Gli azzurri escono sconfitti dal campo

La notte del “Maradona” ci ha lasciato negli occhi la magia estemporanea di Antonio Vergara e la rabbia agonistica di un Rasmus Højlund mai domo, ma al risveglio, il sapore in bocca è quello della cenere. Il 2-3 contro il Chelsea sancisce l’eliminazione del Napoli da ogni competizione europea. Niente ottavi, niente playoff. Solo il vuoto.
Ma se oggi puntiamo il dito contro la sfortuna, contro l’arbitraggio di Turpin (a mio avviso perfetto) o contro la classe immensa di Cole Palmer che entra e ribalta il tavolo in venti minuti, stiamo guardando il dito e non la luna. La verità, cruda e scomoda, è che il Napoli non è uscito dalla Champions League ieri sera. L’eliminazione non porta la firma dei Blues di Liam Rosenior, una corazzata costruita con centinaia di milioni di sterline che, legittimamente, è venuta a Napoli a fare la voce grossa.
Il delitto perfetto del Napoli di Antonio Conte si è consumato altrove, in stadi meno nobili e contro avversari che, carte alla mano, non avrebbero dovuto rappresentare un ostacolo insormontabile per i Campioni d’Italia.

IL PECCATO ORIGINALE: NON SI PERDE CONTRO IL CHELSEA, SI PERDE A COPENAGHEN

Antonio Conte, nel post-partita, ha provato a spostare l’attenzione sull’orgoglio e sulle assenze. “Abbiamo giocato alla pari contro una squadra costruita per vincere tutto”, ha detto. Vero. Per un tempo, il Napoli ha sognato l’impresa, andando al riposo sul 2-1. Ma il tecnico salentino ha anche ammesso, forse a mezza bocca, la vera chiave di lettura di questo disastro: “Il rimpianto è Copenhagen. Non dovevamo lasciarci sfuggire quella vittoria”.
È lì, nel gelo della Danimarca, che il Napoli ha firmato la sua condanna. L’1-1 contro il Copenhagen del 20 gennaio scorso è una macchia indelebile. Parliamo di una squadra che naviga nelle zone basse della classifica europea, un avversario che una contendente allo Scudetto deve battere, con o senza Kevin De Bruyne.
Tutto è iniziato, forse, con quel Napoli-Eintracht Francoforte 0-0 del 4 novembre scorso. Una partita giocata in casa, contro una squadra tedesca solida ma modesta, finita con un pareggio a reti bianche che gridava vendetta. Lì, davanti al proprio pubblico, il Napoli ha mancato l’appuntamento con una vittoria “obbligatoria”, perdendo due punti che oggi, classifica alla mano, varrebbero la qualificazione. E che dire, riavvolgendo il nastro, della trasferta di Eindhoven? Quel 6-2 subito dal PSV il 21 ottobre non è stato solo una sconfitta; è stata un’umiliazione tattica e tecnica che ha distrutto la differenza reti, fattore che in questa nuova “Classifica Unica” è vitale quanto i punti. E ancora, il 2-0 incassato a Lisbona contro il Benfica.
Il cammino del Napoli recita: 8 punti in 8 partite. Una media da retrocessione. Non si può pensare di passare il turno vincendo solo contro Qarabag e Sporting Lisbona. L’alibi delle “grandi sfide” non regge: perdere contro il Manchester City (0-2) o contro questo Chelsea ci sta. È la fisiologia del calcio. Quello che non è accettabile, per una squadra che porta lo Scudetto sul petto, è trattare le trasferte in Olanda o Danimarca come se fossero gite di piacere o incidenti di percorso. Lì si è persa la qualificazione, non ieri sera al cospetto di Joao Pedro.

L’INFERMERIA NON SPIEGA TUTTO: LA GESTIONE DELLA ROSA SOTTO ACCUSA

Sarebbe disonesto intellettualmente ignorare l’emergenza. Giocare una partita decisiva di Champions League senza Kevin De Bruyne, Frank Anguissa, Billy Gilmour e Amir Rrahmani è un handicap che abbatterebbe chiunque. Vedere la “luce” accendersi grazie alle giocate del giovane Vergara è stato emozionante, ma è anche la certificazione di una coperta troppo corta.
Tuttavia, gli infortuni sono parte del gioco, specialmente in una stagione logorante post-Mondiale per Club (al quale, però, il Napoli non ha partecipato ndr). La domanda che dobbiamo porci è: la rosa era attrezzata per reggere l’urto? L’ingenuità di Juan Jesus sul rigore concesso è l’errore di un singolo o il sintomo di un reparto difensivo che, tolti i titolarissimi, non ha ricambi all’altezza per questi palcoscenici?
Conte parla di “sfortuna inesplicabile” per gli infortuni traumatici, ma la sensazione è che la squadra sia arrivata a gennaio col fiato corto, aggrappata ai nervi più che al gioco. E quando i nervi saltano contro la tecnica superiore del Chelsea (2.01 xG per i londinesi contro gli 0.98 del Napoli), il risultato è scritto.

L’INCUBO SERIE A: L’INTER SCAPPA, LA CHAMPIONS 2026/27 È A RISCHIO

Archiviata la pratica europea nel modo peggiore, ora bisogna guardarsi alle spalle. La situazione in campionato rischia di precipitare psicologicamente se non gestita con polso fermo.
L’Inter di Cristian Chivu sta viaggiando a ritmi insostenibili e il divario si è allargato a 9 punti. Lo Scudetto, diciamocelo chiaramente, è un miraggio se non si inverte la rotta immediatamente.
Il vero pericolo ora non è tanto perdere il treno per il primo posto, quanto scivolare fuori dalle prime quattro. La Roma è lì, il Milan è lì. Con l’uscita dall’Europa, il Napoli avrà settimane intere per allenarsi, il famoso “vantaggio di Conte”, ma questo vantaggio diventa un’arma a doppio taglio se la testa è piena di scorie negative.

SABATO ARRIVA LA FIORENTINA: TRAPPOLA O RISCATTO?

E qui arriviamo al paradosso del calendario, su cui Conte ha tuonato con la solita verve polemica: “Bisogna chiedersi chi ha avuto la brillante idea di metterci in campo sabato alle 18:00 contro la Fiorentina”. Meno di 72 ore per recuperare da una battaglia fisica e mentale contro il Chelsea.
La Fiorentina che arriverà al Maradona non è una vittima sacrificale. È una bestia ferita, disperata. I Viola navigano in acque torbide, in piena o ai margini della zona retrocessione con appena 17 punti raccolti finora. Hanno un bisogno vitale di punti per non affondare nel pantano della Serie B.
Non c’è avversario peggiore di chi gioca con la disperazione alla gola. Il Napoli troverà una squadra che farà le barricate e picchierà su ogni pallone. Se gli uomini di Conte scenderanno in campo con la testa ancora al gol del 2-3 di Joao Pedro, sabato sera potremmo trovarci a commentare un’altra débacle.

L’eliminazione brucia, deve bruciare. Ma deve anche servire da lezione. Il Napoli ha perso l’Europa perché ha creduto di poter gestire le partite “facili”, scoprendo sulla propria pelle che in Champions League di facile non c’è nulla.
Ora, azzerare tutto. Recuperare quanto prima gli infortunati, recuperare Anguissa, recuperare la dignità difensiva. L’obiettivo minimo è blindare il quarto posto, quello massimo è provare a dare fastidio all’Inter fino alla fine. Ma per farlo, bisogna smettere di piangersi addosso per il Chelsea e iniziare a guardare in faccia la realtà: siamo stati noi i peggiori nemici di noi stessi.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.