Il fallo di Ramon su Højlund

Il 7-8 finale maturato ai calci di rigore contro il Como di Cesc Fàbregas, dopo l’1-1 dei tempi regolamentari, lascerà una cicatrice profonda non tanto per il prestigio del trofeo sfumato, quanto per le modalità con cui si è consumata l’ennesima beffa stagionale . In un clima di emergenza totale, con una rosa decimata dagli infortuni e un tecnico che si sta caricando sulle spalle l’intera difesa del club, la direzione di gara dell’arbitro Gianluca Manganiello è diventata il simbolo di una gestione arbitrale che definire “mediocre” è un eufemismo benevolo.

IL “CASO RAMON”: QUANDO IL REGOLAMENTO DIVENTA UN’OPINIONE

Il punto di rottura della sfida è racchiuso in un nome: Ramon. Il difensore del Como è stato il protagonista di una gestione disciplinare che la critica ha unanimemente bocciato con un 4 in pagella. Il primo episodio avviene al 44’ del primo tempo: Højlund viene lanciato a rete, Ramon lo tocca sul piede d’appoggio proprio mentre l’attaccante sta entrando in area. Per molti osservatori si tratta di DOGSO (Denial of an Obvious Goal-Scoring Opportunity), ovvero rosso diretto. Manganiello opta per il giallo, e al VAR Gariglio decide stranamente di non intervenire per una on-field review .
Ma lo “scroscio” regolamentare si compie definitivamente al 50’. Ramon, già ammonito, commette un secondo fallo netto e tattico su Højlund al limite dell’area. È un secondo giallo solare, automatico per chiunque mastichi un minimo di calcio. Eppure, Manganiello resta immobile. La prova regina del macroscopico errore arbitrale arriva dalla panchina avversaria: Cesc Fàbregas, conscio del “regalo” ricevuto, sostituisce Ramon appena tre minuti dopo per evitare che un minimo di coerenza tardiva possa intaccare la parità numerica. Il Napoli, in piena emergenza, si è trovato a giocare contro undici uomini quando il regolamento ne imponeva dieci.

LA STAGIONE DEL PARADOSSO: La CLASSIFICA “VIRTUALE” GRIDA VENDETTA

L’episodio di Coppa Italia non è un caso isolato, ma l’ennesimo tassello di una stagione che potremmo definire paradossale.

Se analizziamo l’attuale andamento del campionato, depurandolo dalle sviste arbitrali accertate che hanno finora condizionato i risultati, emerge una “verità virtuale” che accorcerebbe sensibilmente le distanze. Applicando i parametri dei principali osservatori tecnici, l’Inter (che ha beneficiato di un saldo favorevole di circa due punti) scenderebbe a quota 56, mentre il Napoli (che vanta un credito di almeno due punti per episodi sfavorevoli) salirebbe a 51. Anche Milan e Juventus vedrebbero corretti i propri punteggi, portandosi rispettivamente a 49 e 47 punti. In questo scenario virtuale, il distacco del Napoli dalla vetta non sarebbe di 9 punti, ma si ridurrebbe a sole 5 lunghezze, riaprendo di fatto ogni discorso scudetto e confermando come le decisioni arbitrali stiano alterando pesantemente l’inerzia della stagione.

Invece, la realtà dice altro: i partenopei si trovano a rincorrere, vittime di un differenziale di punti che pesano come macigni nella corsa scudetto. Questo credito nei confronti della fortuna e del sistema arbitrale è ciò che alimenta la frustrazione di una piazza che vede sfumare i risultati non per demeriti tecnici, ma per sviste sistematiche.

ANTONIO CONTE: IL CONDOTTIERO SOLO CONTRO TUTTI

Nel post-partita, Antonio Conte ha indossato i panni del “parafulmine”, ricordando le celebri sortite polemiche di José Mourinho. Il gesto delle dita a mostrare il numero “due” (i trofei vinti dal Napoli, Scudetto e Supercoppa, negli ultimi due anni) contro lo “zero” dei rivali è già diventato virale. È stata una risposta orgogliosa a chi, come Massimo Mauro negli studi di Mediaset, ha cercato di ridurre la crisi del Napoli a una questione di preparazione atletica o infortuni.
Conte è stato durissimo nel difendere il suo operato e i suoi giocatori, definendo “ridicola” la domanda sull’ecatombe di infortuni che ha colpito la squadra. Non parliamo di semplici affaticamenti, ma di incidenti traumatici imprevedibili.
Romelu Lukaku: lacerazione tendinea.
Kevin De Bruyne: distacco del tendine in una zona già operata.
Billy Gilmour: pubalgia cronica operata d’urgenza.
Frank Anguissa: infortunio muscolare rimediato in Nazionale.
Giocare ogni tre giorni senza sei o sette titolari, con un mercato di gennaio chiuso a “saldo zero”, è un’impresa che Conte sta portando avanti con dignità, andando “oltre i limiti” della rosa attuale.

IL SILENZIO DELLA SSC NAPOLI: STRATEGIA O ASSENZA?

Mentre il tecnico urla la sua rabbia contro Manganiello (“Testa di c…”, “Valla a vedere!” sono stati i labiali catturati dalle telecamere), colpisce il silenzio istituzionale della società. Non ci sono state note ufficiali di protesta, né denunce formali sui canali del club.
Questo atteggiamento divide la tifoseria. Se da un lato la diplomazia può servire a mantenere rapporti cordiali con le istituzioni arbitrali e il designatore Rocchi (a cui Conte ha chiesto pubblicamente di migliorare la qualità dei suoi arbitri), dall’altro lascia l’allenatore in una posizione di isolamento. Tuttavia, in un calcio dove la comunicazione è potere, il silenzio della dirigenza di fronte allo scempio di Manganiello appare, per l’appunto, assordante .

RESILIENZA VERSO IL BIG MATCH

L’eliminazione dalla Coppa Italia è un boccone amaro, reso ancora più indigesto dall’errore fatale di Lobotka dal dischetto, ma non deve distogliere l’attenzione dal vero problema . Il Napoli è una squadra che combatte contro avversari in campo, infortuni in infermeria e un sistema arbitrale che quest’anno non garantisce uniformità di giudizio.
Ora lo sguardo è rivolto al campionato e al big-match contro la Roma. Sarà quella la sede per dimostrare se la “cattiveria sportiva” chiesta da Conte basterà a superare le ingiustizie palesi . Il Napoli cade, ma lo fa con la testa alta e la consapevolezza di aver dato tutto. Resta però un interrogativo: per quanto ancora Conte potrà continuare a essere l’unico a gridare la verità prima che il silenzio della società diventi complice di questa stagione paradossale?

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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