
Ci sono fine settimana in cui il calcio, da specchio della società quale dovrebbe essere, si trasforma improvvisamente in una lente d’ingrandimento che brucia tutto ciò che tocca, rivelando la pressione negativa dei nostri valori etici e morali. Quello che è successo dopo il derby d’Italia tra Inter e Juventus del 14 febbraio 2026 non è più solo cronaca sportiva. È un trattato di sociologia clinica.
Le frasi minacciose girate sui social nelle ore successive al match non sono le intercettazioni di un clan mafioso, ma i messaggi recapitati all’arbitro Federico La Penna, a cui la polizia ha dovuto consigliare di chiudersi in casa, blindando se stesso e la sua famiglia. Dall’altra parte della barricata, il difensore dell’Inter Alessandro Bastoni e sua moglie sono stati travolti da una marea di violenza verbale inaudita. Minacce così fitte, così asfissianti, da costringere la coppia a chiudere i commenti sui propri profili Instagram, nel disperato tentativo di arginare la shitstorm.
Ma da dove nasce questo cortocircuito? Tutto si origina al 42esimo del primo tempo, in una partita poi vinta 3-2 dall’Inter. Un contatto veniale tra Bastoni e lo juventino Kalulu (entrambi già ammoniti) viene platealmente accentuato e simulato dal difensore nerazzurro. L’arbitro La Penna abbocca, estrae il secondo giallo ed espelle il giocatore della Juventus. A quel punto, Bastoni si lascia andare a un’esultanza per l’espulsione dell’avversario.
In questo frammento di partita si annida il vero “Paziente Zero” del nostro malessere: l’assenza pressoché totale di spirito sportivo.
1. LA MORTE DELL’ETICA E L’ALIBI DEL BRANCO
Oggi Bastoni è il nuovo “mostro” da sbattere in copertina, il terminale di una crisi etica profonda. La furbizia, l’inganno sistematico ai danni dell’arbitro e dell’avversario, la simulazione trasformata in tattica e, soprattutto, la gioia sfacciata per aver “fregato” il sistema, sono il sintomo di uno sport che ha perso la sua anima. Quando un atleta baratta l’onore e il rispetto per l’avversario con un vantaggio cinico e disonesto, invia un messaggio devastante a milioni di spettatori: le regole non contano, vince chi inganna meglio.
Tuttavia, c’è un abisso morale tra la condanna (sacrosanta) di un gesto antisportivo e le minacce di morte a un giocatore, a sua moglie, ai suoi figli, o a un arbitro (che peraltro è incappato in un errore tecnico su cui il VAR non poteva intervenire per regolamento).
Il gesto “cheap“, la miseria etica del campo, diventa per il tifoso un alibi perfetto. La simulazione di Bastoni o l’errore di La Penna fungono da detonatore per una rabbia che non c’entra nulla con il calcio. Il tifo si trasforma in tribalismo puro, in una guerra santa dove l’avversario non è un rivale da battere, ma un nemico da annientare fisicamente e psicologicamente.
E la domanda sorge spontanea: ma siamo diventati tutti cattivi all’improvviso? È colpa di Instagram, di X, di Facebook se padri di famiglia e ragazzi apparentemente normali augurano il peggio a qualcuno? La risposta breve è no. Quella lunga e complessa richiede un viaggio nelle profondità oscure della natura umana.
2. I “TROLL” ESISTEVANO GIÀ NEL MEDIOEVO (USAVANO LE PENTOLE, NON LE TASTIERE)
Per capire l’hater che oggi augura cose irripetibili a La Penna o a Bastoni, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. L’esigenza di punire pubblicamente chi devia dalla norma, di umiliare il “diverso” o il “colpevole”, cementando il proprio gruppo attraverso l’aggressione condivisa, è una costante antropologica.
Nel Medioevo e fino all’inizio del XX secolo, in Europa esisteva un rito chiamato Charivari (in Italia noto come “scampanata”). Quando qualcuno violava le norme della comunità (ad esempio, un marito debole o un matrimonio inopportuno), i vicini non scrivevano un post indignato. Organizzavano un corteo sotto le finestre della “vittima” armati di pentole, campanacci e strumenti discordanti. L’obiettivo era lo stesso della shitstorm digitale moderna: creare un inferno domestico, distruggere la reputazione e costringere la vittima alla fuga o alla vergogna. Esattamente come i troll di oggi si nascondono dietro profili falsi, i partecipanti al Charivari si dipingevano il volto o indossavano maschere: l’anonimato non l’ha inventato internet, è sempre stato il prerequisito fondamentale per esercitare la crudeltà di massa senza pagarne le conseguenze.
Un altro “nonno” dell’hater moderno è l’autore delle lettere anonime (le famose Poison Pen Letters). Negli anni ’20 del Novecento, la cittadina inglese di Littlehampton fu sconvolta da migliaia di lettere oscene e infamanti che misero i vicini l’uno contro l’altro. Le indagini storiche ci raccontano dinamiche identiche a quelle dei gruppi Facebook tossici: paranoia, sospetti, accuse infondate e la capacità di una singola persona di manipolare un’intera comunità.
E non dimentichiamo Alessandro Manzoni. Nella Storia della Colonna Infame, descrive in modo chirurgico come la folla milanese, terrorizzata dalla peste, cercasse disperatamente un “untore” da condannare. La rabbia cieca della folla che invoca il supplizio di presunti colpevoli, basandosi su voci di corridoio, agisce per gli stessi identici meccanismi psicologici di chi oggi invoca il licenziamento, la radiazione o la morte civile di un arbitro per un errore o di un giocatore per un tuffo.
3. DOTTOR JEKYLL E MR. HYDE: PERCHÉ LO SCHERMO CI TRASFORMA IN MOSTRI?
Se l’istinto alla gogna è antico, perché oggi ci appare così devastante e fuori controllo? Perché lo schermo dello smartphone agisce come una droga che disattiva i nostri freni inibitori etici e sociali. La psicologia chiama questo fenomeno Online Disinhibition Effect (Effetto di Disinibizione Online), teorizzato dal professor John Suler.
Suler ha mappato i sei fattori che spiegano perché un tranquillo impiegato possa trasformarsi nel mostro che augura il peggio a Bastoni ed ai suoi cari:
L’anonimato dissociativo (“Non mi conosci”): Anche se usiamo il nostro nome reale, lo schermo ci fa sentire distaccati. Si crea una scissione: “Non sono davvero io a scrivere queste cose orribili, è il mio avatar“.
L’invisibilità (“Non puoi vedermi”): Quando litighi con qualcuno faccia a faccia, vedi i suoi occhi, il suo dolore, la sua paura. Questo feedback visivo attiva i neuroni specchio e frena la nostra aggressività. Online, non vediamo le conseguenze emotive che provochiamo. La vittima diventa un bersaglio pixelato, disumanizzato.
L’asincronicità (“A dopo”): Lasci un insulto devastante e chiudi l’app. È come lanciare una granata e scappare senza dover gestire l’esplosione emotiva. Questo rende l’aggressione “sicura” per chi attacca.
L’interiorizzazione egocentrica (“È tutto nella mia testa”): Leggiamo i testi altrui con la nostra voce interiore, proiettando cattiveria o arroganza anche dove magari non c’è, finendo per combattere contro fantasmi generati dalla nostra stessa mente.
L’immaginazione dissociativa (“È solo un gioco”): Il web è spesso percepito come uno spazio ludico, slegato dalle regole del mondo reale. Il troll vive l’insulto come un modo per guadagnare punti (i like) in una competizione cinica.
La minimizzazione dell’autorità: Su internet non ci sono gerarchie. Il tifoso da tastiera si sente investito del diritto divino di giudicare, insultare e sentenziare su arbitri internazionali, scienziati o capi di stato, equiparando il proprio rancore alla competenza altrui.
Questa tempesta perfetta offre a chi possiede tratti della “Triade Oscura” (sadismo, narcisismo, psicopatia) un parco giochi gratuito e sconfinato in cui sfogare frustrazioni che, nella vita reale, verrebbero sanzionate severamente.
4. LA TRAPPOLA DELL’ARCHITETTURA: COLLASSO DEI CONTESTI E ALGORITMI DELLA RABBIA
Non è solo colpa della psicologia individuale. Le piattaforme social sono progettate per favorire il conflitto.
La sociologia dei media parla di Context Collapse (Collasso dei Contesti). Nella vita reale, se un tifoso urla una volgarità al bar dello sport, il contesto (il bar, gli amici, la birra) attutisce il gesto. Rimane una sguaiataggine confinata a quattro mura. Ma se la stessa frase viene scritta sui social, il contesto collassa. Il pubblico diventa globale, infinito e permanente.
E qui entra in gioco il vero burattinaio: l’Algoritmo. Piattaforme come Facebook, X o Instagram operano su un modello economico basato sull’attenzione e sul tempo di permanenza (l’engagement). Gli studi dimostrano che l’emozione che trattiene di più gli utenti attaccati allo schermo è l’indignazione (outrage). Gli algoritmi premiano i contenuti che dividono e fanno arrabbiare, creando le famose Echo Chambers (Camere dell’Eco): bolle chiuse in cui l’utente vede solo opinioni simili alle proprie.
Se un tifoso della Juventus o dell’Inter entra nella sua bolla social dopo un errore arbitrale, non troverà analisi tecniche pacate, ma un coro unanime che urla al “complotto”, alla “frode”, al “furto”. E chi non si adegua alla rabbia del branco viene fatto a pezzi. Il sistema, per ragioni puramente economiche, incentiva attivamente la tribalizzazione.
5. DALLE “LEGIONI DI IMBECILLI” ALLA MEMORIA ETERNA
Umberto Eco diceva che i social hanno dato diritto di parola a “legioni di imbecilli” che prima parlavano solo al bar senza fare danni. Questa affermazione cattura l’essenza della caduta dei gatekeeper. Oggi non ci sono più filtri. L’immediata disintermediazione ha convinto l’utente medio che la “libertà di espressione” coincida con il diritto all’insulto e alla diffamazione.
Ma c’è un elemento tecnologico che segna un punto di non ritorno rispetto al passato: la persistenza del danno.
Un insulto gridato dagli spalti dello stadio svanisce nel vento. Una lettera anonima del 1920 richiedeva giorni per essere recapitata e colpiva una sola persona.
L’odio digitale, come sottolineano gli esperti di diritto informatico, ha invece una memoria perfetta e una velocità istantanea. La shitstorm contro La Penna e Bastoni ha raggiunto milioni di persone in pochi minuti. I messaggi di minacciosi lasciati sotto le foto di famiglia diventano una cicatrice digitale indelebile. Nessun sistema giudiziario è in grado di rincorrere e punire decine di migliaia di persone in tempo reale. Quando (e se) la Polizia Postale riuscirà a identificare gli autori delle minacce più gravi, il danno psicologico e sociale sarà ormai stato consumato irreversibilmente. Abbiamo industrializzato la gogna.
SPEGNERE IL TELEFONO O RIACCENDERE LA COSCIENZA?
Tornando da dove siamo partiti: l’odio non è nato con internet. I forconi, le torce, le scampanate e le lettere anonime ci ricordano che il desiderio di distruggere chi sbaglia o chi ci ostacola è profondamente radicato nell’essere umano.
Tuttavia, internet ha fornito a questi istinti un’infrastruttura globale, velocissima e senza frizioni. Il mondo del calcio, con le sue tribù contrapposte, le sue ingiustizie reali o presunte e la sua pressione mediatica, è diventato il laboratorio perfetto per testare i limiti di questo sistema tossico.
Il “Caso Bastoni-La Penna” ci lascia due lezioni amare.
La prima è per il mondo dello sport: serve un’immediata rifondazione etica sul campo. Tollerare, se non addirittura elogiare, la “furbizia” e l’inganno sistematico significa distruggere la credibilità del gioco, offrendo un alibi morale alle frange più violente del tifo. Lo sport dovrebbe insegnare il rispetto, non l’arte dell’imbroglio.
La seconda lezione è per tutti noi: non possiamo “spegnere” internet, ma dobbiamo diventare consapevoli delle trappole cognitive in cui cadiamo. Dietro un avatar, dietro una maglia avversaria, dietro una divisa arbitrale o dietro lo schermo di un telefono, c’è sempre un essere umano. E finché continueremo a dimenticarcelo in nome di una fede calcistica o dei “like“, saremo noi il vero problema da cui difenderci.
Giulio Ceraldi
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