Kalulu viene espulso e Bastoni esulta

Il Derby d’Italia disputato il 14 febbraio 2026 è stato, purtroppo, il palcoscenico di un dramma etico che descrive perfettamente lo stato di salute, o meglio, di malattia, del nostro calcio. Come riportato da James Horncastle e Colin Millar su The Athletic nell’articolo “Serie A referee chief hits out at ‘cheats’ after ‘clearly wrong’ Juventus red card against Inter“, l’espulsione di Pierre Kalulu al 42° minuto ha squarciato il velo su una realtà scomoda: la Serie A è diventata un prodotto “cheap“, non solo per mancanza di capitali, ma per una cronica carenza di integrità.

L’ANATOMIA DI UNA DEBOLEZZA MORALE

L’episodio è ormai scolpito nella memoria collettiva: Alessandro Bastoni, difensore dell’Inter e pilastro della Nazionale, cade a terra come colpito da un fulmine. Un gesto “plastico e teatrale”, come lo ha definito la critica, che ha indotto l’arbitro Federico La Penna a estrarre il secondo giallo per Kalulu. Replay alla mano, il contatto è risultato inesistente. Ma il vero danno non è stato il fischio sbagliato; è stata l’esultanza di Bastoni subito dopo aver ottenuto l’ingiusta espulsione dell’avversario.
Qui entriamo nel cuore del problema etico. In un sistema sano, un atleta di quel calibro dovrebbe sentire il peso della propria condotta antisportiva. Invece, abbiamo assistito alla celebrazione della “furbizia”, elevata a valore fondamentale. Gianluca Rocchi, designatore arbitrale, è stato durissimo: “C’è chi cerca in tutti i modi di fregarci”. Parole che descrivono una lega dove il “cheat” (l’imbroglio) non è l’eccezione, ma una strategia deliberata per ottenere un vantaggio competitivo.

L’IMPATTO D’IMMAGINE: L’ITALIA VISTA DA FUORI

Mentre noi ci accapigliamo sulle polemiche da bar, la stampa internazionale osserva e giudica. L’Equipe ha ironicamente assegnato a Bastoni una “medaglia d’oro di volo”, mentre il Daily Mail ha definito l’espulsione “assurda e palese”. Questa è l’immagine che esportiamo: un campionato dove il VAR è ancora ostaggio di protocolli obsoleti, l’impossibilità di intervenire sui secondi gialli è una falla che l’IFAB sanerà solo a scoppio ritardato, e dove i protagonisti mancano di quel “fair play” che rende la Premier League un prodotto globale da miliardi di euro.
Il confronto con il calcio inglese è impietoso e non riguarda solo la velocità del gioco. La Premier League incassa dall’estero circa 2,1 miliardi di euro, mentre la Serie A si ferma all’11% di quella cifra. Perché un investitore asiatico o americano dovrebbe pagare cifre “premium” per uno spettacolo dove le interruzioni per simulazione sono costanti, dove i direttori di gara sono “mortificati” (parola di Rocchi) e dove l’ambiente è così tossico da generare minacce di morte verso arbitri e familiari?

IL CALCIO “CHEAP” ED ECONOMICO: UN SISTEMA CHE RISCHIA IL DEFAULT

Il termine “cheap” non è solo una critica estetica, è un dato finanziario. La Serie A soffre di una dipendenza patologica dai diritti TV, che coprono oltre il 56% del fatturato dei club. In un contesto dove il valore dei diritti domestici è stagnante (circa 900 milioni di euro annui, con una forte concentrazione di rischio sul partner principale DAZN) e quello estero fatica a decollare, la credibilità è l’unica moneta rimasta.
Se il “prodotto calcio” viene percepito come inquinato da simulazioni, polemiche arbitrali infinite e mancanza di trasparenza, il valore del brand crolla. I club italiani iniziano ogni stagione con un “buco” medio di 700 milioni di euro tra ingaggi e ricavi TV. Senza “valuta pregiata” dall’estero, il sistema rischia di implodere. Gli stadi spesso fatiscenti (definiti dall’UEFA tra i peggiori delle grandi nazioni europee) completano il quadro di un’infrastruttura, materiale e morale, che non regge il passo con la modernità.

LA LATITANZA DEI SEGNALI EDUCATIVI

Il lato più oscuro di questa vicenda è l’assenza di sanzioni morali. Il Giudice Sportivo, incastrato nell’Articolo 61 del Codice di Giustizia Sportiva, non può usare la prova TV per punire Bastoni perché la simulazione non ha portato a un rigore o a un rosso diretto, ma “solo” a un secondo giallo. È il trionfo del cavillo legale sulla sostanza etica.
E la Nazionale? Gennaro Gattuso, attuale CT, si trova davanti a un bivio. Molti hanno invocato l’esclusione di Bastoni per le prossime sfide decisive di marzo, chiedendo un segnale forte: “colpirne uno per educarne cento”. Tuttavia, il pragmatismo del risultato sembra prevalere ancora una volta sull’etica. Se nemmeno la maglia azzurra, che dovrebbe rappresentare i valori più alti dello sport, riesce a imporre un codice di condotta, allora la deriva verso un calcio “senza anima” è completa.

UN ESAME DI COSCIENZA NECESSARIO

Gianluca Rocchi ha chiesto ai giocatori e agli allenatori un “esame di coscienza”. Ma è un appello che rischia di cadere nel vuoto se non viene supportato da una riforma strutturale. Abbiamo bisogno di cambiamenti radicali. E subito.
Protocolli tecnologici evoluti: L’allargamento del VAR ai secondi gialli è urgente per evitare che sviste clamorose decidano i campionati.
Giustizia sportiva dinamica: La prova TV deve poter sanzionare la condotta antisportiva evidente, indipendentemente dal cavillo regolamentare.
Responsabilità dei club: Dirigenti e allenatori devono smettere di usare gli arbitri come “punching ball” per coprire i propri fallimenti tattici o etici.
Finché continueremo a celebrare il “furbo” e a tollerare la simulazione come parte del gioco, la Serie A resterà un campionato provinciale, venduto a prezzi di saldo in un mercato globale che cerca spettacolo, ritmo e, soprattutto, verità. Il caso Kalulu-Bastoni non è stato un semplice errore arbitrale, è stato l’ultimo segnale di allarme per un calcio che sta scivolando verso l’irrilevanza.

Nota per i lettori: Questo articolo prende spunto dall’inchiesta di James Horncastle e Colin Millar pubblicata su The Athletic il 15 febbraio 2026, integrandola con analisi economiche e sociali sul sistema calcio italiano.

Giulio Ceraldi

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