di bellezza. È una tara genetica, un’impronta lasciata dai maestri che si sono seduti sulla nostra panchina. Abbiamo vissuto l’epopea del Sarrismo, un’orchestra perfetta in cui il pallone viaggiava a due tocchi mandando in tilt l’Europa intera. Abbiamo toccato il cielo con un dito, conquistando il Terzo Scudetto con Luciano Spalletti, unendo un’estetica abbagliante a un’efficacia distruttiva.
Quell’eredità, per quanto gloriosa, è diventata una prigione dorata. Ci ha convinti che si possa vincere solo dominando l’avversario per novanta minuti, solo con il 70% di possesso palla, solo segnando gol da cineteca.
Poi è arrivato il disastroso anno post-scudetto. Le macerie, le umiliazioni. Per ricostruire sulle rovine, Aurelio De Laurentiis ha chiamato l’unico uomo capace di fare miracoli in tempo record: Antonio Conte.
Conte non è venuto a Napoli per farci spellare le mani con la “Grande Bellezza”. È venuto per riportare la mentalità, la “cazzimma”, la ferocia. E finora, il suo Napoli sta seguendo esattamente il copione del tecnico leccese (e, ironia della sorte, quello dell’Arsenal di Arteta). Vediamo una squadra che segna e poi sa soffrire. Una squadra che accetta di abbassare il baricentro, che non ha vergogna di spazzare il pallone in tribuna al 90′, che vive di fiammate e di una solidità difensiva ritrovata.
IL FANTASMA DELLA NOIA E IL DIRITTO DI VINCERE “SPORCHI”
Eppure, sui social e nei bar di Napoli, la discussione è accesa. C’è chi sbuffa: “Sì, ma che noia”, “Con Spalletti ci divertivamo di più”, “Abbiamo vinto, ma non abbiamo giocato a calcio”. È l’eterna lotta tra i Giochisti (i romantici del pallone) e i Risultatisti (i pragmatici del tabellone).
Ma la lezione che ci arriva oggi dall’Inghilterra dovrebbe farci riflettere profondamente. Se persino la squadra più schiacciante d’Europa, capace di stravincere il super-girone di Champions League battendo i colossi continentali, ricorre al cinismo, alle perdite di tempo e al blocco difensivo per vincere, perché noi dovremmo vergognarci di farlo in Serie A?
Nel calcio moderno, le energie fisiche e mentali sono risucchiate da calendari folli. Non si può giocare a mille all’ora per 60 partite all’anno. Saper vincere giocando male, saper gestire i momenti di difficoltà rintanandosi nella propria metà campo senza subire gol, non è un difetto: è la caratteristica fondamentale delle squadre dominanti. L’Arsenal di Arteta non sta rubando nulla: sta usando le regole del gioco (anche quelle non scritte) per costruirsi la strada verso trofei che a Londra mancano da troppo tempo.
LASCIATE CUCINARE LO CHEF
Il Brighton di Hürzeler gioca un calcio bellissimo, coraggioso, d’attacco. Ma alla fine, all’Amex Community Stadium, ha perso 0-1. E la storia del calcio non ricorda il belgioco di chi arriva sesto o settimo. La storia ricorda chi alza i trofei a maggio, a prescindere da quante volte il suo portiere si sia buttato a terra per far respirare i compagni.
Antonio Conte sta facendo a Napoli quello che Arteta sta facendo a Londra con un successo strepitoso (anche in campo europeo): sta costruendo un bunker. Ci sta insegnando, non senza fatica per i nostri palati abituati al caviale di Sarri e Spalletti, il sapore rustico ma nutriente della vittoria di “corto muso”, per usare un termine caro a un altro noto risultatista.
È tempo di fare pace con noi stessi. La Grande Bellezza è stata un capitolo meraviglioso della nostra storia, ma ogni ciclo richiede armi diverse. Se quest’anno l’arma è la sofferenza, il catenaccio moderno e il cinismo feroce, abbracciamola. Perché alla fine della fiera, quando le luci si spengono e i campionati finiscono, “risultatisti” o “giochisti” conta poco: conta chi ha portato a casa i tre punti. E se a Londra riescono a lamentarsi mentre sono in lizza per il Double Premier-Champions League, lasciamoli fare. Noi, di un primato cinico e operaio, dovremmo solo andare fieri.
Tutto il mondo è paese, ma a Napoli abbiamo un motivo in più per goderci questo viaggio: sappiamo benissimo cosa c’era in campo prima che arrivasse Conte a tappare le falle della nave.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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