La nostra locandina

Perdere a Torino contro la Juventus per 3 a 0 potrebbe anche starci nelle logiche sportive. Ma per noi tifosi del Napoli, la logica sportiva ha smesso di essere il metro di giudizio da tempo.
L’episodio è l’ennesima scintilla in una polveriera mai disinnescata: il contatto Bremer-Højlund. Il mancato rigore. Il silenzio del VAR. E improvvisamente, il risultato del campo passa in secondo piano, inghiottito da una narrazione che conosciamo a memoria, recitata come un mantra doloroso: “Non ci vogliono far vincere”, “Il Palazzo ha deciso”, “È tutto scritto”.
Eppure, mentre scrivo queste righe e mentre voi le leggete, sorge una domanda molto più inquietante del fallo stesso. Una domanda che va oltre la moviola e tocca le corde della nostra razionalità.
Se siamo davvero convinti che ci sia malafede, se crediamo fermamente che il campionato sia indirizzato da un “disegno” superiore per ostacolare il nostro quinto scudetto e favorire le solite “strisciate”… perché siamo ancora qui?
Perché ci appassioniamo, urliamo e soffriamo per un prodotto che, secondo la nostra stessa tesi, è “più farlocco di un pezzotto”? Se il banco vince sempre, perché continuiamo a puntare le nostre fiches emotive su questo tavolo verde?
Forse la risposta non è nel calcio, ma dentro di noi. Forse siamo diventati, a tutti gli effetti, dei “Calcio-dipendenti”. E la nostra droga non è la vittoria, ma l’ingiustizia.

LA SINDROME DEL WRESTLING: IL CONCETTO DI “KAYFABE”

Per capire cosa ci sta succedendo, dobbiamo prendere in prestito un termine dal mondo del Wrestling americano: la Kayfabe.
La Kayfabe è la sospensione dell’incredulità. È quel patto tacito per cui il pubblico sa che i combattimenti sono predeterminati e che i lottatori stanno recitando una parte, ma decide di reagire come se fosse tutto vero.
Nel Wrestling ci sono i Face (i buoni) e gli Heel (i cattivi).
Se ci pensate, la nostra visione della Serie A sta diventando esattamente questa. Nella nostra narrazione, il Napoli è il Face, l’eroe puro, talentuoso ma ostacolato dal sistema. La Juventus (o le strisciate in generale) è l’Heel, il cattivo potente che usa mezzi illeciti per vincere.
Se accettiamo l’ipotesi della malafede arbitrale come un dato di fatto, stiamo implicitamente trasformando la Serie A in uno show di Wrestling. Non guardiamo più uno sport competitivo basato sul merito, ma una recita dove il copione prevede che il “cattivo” vinca grazie a un colpo basso (il rigore non dato) mentre l’arbitro è distratto.
E qui scatta il paradosso: nel Wrestling, il pubblico paga il biglietto proprio per vedere questo. Paga per fischiare il cattivo e sperare che, forse, in questa puntata, il buono riuscirà a ribaltare il copione.
Siamo diventati spettatori di un prodotto “preconfezionato”? La risposta fa paura: se crediamo alla malafede sistemica ma continuiamo a rinnovare l’abbonamento, sì. Ci piace il prodotto fasullo. O meglio, ci piace la storia che questo prodotto ci racconta.

LA PSICOLOGIA DEL “NOI CONTRO TUTTI”: L’IDENTITÀ DELLA VITTIMA

Perché un essere umano razionale dovrebbe appassionarsi a un gioco truccato?
Qui entra in gioco la psicologia sociale e il meccanismo di consolidamento del gruppo.
Sentirsi “parte lesa” non è solo doloroso; è, in modo perverso, gratificante.
Quando gridiamo al complotto, quando ci sentiamo vittime di un’ingiustizia palese (vera o presunta che sia), stiamo rafforzando la nostra identità tribale. L’ingiustizia crea coesione.
“Loro rubano, noi siamo onesti.”
“Loro vincono col potere, noi col cuore.”
“Loro hanno il Palazzo, noi abbiamo il Popolo.”
Questa narrazione ci eleva moralmente. Ci permette di trasformare una sconfitta sportiva (che fa male all’ego) in una vittoria morale (che accarezza l’ego).
Se il Napoli perde 3 a 0 perché ha giocato male, dobbiamo fare i conti con i nostri limiti, con una campagna acquisti sbagliata o con un allenatore in confusione. È un’analisi dolorosa e fredda.
Ma se il Napoli perde perché “c’era un rigore su Højlund e il sistema è marcio”, allora non abbiamo perso davvero. Siamo stati derubati. E la vittima di un furto non ha colpe, merita solo solidarietà.
Inconsciamente, il ruolo della vittima è confortevole. Ci esonera dall’autocritica e ci permette di sentirci moralmente superiori ai vincitori. È il meccanismo che crea dipendenza: abbiamo bisogno del “carnefice” per definire noi stessi come “eroi tragici”. Senza la Juve che ruba, chi saremmo noi? Solo una squadra che ha perso una partita. Con la Juve che ruba, siamo i martiri di un ideale.

LA DOPAMINA DELL’INDIGNAZIONE

C’è poi un aspetto puramente chimico. La rabbia, l’indignazione e il senso di ingiustizia attivano i centri del piacere nel cervello in modo molto simile a certe droghe.
I social media vivono di questo. Un post che analizza tatticamente il pressing sbagliato del Napoli riceverà pochi like. Un fermo immagine del contatto di Bremer con una didascalia che urla “VERGOGNA!” diventerà virale in pochi secondi.
Siamo dipendenti dall’adrenalina che ci scorre nelle vene quando ci sentiamo sotto attacco. L’attesa della decisione del VAR è diventata più emozionante del gol stesso, perché in quel momento si gioca la nostra visione del mondo:
Se il VAR ci dà ragione, abbiamo vinto contro il sistema.
Se il VAR ci dà torto (come ieri, quando addirittura ha deciso di non intervenire), abbiamo la conferma che il sistema esiste e ci odia.
In entrambi i casi, otteniamo una scarica emotiva fortissima. Il “calcio-dipendente” non cerca la pace o la sportività; cerca quella scarica. Cerca il conflitto. Il prodotto “taroccato” è paradossalmente più eccitante di quello onesto perché garantisce dramma, polemiche e discussioni infinite per tutta la settimana.

L’ILLUSIONE DEL “BUG NEL SISTEMA”

Ma c’è un’ultima ragione, forse la più romantica, per cui continuiamo a guardare questo “Wrestling calcistico”.
È la speranza del Glitch, dell’errore nel sistema.
Anche se siamo convinti che il “Palazzo” non voglia farci vincere il quinto scudetto, guardiamo le partite sperando nell’impresa impossibile: essere così forti da battere anche l’arbitro.
È il mito di Davide contro Golia, di Spartacus, di Masaniello.
Vincere un campionato “regolare” è bello. Ma vincere un campionato che si ritiene “truccato”? Quello è leggendario. Quello è l’orgasmo supremo del tifoso che si sente perseguitato.
Noi restiamo incollati allo schermo perché viviamo nell’attesa di quel momento miracoloso in cui, nonostante i rigori negati e le decisioni avverse, la palla entra in rete e fa crollare il castello di carte del potere.
È un gioco d’azzardo mentale. Sappiamo che il banco (le strisciate, il sistema) è truccato, ma continuiamo a giocare perché la vincita potenziale (lo scudetto “contro tutto e tutti”) ha un valore inestimabile proprio perché rara e osteggiata.

SPEGNERE LA TV O CAMBIARE PROSPETTIVA?

Quindi, torniamo alla domanda iniziale: come si fa ad appassionarsi a un prodotto fasullo?
Semplice: perché abbiamo bisogno della favola.
Abbiamo bisogno di credere che ci sia un disegno contro di noi per giustificare le nostre sofferenze, e abbiamo bisogno di credere che possiamo sconfiggere quel disegno per alimentare le nostre speranze.
Siamo “calcio-dipendenti” intrappolati in una relazione tossica con questo sport. Ci lamentiamo che è finto come il Wrestling, ma compriamo il biglietto in prima fila perché, in fondo, amiamo lo spettacolo del nostro stesso dolore e la remota, folle speranza di vedere il “cattivo” cadere proprio quando pensava di aver già vinto.
Forse il primo passo per guarire non è smettere di guardare il calcio, ma smettere di guardarlo come se fosse una crociata. O forse no. Forse, per noi napoletani, il calcio senza il sapore del complotto e della rivincita sociale sarebbe sciapo come un piatto di pasta senza sale.
E allora, ci vediamo domenica prossima. Pronti a gridare al prossimo scandalo, pronti a sentirci di nuovo vittime, pronti a sperare ancora nel miracolo. Perché, in fondo, è proprio questo che abbiamo scelto di comprare.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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