
C’è un misto di rabbia, rassegnazione e quella fastidiosa sensazione di “già visto” che l’Allianz Stadium ci regala. Domenica sera, però, il dolore ha avuto un sapore diverso, più amaro. Non è stato solo il 3-0 inciso sul tabellone luminoso a fine gara a fare male. È stato vedere Luciano Spalletti, l’uomo che ci ha cucito il tricolore sul petto, dopo trentatré anni di attesa, impartire una lezione di calcio cinico e verticale alla nostra squadra; è stato vedere Antonio Conte, il condottiero scelto per la rifondazione, allargare le braccia sconsolato, disarmato da un’emergenza infortuni che ha trasformato una sfida Champions in un calvario annunciato.
Quella andata in scena a Torino non è stata una partita: è stata la cronaca di una resistenza disperata e del suo inevitabile crollo. Una Juventus in salute, rinvigorita e tatticamente evoluta, ha banchettato sui resti di un Napoli privo di mezza squadra titolare. E se il risultato può sembrare severo, l’analisi di ciò che abbiamo visto in campo ci obbliga a una riflessione profonda. Perché se l’Inter scappa via (+9) e le romane ci alitano sul collo, non possiamo più permetterci il lusso delle scuse. Nemmeno quando l’infermeria sembra un bollettino di guerra.
L’alibi delle assenze (e perché non basta)
Partiamo dai fatti, per onestà intellettuale. Nessuna squadra al mondo può regalare contemporaneamente il suo portiere titolare, la coppia di esterni offensivi e i pilastri della difesa a una diretta concorrente senza pagarne dazio.
La lista degli indisponibili letta da Conte prima del match faceva tremare i polsi: fuori Politano e Neres, ovvero le due frecce su cui si basa il gioco offensivo; fuori Rrahmani e Olivera dietro; fuori Anguissa e Gilmour in mezzo al campo. Senza contare l’ormai atavica assenza di un certo Kevin De Bruyne.
A questo quadro desolante si è aggiunta la tegola dell’ultim’ora: Vanja Milinkovic-Savic, titolare inamovibile, ha alzato bandiera bianca per un problema muscolare, costringendo Conte a rispolverare Alex Meret. Il portiere italiano non giocava una gara ufficiale dal 28 settembre 2025. Chiedergli di rientrare in un big match del genere, in uno stadio che ribolliva di 40.000 spettatori, era un azzardo obbligato.
Ma l’alibi regge fino a un certo punto. Perché se è vero che mancavano i titolarissimi, è altrettanto vero che la “rosa profonda” si è rivelata, alla prova del fuoco, drammaticamente corta. Vedere Giovane, arrivato da poche ore dal Verona e mai allenatosi col gruppo, gettato nella mischia nel momento decisivo, è l’immagine simbolo di una pianificazione che ha lasciato qualche buco.
Primo tempo: L’illusione e lo scandalo arbitrale
L’approccio alla gara, paradossalmente, non era stato disastroso. Conte, costretto a inventarsi una trequarti inedita con Vergara ed Elmas, aveva disegnato un Napoli accorto. Per i primi venti minuti, l’illusione ha retto. Abbiamo tenuto palla (chiuderemo col 54% di possesso, un dato sterile che fa rabbia), abbiamo provato a ragionare.
Ma era, appunto, un’illusione. La Juventus di Spalletti ci ha lasciato il pallone come si lascia un giocattolo a un bambino, aspettando solo il momento giusto per portarglielo via.
Il campanello d’allarme è suonato al 19′, quando Khéphren Thuram – un gigante in mezzo al campo che ha fatto sembrare McTominay un primavera – ha stampato un destro all’incrocio dei pali. Lì abbiamo capito che la diga stava per cedere.
E ha ceduto tre minuti dopo. Il gol dell’1-0 è un manifesto di tutto ciò che non ha funzionato. Locatelli ha avuto il tempo di alzare la testa e scodellare un assist per Jonathan David. E qui, cari lettori, dobbiamo parlare di Spinazzola e della linea difensiva. David si è mosso sul filo del fuorigioco con una facilità irrisoria, aggirando l’esterno azzurro. Il tocco a battere Meret è stato facile, troppo facile.
Solo un miracolo di Buongiorno sulla linea di porta (su tiro di Conceiçao) ci ha tenuti a galla. Ma prima dell’intervallo, si è consumato l’episodio che grida vendetta.
In piena area di rigore, Bremer si disinteressa completamente del pallone e prende letteralmente per il collo Hojlund, affossandolo mentre cercava di raggiungere la sfera. Un fallo solare, netto al 100%, un’immagine che non lascia spazio a interpretazioni. Incredibilmente, l’arbitro Mariani lascia correre e il VAR decide di non intervenire. Un rigore negato che avrebbe potuto cambiare la storia della partita e che, ancora una volta, ci lascia con l’amaro in bocca per un metro di giudizio inaccettabile.
La Sliding Door: L’errore di Hojlund
Il calcio è fatto di momenti. E il momento del Napoli è arrivato e svanito al minuto 55. Conte deve aver toccato le corde giuste negli spogliatoi, perché la squadra è rientrata con un altro piglio.
Rasmus Højlund, che fino a quel momento aveva perso ogni singolo duello fisico con un Bremer monumentale (e impunito), ha avuto la palla della vita. È riuscito a girarsi, a scappare via, a presentarsi in area. Lì, il grande attaccante spacca la porta. Højlund, invece, ha calciato a lato.
In quel pallone finito sui cartelloni pubblicitari si sono spente le nostre speranze. Perché contro questa Juve, all’Allianz, hai una, massimo due occasioni. Se le sbagli, sei finito.
Il crollo: L’incubo Juan Jesus
Se l’attacco ha le polveri bagnate, la difesa deve essere imperforabile. E invece, la nostra retroguardia ha deciso di regalare lo spettacolo dell’orrore.
Il protagonista in negativo, purtroppo, è ancora una volta Juan Jesus. Ammonito nel primo tempo, sempre in ritardo, costantemente in affanno. L’errore al 77′ è da matita rossa: un passaggio orizzontale suicida in uscita, con la squadra sbilanciata.
Miretti ringrazia, Yildiz ringrazia ancora di più e fa 2-0. In quel preciso istante, la partita è finita. Conte si è seduto in panchina, impietrito. Un errore individuale che ha vanificato settanta minuti di sacrificio collettivo.
Il 3-0 di Kostic all’86’ è stato solo il sale sulla ferita, e l’errore finale di Lukaku a porta vuota al 91′ – entrato per l’assalto della disperazione – è stato l’emblema tragicomico di una serata maledetta. Big Rom è apparso pesante, arrugginito, lontano parente del dominatore che conoscevamo.
Le pagelle del dolore: Chi si salva?
In una serata così buia, trovare luci è difficile, ma doveroso per onestà di cronaca.
Antonio Vergara (6.5): L’unica nota lieta. Il ragazzino ha personalità da vendere. Nel primo tempo è stato l’unico a tirare in porta, l’unico a provare a saltare l’uomo. Ha predicato nel deserto, ma il futuro è suo. Conte ha avuto coraggio a lanciarlo, lui ha risposto presente.
Giovanni Di Lorenzo (5.5): Il Capitano ci ha messo il cuore, come sempre. Dirottato a fare il “braccetto” difensivo, ha speso energie infinite per rincorrere Yildiz e compagni.
Alessandro Buongiorno (5.5): Mezzo voto in più per quel salvataggio sulla linea che ci ha tenuti in vita. Ma sul terzo gol, anche lui è crollato.
Il Centrocampo (5): Qui abbiamo perso la partita. Il duello Thuram-McTominay è stato impari. Lobotka, senza gli scambi rapidi con Anguissa (assente), è stato ingabbiato nella morsa di Spalletti.
Juan Jesus (4): Dispiace infierire, ma a certi livelli non si possono commettere leggerezze simili. È l’anello debole di una catena che, senza Rrahmani, si è spezzata troppo facilmente.
L’arbitro Mariani (4): Sorvola sul contatto Bremer-Højlund con una leggerezza imperdonabile. In partite così equilibrate, un errore del genere pesa come un macigno.
Uno sguardo alla classifica: Paura e realtà
Adesso bisogna guardarsi in faccia e avere paura. Non dell’Inter, che ormai viaggia su un altro pianeta (52 punti, +9 su di noi), ma di chi sta dietro.
Questa sconfitta ci lascia a 43 punti. La Juventus, con questo 3-0, ci alita sul collo a 42, agganciando la Roma. Il margine è sparito. Il secondo posto è a rischio, la zona Champions è diventata una tonnara.
La prossima sfida contro la Fiorentina diventa, di colpo, una finale. C’è bisogno che Lukaku ritrovi una forma accettabile e che l’infermeria si svuoti, perché affrontare il resto della stagione senza Politano, Neres e Rrahmani sarebbe un suicidio tecnico.
Il 3-0 di Torino deve essere un punto di non ritorno. O ci rialziamo subito, o rischiamo di buttare via una stagione intera.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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