Antonio Vergara segna il primo gol

Il calcio, nella sua essenza più crudele e meravigliosa, è capace di condensare in novanta minuti l’intero spettro delle emozioni umane. Al “Diego Armando Maradona”, in questo freddo pomeriggio di fine gennaio, è andata in scena una rappresentazione perfetta di questa dicotomia. Napoli-Fiorentina è stato un romanzo in tre atti: la rinascita, la tragedia e la resistenza.
Il tabellone finale recita 2-1 per gli azzurri. Tre punti vitali, pesanti come macigni, che permettono ad Antonio Conte di scacciare i fantasmi di una settimana orribile (le sconfitte contro Juventus e Chelsea bruciavano ancora sulla pelle) e di restare (per grandi linee ndr) aggrappato al treno Scudetto. Ma se il risultato sorride, il cuore del Napoli trema. Perché la vittoria, per quanto dolce, ha un retrogusto amaro che porta il nome di Giovanni Di Lorenzo.

L’ALBA DI NUOVI EROI: IL FENOMENO VERGARA

Prima di addentrarci nelle note dolenti, è giusto celebrare la luce. E la luce, in questo momento a Napoli, ha il volto sbarazzino e il mancino educato di Antonio Vergara.
C’è qualcosa di poetico nel vedere un giovane prendersi la scena quando i “grandi” faticano. Dopo il gol in Champions League contro il Chelsea, che sembrava solo una consolazione statistica, Vergara ha dimostrato che quella non era una casualità. Conte, maestro nel gestire le risorse, lo ha lanciato dal primo minuto e il ragazzo ha risposto presente.
Sono bastati undici minuti per indirizzare la partita. Il suo gol dell’1-0 non è solo tecnica; è intelligenza. L’inserimento con i tempi giusti sull’assist di Højlund denota una maturità tattica che va oltre la carta d’identità. Vergara oggi non è stato solo un marcatore, è stato il metronomo offensivo della squadra, l’uomo capace di legare i reparti quando il centrocampo sembrava appannato.
E come se non bastasse, ha deciso di vestire anche i panni dell’assist-man. Il passaggio per il raddoppio di Miguel Gutiérrez è una perla di lucidità. A proposito dello spagnolo: il suo primo gol in Serie A è un manifesto di bellezza balistica. Dribbling secco su un cliente scomodo come Gosens e sinistro a giro sul palo lontano. In quel momento, sul 2-0, il Napoli sembrava una macchina perfetta, oliata dall’entusiasmo dei suoi interpreti meno attesi. È la vittoria della “panchina lunga”, della profondità della rosa, di chi solitamente lavora nell’ombra e oggi si è preso, con prepotenza, la luce dei riflettori.

IL MINUTO 30: IL SILENZIO DEL MARADONA

Giovanni Di Lorenzo

Poi, il buio. Al trentesimo del primo tempo, il tempo si è fermato. Vedere Giovanni Di Lorenzo accasciarsi al suolo non è un’immagine a cui siamo abituati. Il Capitano è sempre stato l’uomo bionico, quello che non riposa mai, quello che stringe i denti. Vederlo uscire in barella, con le mani sul volto, dopo una torsione innaturale del ginocchio, ha mandato un brivido lungo la schiena di tutto lo stadio.
L’infortunio di Di Lorenzo non è solo un problema tecnico, sebbene l’ingresso di Olivera e il conseguente riassetto difensivo abbiano creato qualche sbandamento, è un colpo psicologico. La squadra, fino a quel momento padrona del campo, ha accusato il colpo. Si è percepita, palpabile, la paura. L’assenza del leader vocale, di colui che suona la carica nei momenti difficili, si è fatta sentire terribilmente nel secondo tempo, quando la Fiorentina ha alzato il baricentro.
In attesa dei bollettini medici ufficiali, l’ansia serpeggia tra i tifosi. Perdere Di Lorenzo ora, nel momento cruciale della stagione, potrebbe essere la vera sconfitta di questa giornata.

LA REAZIONE VIOLA E L’ARTE DI “SAPER SOFFRIRE”

Se il primo tempo è stato di marca azzurra, la ripresa ha raccontato un’altra storia. Bisogna dare atto alla Fiorentina di Vanoli di non essersi mai arresa. Nonostante una classifica che piange (terzultimo posto e 17 punti sono un bottino troppo magro per la qualità espressa), i viola hanno mostrato orgoglio.
Il gol di Solomon al 57′, un tap-in rapace dopo una respinta non perfetta di Meret su Piccoli, ha riaperto i giochi e, contemporaneamente, ha spalancato i vecchi demoni nella testa dei giocatori del Napoli. Da quel momento in poi, non si è giocato più di fioretto, ma di sciabola.
È qui che entra in gioco il “Contismo”. Se c’è una cosa che Antonio Conte sa insegnare alle sue squadre, è la capacità di soffrire. Il Napoli si è abbassato, forse troppo, schiacciato dalla pressione di una Fiorentina disperata e vivace, spinta dalle incursioni di Dodò (tra i migliori in campo) e dalla fisicità di Kean, entrato per creare il panico.
Abbiamo visto il Napoli tremare. Il legno colpito da Piccoli risuona ancora nelle orecchie dei tifosi della Curva B. È stato il momento in cui la partita poteva girare, in cui la beffa sembrava dietro l’angolo. Ma è stato anche il momento in cui Alex Meret ha ricordato a tutti perché è il portiere titolare. Due interventi decisivi, su Gudmundsson e ancora su Piccoli, hanno blindato la porta. Meret non è un portiere che fa scena, ma è dannatamente efficace. Oggi, i suoi guanti valgono quanto i piedi di Vergara.

ANALISI TATTICA: VERTICALITÀ CONTRO POSSESSO

Dal punto di vista tattico, la partita ha offerto spunti interessanti.
Il 3-4-2-1 di Conte oggi aveva un obiettivo chiaro: verticalizzare subito. La scelta di Elmas e Vergara alle spalle di Hojlund era mirata a saltare il centrocampo viola con rapidità, sfruttando gli spazi lasciati da una Fiorentina che, per necessità di classifica, doveva osare. Ha funzionato splendidamente per un’ora. La dinamicità di Vergara ha mandato in tilt le linee di passaggio avversarie, compensando una certa stanchezza fisica dei mediani azzurri.
Dall’altra parte, il 4-3-3 (a tratti 4-1-4-1) di Vanoli ha peccato di cinismo. La Fiorentina costruisce, arriva sul fondo con facilità, ma manca terribilmente di “killer instinct“. Le statistiche parleranno di un possesso palla combattuto e di tante occasioni, ma nel calcio vince chi la butta dentro. La Viola esce dal Maradona con la consapevolezza di essere viva, ma con una classifica che inizia a fare davvero paura.

UNO SGUARDO ALLA CLASSIFICA E AL FUTURO

Cosa ci dice, in definitiva, questo 31 gennaio 2026?
Ci dice che il Napoli è vivo. 46 punti, -3 dal Milan e -6 (nel momento in cui scrivo questo pezzo) dall’Inter capolista. In un campionato dove la continuità è merce rara, vincere le partite “sporche”, quelle in cui l’avversario ti mette alle corde, è il segnale più importante.
Conte voleva una reazione e l’ha avuta. Non è stata una vittoria esteticamente perfetta per 90 minuti, ma è stata una vittoria di carattere, di gruppo, di nervi.
Tuttavia, l’euforia è contenuta. Nelle prossime ore, gli occhi di tutti non saranno sulla classifica, ma sulla porta dell’infermeria di Castel Volturno. Sapere se e quando Giovanni Di Lorenzo potrà tornare a guidare i suoi compagni è la variabile che potrebbe decidere le sorti di questa rincorsa Scudetto.
Per ora, il Napoli si gode i suoi nuovi gioielli, Vergara e Gutiérrez e mette in cassaforte tre punti d’oro. La tempesta della scorsa settimana è passata, ma il cielo non è ancora del tutto sereno. E nel calcio, come nella vita, si naviga a vista, una partita alla volta.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.