
Ci sono vittorie che pesano tre punti sulla carta, ma che nell’economia emotiva e psicologica di una stagione valgono come macigni. Quella conquistata dal Napoli allo Stadio Marcantonio Bentegodi contro l’Hellas Verona per 1-2 rientra di diritto in questa categoria ristretta. In un pomeriggio piovoso e teso, la squadra di Antonio Conte ha dovuto attingere alle proprie riserve nervose più profonde per espugnare il campo dell’ultima in classifica, al termine di una gara che si era trasformata in un vero e proprio incubo tattico.
Dopo le scorie e le polemiche lasciate in eredità dalla sconfitta di Bergamo contro l’Atalanta, serviva una reazione. E la reazione è arrivata, non attraverso l’estetica del gioco, ma con la forza bruta della disperazione e il cuore dei campioni.
L’EMERGENZA STRUTTURALE E LE SCELTE DI CONTE
Il Napoli si è presentato a Verona con un centrocampo letteralmente decimato: privi della fisicità debordante di Scott McTominay e Frank Zambo Anguissa e orfani della qualità di Kevin De Bruyne, David Neres e capitan Di Lorenzo, le opzioni per Conte erano ridotte all’osso. Nonostante l’ecatombe, il tecnico leccese non ha rinnegato il suo dogma: 3-4-2-1 confermato, con un tridente offensivo giovanissimo e inedito formato da Vergara e Alisson Santos a supporto di Rasmus Højlund.
L’assenza dei nostri corazzieri in mediana ha costretto la squadra a un palleggio più orizzontale, affidato alle geometrie di Lobotka ed Elmas, nel tentativo di aggirare il blocco basso e denso del 3-5-2 scaligero disegnato da Paolo Sammarco.
L’ILLUSIONE DEL CONTROLLO: UN AVVIO LAMPO
Pronti, via, e il copione sembra mettersi subito in discesa per i nostri colori. Sono passati appena 100 secondi quando una manovra avvolgente porta Matteo Politano al cross dalla corsia di destra. L’area è affollata, ma una deviazione fortuita del veronese Edmundsson si trasforma in un assist involontario per Vergara, che spizza la palla e innesca Rasmus Højlund. Il danese, con un colpo di testa a campanile tanto strano quanto efficace, pesca l’incrocio dei pali, beffando un Montipò sorpreso.
È lo 0-1 al 2′ minuto. Un vantaggio fulmineo che avrebbe dovuto spianare la strada al Napoli, permettendo alla squadra di gestire i ritmi contro un avversario costretto a scoprirsi. Per tutto il primo tempo, il Napoli monopolizza il possesso palla (chiuderemo con il 64% contro il 36% dei padroni di casa). Sfioriamo il raddoppio prima con un destro a giro di Spinazzola dal limite, poi con una sassata velenosa di Elmas da fuori area sventata in tuffo da Montipò. L’occasione più colossale, però, capita ancora sui piedi di Højlund al 37′: lanciato a rete da una lettura illuminante di Spinazzola, il danese salta il portiere ma, sbilanciato, calcia debolmente a porta sguarnita, permettendo un salvataggio sulla linea miracoloso di Edmundsson.
È la classica sliding door. Non aver chiuso la partita nel nostro momento migliore presenterà un conto salatissimo nella ripresa.
IL CORTOCIRCUITO E IL RITORNO DEI FANTASMI
Dagli spogliatoi esce un Verona trasformato. Sospinti dalla disperazione di una classifica che li vede ultimi a 15 punti, gli uomini di Sammarco alzano vertiginosamente il baricentro e l’intensità dei duelli. Il nostro Napoli, cullatosi forse in un falso senso di sicurezza, inizia a sfilacciarsi. La manovra si fa lenta, prevedibile, scolastica.
Il campanello d’allarme suona più volte, fino al fatidico 64′ minuto. Sugli sviluppi di un calcio d’angolo, concesso tra le furiose proteste azzurre per un fallo non sanzionato in partenza da un arbitro Colombo già noto ai nostri tifosi per i discussi precedenti contro la Roma (il famoso “placcaggio” di N’Dicka ignorato), si materializza la beffa. Il pallone viene respinto male dalla nostra difesa e finisce al limite dell’area, dove il franco-ivoriano Akpa Akpro si coordina e calcia al volo. La sfera incontra sfortunatamente il corpo di Højlund, deviando in maniera beffarda e spiazzando totalmente Meret. È l’1-1.
L’inerzia emotiva è tutta gialloblù. Il Napoli sbanda paurosamente, le distanze tra i reparti saltano, prestando il fianco a contropiedi sanguinosi. Tremiamo letteralmente quando il subentrato Mosquera sbaglia un controllo decisivo a tu per tu con Meret, e quando Bowie, in pieno recupero, non inquadra la porta al volo dopo un’uscita a vuoto del nostro portiere.
BIG ROM: L’ANATOMIA DI UNA REDENZIONE AL 96′
Preoccupato dalla piega degli eventi, Conte attinge alla panchina. Fuori Lobotka e Santos, dentro Gilmour e, soprattutto, Romelu Lukaku. È la mossa che cambia la storia della partita. “Big Rom” entra per dare un punto di riferimento tridimensionale a una squadra che non riesce più a risalire il campo. Elmas, servito proprio da una sponda di Lukaku all’80’, spreca un’ottima chance calciando centralmente.
Sembra finita. Il Bentegodi pregusta già un punto d’oro, mentre noi mastichiamo amaro per l’ennesima occasione persa. Ma il calcio è una divinità capricciosa.
Siamo al 96′ minuto, l’ultimo respiro del recupero. Il Napoli conquista un corner. Invece di crossare banalmente al centro, battiamo corto. La palla arriva al giovane subentrato Giovane, che dalla sinistra fa partire un tracciante teso e basso. Juan Jesus, in proiezione offensiva, tenta una spaccata a vuoto che inganna l’intera difesa veronese. Sul secondo palo, sbuca proprio lui: Romelu Lukaku.
Il colpo da biliardo mancino da sei metri è una sentenza inappellabile. Montipò è battuto, la rete si gonfia. 1-2.
L’esultanza che ne segue non è solo la celebrazione di un gol, è un urlo catartico. È il primo gol stagionale per il belga, a secco dallo scorso 23 maggio. Ma c’è molto, molto di più dietro quell’abbraccio rabbioso. Nel post-partita, lo stesso Lukaku, visibilmente commosso, svelerà il dramma umano vissuto negli ultimi mesi: il dolore per la perdita del padre e una complessa riabilitazione tendinea per la quale aveva rifiutato l’operazione. “Prima di arrivare qui, ero morto dentro”, ha confessato ai microfoni. Una dedica al cielo e una corsa sotto il settore ospiti che valgono un’intera stagione.
L’ANALISI DI CONTE E IL PESO DELLA CLASSIFICA
Nel post-partita, Antonio Conte non si è nascosto dietro i festeggiamenti. Fedele alla sua natura, ha analizzato chirurgicamente le criticità: “Nel primo tempo siamo stati pigri. Quando si segna al 96′ c’è sempre un po’ di buona sorte, ma è stato fondamentale non mollare fino alla fine”. Il tecnico ha lanciato un monito chiaro ai suoi attaccanti sui movimenti senza palla e ha ribadito come non si affiderà ai “nomi” ma solo a chi garantirà affidabilità fisica e mentale (chiaro il riferimento ai rientri imminenti di Anguissa e De Bruyne).
Ma ciò che conta oggi, guardando la geopolitica della Serie A, è la classifica. Questa vittoria strappata con i denti ci proietta al terzo posto in solitaria con 53 punti. Teniamo a distanza il Como (a quota 48) e la Roma (a quota 50), e rimaniamo incollati al Milan secondo (54 punti), mantenendo nel mirino la capolista Inter (in fuga a 65).
Non è stato il Napoli più bello dell’anno. È stato un Napoli imperfetto, a tratti lezioso e spaventato, falcidiato dalle assenze. Ma le grandi squadre, quelle che vogliono “costruirsi il futuro”, per usare le parole di Conte, sono quelle capaci di vincere le partite sporche, nei campi pesanti, quando tutto sembra girare storto.
Bentornato, Big Rom. Questo viaggio è ancora lungo, ma con questo cuore, niente ci è precluso.
Giulio Ceraldi.
Forza Napoli. Sempre.
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