L’incidente occorso ad Audero durante Cremonese – Inter

Siamo nel 2026 e il calcio italiano vive una schizofrenia paradossale. Da un lato, ci proiettiamo in uno scenario cyberpunk dove l’intelligenza artificiale scruta i volti di chi entra in curva; dall’altro, restiamo ancorati a metodi di gestione dell’ordine pubblico degni del XIX secolo, come il divieto fisico di spostamento per intere popolazioni di tifosi.
L’introduzione della norma sul riconoscimento facciale negli stadi, inserita nell’ultimo pacchetto sicurezza, non è un fulmine a ciel sereno. È l’ultimo atto di una strategia ventennale che ha trasformato lo stadio da luogo di aggregazione a laboratorio di sorveglianza sociale. Ma la domanda che nessuno sembra voler fare a voce alta è: funziona? E soprattutto, qual è il prezzo che stiamo pagando in termini di diritti civili per una sicurezza che, dati alla mano, sembra non arrivare mai?

L’OCCHIO DI “DIO”: LA SVOLTA BIOMETRICA E I SUOI RISCHI

La nuova normativa autorizza l’uso di “sistemi di identificazione biometrica a posteriori” per contrastare i reati sportivi. Sulla carta, la promessa è seducente: niente più punizioni a caso, la tecnologia ci permetterà di individuare il singolo colpevole nel mucchio. Nella pratica, stiamo consegnando le chiavi della nostra privacy a un algoritmo.
Il cuore del sistema è spesso identificato in tecnologie come il S.A.R.I. (Sistema Automatico di Riconoscimento Immagini), già in uso per le indagini forensi. Immaginate di varcare il tornello: il vostro volto viene scansionato, trasformato in una stringa numerica e, potenzialmente, confrontato con una lista di “indesiderati”. Sebbene il legislatore insista sul fatto che l’identificazione avvenga “a posteriori” (ovvero, si cerca nel database solo dopo che è stato commesso un reato), la creazione stessa di un database biometrico di massa — che include decine di migliaia di cittadini incensurati ogni domenica — rappresenta un precedente pericoloso.
A tal proposito, come riportato da Valeria Pacelli in un articolo odierno su Il Fatto Quotidiano , Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy, ha evidenziato un “serio rischio di schedatura incontrollata”. Bernardi sottolinea come la norma, pur essendo formalmente corretta rispetto all’AI Act europeo perché basata su un’identificazione a posteriori, richieda una profonda attività di studio per garantire che i dati vengano cancellati se non vengono commessi reati. I sistemi di riconoscimento facciale, infatti, non sono infallibili: soffrono di bias cognitivi e generano “falsi positivi”. In uno stadio, con sciarpe, cappucci e scarsa luce, il margine di errore aumenta, esponendo i cittadini al rischio di violazioni della privacy o fermi ingiustificati.
Inoltre, questa sorveglianza massiva si scontra frontalmente con l’AI Act europeo, che classifica l’identificazione biometrica in spazi pubblici come ad “alto rischio”, vietandola salvo casi eccezionali come il terrorismo. Trattare una partita di calcio come un’emergenza antiterrorismo è la cifra stilistica di come l’Italia gestisce il fenomeno: non un evento sportivo, ma una guerra a bassa intensità.

REQUIEM PER LA TESSERA DEL TIFOSO: DA PASSAPORTO A CARTA FEDELTÀ

Per capire perché c’è tanto scetticismo verso la biometria, basta guardare al passato recente. Vi ricordate la Tessera del Tifoso? Introdotta nel 2009 dall’allora Ministro Maroni, doveva essere la panacea di tutti i mali. “Tesseriamo i buoni, isoliamo i cattivi”.
Com’è andata a finire lo sappiamo tutti. La violenza non è sparita, si è solo spostata dalle gradinate agli autogrill, lontano dai tornelli elettronici. I gruppi ultras più radicali hanno rifiutato la tessera per principio, disertando le trasferte o aggirando i divieti, mentre gli stadi si svuotavano di famiglie stanche della burocrazia.
Oggi, nel 2026, la Tessera del Tifoso è sopravvissuta solo come “Fidelity Card”. È diventata uno strumento di marketing nelle mani dei club (Napoli, Roma, Fiorentina) per vendere prelazioni sui biglietti e merchandising. Ha perso la sua funzione di “filtro di polizia” preventivo, ma ha mantenuto quella burocratica: è il requisito essenziale per comprare un biglietto quando l’Osservatorio decide di limitare una trasferta.
Siamo passati da uno strumento di sicurezza a uno strumento commerciale, senza che il problema di fondo venisse risolto. La biometria rischia di fare la stessa fine: costosa, invasiva, ma inutile contro chi si dà appuntamento in una via buia lontano dallo stadio per regolare i conti.

IL CASO COMO-BOLOGNA: LA RESA DELLO STATO

Se la tecnologia è così avanzata, perché continuiamo a vietare le trasferte come fossimo nel Medioevo?
Il caso degli scontri pre-partita di Como-Bologna del gennaio 2026 è emblematico. Nonostante le telecamere, i biglietti nominali e le fidelity card, settanta tifosi si sono scontrati in viale Masia.
La risposta delle istituzioni non è stata chirurgica. Non si sono presi (solo) i responsabili. La risposta è stata la punizione collettiva. Per la partita successiva, Verona-Bologna, l’Osservatorio ha suggerito misure restrittive pesanti.
Questo è il cortocircuito logico: lo Stato investe milioni in tecnologie per identificare il singolo, ma quando succede qualcosa, punisce la massa. Il divieto di trasferta è una confessione di impotenza. È come se il Questore dicesse: “Non sono in grado di garantire l’ordine pubblico se voi viaggiate, quindi vi vieto di viaggiare”.
Questa pratica, che colpisce indiscriminatamente migliaia di persone per le colpe di poche decine, è giuridicamente dubbia (contrasta con la responsabilità personale sancita dalla Costituzione) e socialmente devastante. Alimenta nei tifosi la sensazione di essere perseguitati, compattando il fronte ultras contro le istituzioni.

“MICRO-CRIMINALITÀ” O CULTURA? L’ERRORE DI FONDO

Perché l’Italia non riesce a liberarsi dei violenti? Perché continuiamo a sbagliare la diagnosi.
Trattiamo il fenomeno ultras come semplice criminalità, ignorandone la radice sociologica. Come spiega il ricercatore Sébastien Louis , l’ultras italiano non è l’hooligan inglese ubriaco. È un soggetto “politico”, che cerca nello stadio uno spazio di affermazione e di sovranità territoriale.
La repressione cieca (divieti, Daspo, biometria) non fa altro che radicalizzare questo scontro. In Germania, i “Fan Projekts” lavorano con le curve, dialogano, prevenendo la violenza attraverso l’inclusione. In Italia, il dialogo è tabù. Si preferisce militarizzare lo stadio, trasformandolo in un fortino inospitale.
Il risultato? Una profezia che si autoavvera. Rendendo lo stadio un luogo invivibile, tra perquisizioni umilianti e tornelli biometrici, allontaniamo le persone normali. Chi resta? Solo i “duri e puri”, quelli disposti a tutto pur di esserci. Abbiamo selezionato, potenzialmente, il pubblico peggiore possibile.

IL FALSO MITO DEL MODELLO INGLESE

Spesso si invoca la Thatcher e il “modello inglese”. “In Inghilterra hanno risolto tutto con la repressione”, si dice. Falso.
In Inghilterra hanno risolto il problema negli stadi di Premier League con tre mosse che noi ignoriamo:
Infrastrutture moderne: Stadi senza barriere, comodi, dove sei un cliente, non un detenuto. In Italia abbiamo ancora stadi fatiscenti o impianti con visibilità ridicola.
Gentrificazione (e su questo punto mi dissocio): Hanno alzato i prezzi, sostituendo la working class con turisti e ceto medio.
Gestione, non divieto: In Inghilterra le trasferte non si vietano mai. La polizia gestisce la folla, non la reprime.
Noi vogliamo la sicurezza inglese con gli stadi degli anni ’70 e la mentalità di polizia degli anni ’50. Vogliamo applicare il riconoscimento facciale su impianti dove piove in testa e i bagni sono inagibili. È un insulto all’intelligenza del cittadino.

La tragedia dell’Heysel del 29 maggio 1985

VERSO UNA DITTATURA DIGITALE?

Il riconoscimento facciale allo stadio può essere il cavallo di Troia. Se accettiamo che per vedere una partita dobbiamo cedere i nostri dati biometrici, cosa ci impedirà domani di doverlo fare per entrare in piazza a manifestare, o per prendere un treno?
“Da qui a trovarci in una dittatura digitale il passo è brevissimo”, ha concluso Bernardi nell’intervista rilasciata a Pacelli.
Il calcio italiano non ha bisogno di più telecamere. Ha bisogno di stadi nuovi, di dialogo con i tifosi, di certezza della pena per chi sbaglia individualmente e di rispetto per chi paga il biglietto. Finché risponderemo ai sassi con gli algoritmi e ai cori con i divieti di viaggio, continueremo a vivere in questo eterno stato di emergenza. E lo stadio rimarrà un non-luogo: troppo pericoloso per le famiglie, troppo controllato per essere libero, perfetto solo per testare tecnologie che un giorno, forse, useranno contro tutti noi.

Giulio Ceraldi

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