
IL RITO DEL BENTEGODI: QUANDO LO STADIO DIVENTA FRONTIERA
Sabato alle 18:00, le luci del Bentegodi si accenderanno per una sfida che, per il tifoso del Napoli, non è mai stata una partita di calcio. È una spedizione. Nonostante i divieti per i residenti in Campania, il settore ospiti sarà popolato da migliaia di azzurri residenti altrove. Padri che porteranno i figli, gruppi di amici, professionisti prestati al tifo.
Tutti loro varcheranno quei cancelli con una consapevolezza che nessun altro tifoso in Italia deve sopportare: quella di essere lì per essere insultati. Non è pessimismo, è statistica. Dalle offese personali alle invocazioni di catastrofi naturali, fino al “trattamento” riservato persino ai giornalisti campani in tribuna stampa (spesso bersagliati da sputi e minacce), Verona sponda Hellas rappresenta l’apice di un sentimento che va oltre lo sport. È il rifiuto dell’altro.
LO SCUDETTO CAPOVOLTO: IL SENSO PROFONDO DEL “BOTTINO DI GUERRA”
È in questo clima di ostilità perenne che va letto l’episodio che tanto ha fatto discutere il resto del Paese all’indomani del terzo scudetto. Al Maradona comparve quel vessillo che era un trattato di sociologia del tifo: lo scudetto capovolto, sovrastato dalla scritta “Bottino di guerra” e accompagnato, sotto, dalla dicitura “Campioni in Italia”.
In quel momento, il popolo napoletano ha smesso di chiedere integrazione e ha iniziato a rivendicare la propria “alterità”. Se ci trattate come nemici, allora questo trofeo non è un titolo nazionale che ci unisce a voi; è un bottino che vi abbiamo strappato. È la preda di guerra sottratta a un Paese che ci tollera solo quando deve venderci i biglietti o sfruttare il nostro talento.
Esporre lo scudetto al contrario non è stato un insulto al calcio, ma una risposta speculare a chi, ogni domenica, capovolge i valori del rispetto e della convivenza civile. Dire “Campioni in Italia” e non “d’Italia” significa dire: “Siamo passati per le vostre terre, abbiamo vinto e ce lo siamo portato via, ma non siamo dei vostri”.

IL PARADOSSO DELL’ITALIANITÀ “A CORRENTE ALTERNATA”
Qui casca l’asino dell’opinione pubblica nazionale. Quando le squadre del Nord giocano in Europa, i media si stracciano le vesti se il tifoso napoletano non si scopre improvvisamente “patriota”. Ci accusano di mancanza di italianità, storcono il naso se esultiamo per un gol del Real Madrid o del Manchester City contro una “sorella” italiana.
Ma di quale fratellanza parliamo? È l’ipocrisia suprema: pretendere che il sabato il napoletano subisca insulti che vanno ben oltre la goliardia, toccando corde razziste e discriminatorie, e il martedì sera si avvolga nel tricolore per sostenere chi, tre giorni prima, gli cantava “colera”.
Perché dovremmo sentirci sportivamente italiani nelle coppe europee, se il sistema calcio italiano ci fa sentire stranieri ogni volta che mettiamo piede in uno stadio del Nord?
LA COERENZA DELLA DIGNITÀ
La verità è che la piazza azzurra ha smesso di elemosinare un posto a tavola in questa “famiglia” sportiva italiana. La consapevolezza che si respira alla vigilia di una trasferta come quella di Verona è figlia di una coerenza amara ma ferma. Il disprezzo che riceviamo ha generato un distacco che non è più colmabile con un appello al “ranking UEFA” o al “prestigio del calcio nazionale”.
Se il resto d’Italia vede nel tifo contro dei napoletani una mancanza di spirito nazionale, farebbe bene a guardarsi allo specchio e a chiedersi cosa ha fatto per rendere quella nazionalità accogliente. Finché il Bentegodi (e molti altri stadi) resterà un luogo dove il napoletano è considerato carne da macello verbale, quel “Bottino di guerra” resterà l’unico modo possibile di intendere la vittoria.
SABATO, SENZA MASCHERE
Sabato a Verona non ci saranno “fratelli d’Italia”. Ci saranno undici maglie azzurre in campo e migliaia di cuori azzurri sugli spalti, pronti a subire il solito copione di fango. Ma non ci saranno vittime. Ci saranno persone fiere della propria diversità, che non si aspettano nulla da chi non sa dare rispetto.
Andremo lì per i tre punti, certo. Ma ci andremo anche per ricordare a tutti che se non ci volete italiani il sabato, non potete pretendere che lo siamo il mercoledì. Siamo napoletani, siamo “Campioni in Italia” per diritto di conquista, e il nostro tifo non ha debiti di gratitudine con nessuno.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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