Luis Vinicio

I NAPOLI PIÙ BELLI DI SEMPRE (PRIMA PUNTATA)

Esiste un filo invisibile che lega il calcio olandese di Rinus Michels, il Milan di Arrigo Sacchi e il Napoli di Maurizio Sarri. Quel filo, però, non passa solo per i grandi templi del calcio europeo, ma ha fatto una sosta fondamentale e rivoluzionaria ai piedi del Vesuvio, a metà degli anni Settanta. Prima che Diego Armando Maradona trasformasse Napoli nel centro del mondo, un uomo venuto dal Brasile con la grinta di un predatore, Luis Vinicio, decise che era giunto il momento di strappare le catene del catenaccio italiano per regalare al pubblico una “piccola utopia” fatta di bellezza, pressing e coraggio.
In questa prima puntata della nostra rubrica dedicata ai Napoli più belli di sempre, andiamo a riscoprire quella squadra meravigliosa che, nella stagione 1974-75, sfiorò uno scudetto che sarebbe stato un monumento all’avanguardia tattica.

IL RUGGITO DEL CAMBIAMENTO: DA “O’ LIONE” CALCIATORE AL VINICIO VISIONARIO

Per i napoletani, Luis Vinicio era già un idolo. Negli anni Cinquanta, da centravanti, era “O’ Lione”, una forza della natura capace di segnare 40 secondi dopo il suo esordio. Ma quando tornò a Napoli nel 1973 come allenatore, portò con sé qualcosa di più di una semplice reputazione: portò un’idea rivoluzionaria.
Mentre l’Italia era ancora prigioniera di liberi staccati dieci metri dietro la difesa e marcature a uomo asfissianti, Vinicio guardava all’Olanda di Cruijff e Neeskens. Ma non era un semplice imitatore: Vinicio aveva iniziato a sperimentare la zona già nel 1968 con l’Internapoli in Serie C. La sua filosofia era chiara: il calcio deve essere uno spettacolo e tramite il gioco arriva il risultato.

LA MECCANICA DELLA “ZONA TOTALE”: UNA RIVOLUZIONE SPAZIALE

Il Napoli di Vinicio era una squadra che “giocava in trenta metri”. Sembra un concetto banale oggi, ma nel 1974 era pura fantascienza. L’obiettivo era mantenere i reparti cortissimi per asfissiare l’avversario.

1. LA DIFESA IN LINEA E IL SACRIFICIO DEL LIBERO

La vera innovazione fu l’abolizione del libero tradizionale. Vinicio voleva difensori capaci di giocare il pallone e di partecipare alla manovra. Il capolavoro fu la trasformazione di Tarcisio Burgnich. Arrivato dall’Inter a 35 anni, la “Roccia” del catenaccio più puro si ritrovò a guidare una difesa a zona. Burgnich scoprì un nuovo modo di giocare: non doveva più inseguire l’attaccante fin negli spogliatoi, ma comandare le distanze e far scattare la trappola del fuorigioco. Come lui stesso ammise, in quel sistema si divertì moltissimo.

2. IL PRESSING COME RESPIRO

A differenza del pressing “esasperato” e spesso falloso che avremmo visto anni dopo con Sacchi, quello di Vinicio era fatto di scatti brevi e intelligenza posizionale. Il Napoli non distruggeva solo il gioco altrui; lo riconquistava per scatenare immediatamente la propria qualità. Era una squadra che “correva senza stancarsi” perché lo spazio da coprire era ridotto dalla sua stessa compattezza.

I PILASTRI DEL TEMPIO: JULIANO, CLERICI E IL TRIDENTE DELLE MERAVIGLIE

Nessuna rivoluzione funziona senza gli uomini giusti. E quel Napoli ne aveva di straordinari.
Antonio Juliano: Il capitano, il “faro”. Juliano era il perno che garantiva l’equilibrio tra i reparti, un regista dalla personalità immensa che smentì sul campo l’etichetta di “padrino” dello spogliatoio per rivelarsi un professionista totale.
Sergio Clerici: Se Vinicio era il messia, Clerici era il suo “profeta”. Un attaccante moderno che oggi definiremmo “di manovra”: arretrava, pressava, creava spazi per gli inserimenti dei compagni. Era l’anima combattiva del sistema.
Bruscolotti e La Palma: I terzini non erano più semplici guardiani. Bruscolotti (“Pal ‘e fierr”) metteva la sua forza fisica al servizio di una linea che richiedeva coordinazione, mentre La Palma garantiva la spinta costante sulla sinistra.
Braglia e Massa: Giorgio Braglia, soprannominato “Long John Guitar“, era l’imprevedibilità fatta calciatore: capace di gol acrobatici impossibili e di errori clamorosi, incarnava l’anima estrosa di quella squadra. Giuseppe Massa garantiva concretezza e gol pesanti.

1974-1975: IL SOGNO INFRANTO DAL “CORE ‘NGRATO”

La stagione 1974-75 fu l’apice di questa epopea. Il Napoli segnò 50 gol (miglior attacco del torneo) e giocò un calcio che fece innamorare l’Italia intera. Il San Paolo divenne il “Golfo del Leone”, dove la squadra vinse 13 partite su 15.
Tuttavia, l’utopia si scontrò con la realtà in due momenti chiave. Il primo fu il 15 dicembre 1974: un Napoli troppo audace venne travolto 6-2 dalla Juventus al San Paolo. Fu il pretesto per i critici, guidati da Gianni Brera, per attaccare la zona definendola un suicidio tattico. Ma Vinicio, con la sua “capa tosta”, non tornò indietro.
Il Napoli iniziò una rimonta furiosa, arrivando allo scontro diretto di Torino, il 6 aprile 1975, a soli due punti dai bianconeri. Fu una battaglia epica. Juliano pareggiò il vantaggio di Causio e il Napoli sembrò a un passo dal sorpasso storico. Ma all’88’, il destino prese le sembianze di José Altafini. L’ex idolo azzurro, entrato dalla panchina per la Juventus, segnò il gol del 2-1. Per Napoli, Altafini divenne per sempre “Core ‘ngrato”, e lo scudetto sfumò per un soffio.

IL PARADOSSO SAVOLDI E LA FINE DELL’EQUILIBRIO

Nell’estate del 1975, Ferlaino provò a fare il salto definitivo acquistando Giuseppe Savoldi per la cifra record di due miliardi di lire. “Beppe-Gol” era un centravanti purissimo, micidiale nel gioco aereo e infallibile dal dischetto.
Ma qui accadde il paradosso: mentre Clerici giocava con la squadra, Savoldi voleva che la squadra giocasse per lui. Questo piccolo slittamento filosofico ruppe l’armonia del “calcio totale” di Vinicio. La manovra divenne meno fluida, le occasioni diminuirono e, nonostante la vittoria della Coppa Italia nel 1976, l’incantesimo si era spezzato.

PERCHÉ IL NAPOLI DI VINICIO È ANCORA IMPORTANTE?

Oggi parliamo spesso di “bel gioco” come se fosse un’invenzione moderna. Luis Vinicio dimostrò cinquant’anni fa che a Napoli la bellezza non è un lusso, ma un’esigenza culturale. È stato il precursore di tutto ciò che di innovativo è passato per il campionato italiano, anticipando il pressing di Sacchi e la spregiudicatezza di Zeman.
Quel Napoli non vinse lo scudetto, ma vinse qualcosa di più duraturo: il ricordo. In un’epoca di crisi sociale e disoccupazione, vedere undici uomini in maglia azzurra dominare il campo con la forza delle idee e dell’estetica fu una forma di riscatto collettivo.
Luis Vinicio, con i suoi “allenamenti durissimi” e la sua fede incrollabile nella zona, ci ha insegnato che il calcio è un’arte collettiva dove nessuno è solo e dove il coraggio di osare vale quanto (e a volte più di) un trofeo in bacheca.

I numeri di un miracolo (Stagione 1974-75):
Posizione finale: 2° posto (41 punti).
Gol segnati: 50 (Miglior attacco).
Sconfitte: Solo 3 (Minor numero del campionato).
Successi casalingi: 13 vittorie su 15 gare al San Paolo.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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