
Per oltre un secolo, il calcio in Italia è stato molto più di uno sport: era il collante sociale per eccellenza, il rito domenicale che univa nonni, padri e figli. Oggi, però, le gradinate virtuali e fisiche raccontano una storia diversa. Se pensiamo che in un solo decennio il calcio in TV ha perso circa la metà dei suoi spettatori storici, è inevitabile chiedersi: cosa sta succedendo?
Le crepe del “Beautiful Game” sono profonde. Non si tratta di un semplice disinteresse verso la competizione, ma di un cambiamento epocale nei modelli di attenzione, nei valori e negli interessi delle nuove generazioni. I giovani non hanno smesso di amare lo sport, hanno semplicemente cambiato le regole d’ingaggio.
LA “DITTATURA DEGLI Highlights” E LA FINE DELLA PAZIENZA
Il modello televisivo basato sulle Pay-TV ha costruito barriere economiche ormai insostenibili per un pubblico giovane, spesso alle prese con il caro vita e l’incertezza lavorativa. Ma il costo degli abbonamenti è solo la punta dell’iceberg.
Il vero nemico dei 90 minuti tradizionali è la “Highlights Culture“. Nell’era di TikTok e dei formati video brevi, la soglia di attenzione si è drasticamente ridotta. La partita intera, con i suoi tempi morti, le pause e i tatticismi, mal si sposa con il bisogno di dopamina istantanea della Generazione Z. I ragazzi preferiscono consumare i momenti salienti, le giocate spettacolari o le clip virali sui social. Il calcio lineare e ininterrotto, per loro, è semplicemente un format obsoleto.
IL FANTACALCIO: DA TIFOSI A MANAGER
Se la fruizione passiva crolla, l’interazione attiva esplode. Il Fantacalcio è diventato una magnifica ossessione che coinvolge circa 5 milioni di italiani ogni settimana.
Questo gioco ha modificato radicalmente la struttura del tifo. Non si tifa più solo per la squadra della propria città, spinti da un senso di appartenenza territoriale o familiare. Il giovane tifoso sviluppa un attaccamento utilitaristico e statistico al singolo giocatore che ha in “rosa”. È una vera e propria ludicizzazione (gamification) dell’esperienza sportiva, che premia l’analisi dei dati, la strategia e il controllo.
L’EGEMONIA DEGLI eSports E IL CICLONE KINGS LEAGUE
La transizione verso un intrattenimento sempre più digitale è testimoniata dal boom degli eSports. In Italia, la fanbase ha raggiunto i 7,3 milioni di appassionati, trainata da titoli competitivi come League of Legends e Valorant.
È in questo vuoto lasciato dal calcio tradizionale che si è inserita con prepotenza la Kings League. Ideata da Gerard Piqué, questa lega unisce le dinamiche del calcio a 7 con le regole dei videogiochi e le logiche di Twitch. L’approdo in Italia, con Zlatan Ibrahimovic come presidente, ha fatto registrare numeri clamorosi. Con format che prevedono tempi effettivi brevi, “carte segrete” che stravolgono le partite, dadi giganti e presidenti-influencer (come lo streamer Blur o Fedez), la Kings League genera un dinamismo continuo, confezionato su misura per diventare virale sui social. I risultati? La recente World Cup Nations ha raggiunto 40 milioni di telespettatori connessi a livello globale. Non si tifa più per un campanile, ma per la community del proprio creator preferito.
IL LATO OSCURO: L’ALLARME SCOMMESSE
Questa confidenza con le statistiche (nata dal Fantacalcio) e la frammentazione iper-veloce dell’evento sportivo hanno però un rovescio della medaglia inquietante: l’esplosione del gioco d’azzardo tra i minorenni.
L’Italia si attesta come il Paese europeo con la maggiore incidenza di gioco d’azzardo tra i giovanissimi, con circa il 50% degli studenti sedicenni coinvolti. Se un tempo dominavano le lotterie e le slot fisiche, oggi l’accesso ubiquo tramite smartphone ha reso le scommesse sportive online l’attrattiva principale per questa fascia d’età, facendo crescere enormemente i comportamenti a rischio e le ludopatie. L’illusione di poter “battere il banco” grazie alle proprie competenze calcistiche sta intrappolando sempre più adolescenti.
L’”EFFETTO SINNER” E LA SEDENTARIETÀ
Eppure, lo sport tradizionale sa ancora emozionare, a patto che offra modelli radicalmente diversi. È il caso del tennis e dell’”Effetto Sinner”. Grazie ai trionfi dell’altoatesino, i tesserati della Federazione Italiana Tennis e Padel sono passati da 129.000 (nel 2001) alla cifra record di oltre 820.000. Sinner piace perché rappresenta l’antidoto alla tossicità e all’eccesso: è sobrio, meritocratico, e il tennis stesso è uno sport fatto di scambi veloci e continui ribaltamenti, perfetto per gli highlights.
Nonostante questi picchi d’eccellenza, la base sociale sconta ancora grandi difficoltà. Un minore su cinque in Italia (circa il 20%) continua a non praticare alcuno sport, una sedentarietà spesso legata alla carenza di impianti sportivi, soprattutto nel Mezzogiorno.
OLTRE LO SPORT: TIKTOK, TRAP E ANSIA PER IL FUTURO
Per capire i giovani, bisogna guardare anche al di fuori dei campi da gioco. TikTok regna incontrastato tra le piattaforme e la musica che domina ininterrottamente le cuffie della Gen Z è una sola: la Trap e l’Urban.
I dati di Spotify del 2024 sono chiari: la Top 10 degli artisti più ascoltati in Italia è occupata esclusivamente da cantanti italiani (come Geolier, Sfera Ebbasta, Lazza e Anna) legati all’universo rap e trap. Questo genere musicale, con le sue narrazioni di rivalsa sociale immediata, senso di alienazione e disillusione verso le istituzioni, è lo specchio esatto della generazione attuale.
Sotto la superficie di questo intrattenimento adrenalinico, si nascondono infatti preoccupazioni molto serie. I giovani italiani di oggi sono la demografia più colpita dall’eco-ansia per il cambiamento climatico, dalla paura del precariato e dall’incubo del costo della vita. Il declino della salute mentale, acuitosi dopo la pandemia, li spinge a cercare universi paralleli (che siano una partita su Twitch, una squadra di Fantacalcio o una scommessa veloce) dove le regole sono certe, il merito sembra premiato e la gratificazione è immediata.
Il calcio italiano deve guardarsi allo specchio. Se non riuscirà a superare la lentezza dei suoi ritmi, i costi inaccessibili e una comunicazione spesso respingente, rischia di trasformarsi in uno spettacolo per soli nostalgici. Le nuove generazioni non vogliono più restare sedute in platea a guardare; vogliono interagire, partecipare, giocare. E se lo stadio tradizionale non glielo permette, sono già pronti a spostarsi in un’altra arena.
Giulio Ceraldi
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