Il Napoli esce dal campo dopo l’1 a 1 con l’FC Copenaghen

La trasferta danese doveva essere la tappa della tranquillità, il timbro sul passaporto per la fase successiva di questa nuova, spietata Champions League. E invece, ci siamo risvegliati con un pareggio che pesa come un macigno e una classifica che fa tremare i polsi.
Ieri sera al Parken Stadium di Copenaghen è andato in scena un dramma sportivo in tre atti: l’illusione del dominio, la follia dell’errore e l’agonia del rimpianto. Un 1-1 che lascia l’amaro in bocca non tanto per il risultato in sé, ma per come è maturato: in superiorità numerica per un’ora, con un gol di vantaggio e il controllo totale del campo. Eppure, torniamo a casa con un pugno di mosche e l’obbligo di battere il Chelsea all’ultima giornata.
Mettetevi comodi (se ci riuscite), perché dobbiamo analizzare a fondo questa notte stregata.

L’emergenza non è un alibi, ma una premessa

Partiamo dai fatti, per onestà intellettuale. Antonio Conte è arrivato in Danimarca con una rosa ridotta all’osso. L’infermeria di Castel Volturno sembra un bollettino di guerra: fuori Kevin De Bruyne, il nostro faro; fuori Matteo Politano e Amir Rrahmani, colonne portanti di questa squadra; fuori anche Meret, Neres, Anguissa e Gilmour.
In questo scenario apocalittico, Conte ha dovuto inventare. Ha lanciato dal primo minuto il giovane Antonio Vergara, classe 2003, un “scugnizzo” in mezzo ai giganti d’Europa. E sapete una cosa? Il ragazzo non ha tremato. Anzi, nel primo tempo è stato l’unico a dare imprevedibilità, sfiorando un gol clamoroso con un rasoterra che ha fatto la barba al palo. È stata la nota più lieta di una serata grigia: il coraggio di osare quando non hai nulla da perdere.

L’illusione: Il rosso, Scott e la partita in discesa

Per i primi 35 minuti, la partita è stata una partita a scacchi. Poi, l’episodio che doveva spalancarci le porte del paradiso. Thomas Delaney, capitano ed esperto centrocampista danese, decide di entrare col piede a martello sul ginocchio di Lobotka. Un intervento brutto, inutile, punito giustamente dal VAR con il cartellino rosso.
Copenaghen in 10. Napoli padrone del campo.
Passano sei minuti e la logica del calcio sembra premiarci. Calcio d’angolo pennellato da Elmas (croce e delizia, ne parleremo), stacco imperioso di Scott McTominay e palla all’incrocio.
In quel momento, al 39′ del primo tempo, eravamo tutti convinti: “È fatta”. Scott, l’uomo ovunque, il guerriero scozzese che sembra nato per vestire la nostra maglia, ci aveva indicato la via. Chiudiamo il primo tempo in vantaggio, con l’uomo in più e il 70% di possesso palla. Cosa poteva andare storto?

Il suicidio tattico: Il vizio di specchiarsi

È qui, nella ripresa, che il Napoli ha commesso il peccato mortale. Invece di azzannare la partita, di cercare il 2-0 per chiudere i conti, abbiamo iniziato a gestire. Ma gestire cosa, in Champions League?
Abbiamo fatto girare palla (657 passaggi completati, una enormità), ma era un possesso sterile, orizzontale, pigro. Senza gli strappi di Politano o le invenzioni di KDB, siamo diventati prevedibili.
Il Copenaghen, sornione, si è chiuso nel suo 4-4-1 e ha aspettato. Ha aspettato che la nostra concentrazione calasse. E purtroppo, puntuale come una tassa, l’errore è arrivato.
Minuto 69. Una palla innocua in area. Alessandro Buongiorno, fin lì impeccabile, decide di entrare in scivolata su Elyounoussi in una posizione dove non si interviene mai in quel modo. Un attimo di blackout, un rigore solare regalato agli avversari.
Qui si consuma la beffa nella beffa. Vanja Milinkovic-Savic, arrivato per sostituire Meret e confermatosi portiere di spessore, fa il miracolo: intuisce e para il rigore a Jordan Larsson. Ma sulla respinta, mentre i nostri difensori sembravano statue di sale, Larsson è il più veloce a ribadire in rete. 1 a 1. Tutto da rifare, ma con l’inerzia psicologica ribaltata.

L’agonia finale: Quando la palla non vuole entrare

Gli ultimi venti minuti sono stati un assedio confuso, dettato più dalla disperazione che dalla tattica. Conte le ha provate tutte: dentro Olivera, dentro Lucca, dentro tutti gli attaccanti disponibili.
E le occasioni le abbiamo avute, eccome se le abbiamo avute.
L’urlo strozzato di Olivera: Minuto 84, colpo di testa a botta sicura. Il portiere Kotarski (migliore in campo dei suoi) vola e la toglie dall’incrocio con la punta delle dita.
L’incubo di Lucca: Minuto 90. La palla del match point capita sul destro di Lorenzo Lucca. È lì, a pochi metri dalla porta, deve solo spingerla dentro. Invece calcia di potenza, alto, in curva. Un errore che potrebbe costarci milioni di euro e il prestigio europeo.

La classifica: Un incubo aritmetico

Ora prendete un respiro profondo, perché la situazione è critica.
Con questo pareggio saliamo a 8 punti. La classifica aggiornata ci vede al 23° posto. Ricordiamo il regolamento: le prime 8 vanno agli ottavi, dalla 9 alla 24 vanno ai playoff. Dalla 25 in giù, si va a casa.
Siamo aggrappati al cornicione. Dietro di noi, il Copenaghen è 24° con gli stessi punti ma una differenza reti peggiore. Appena sotto, c’è il baratro: Qarabağ e Club Brugge a 7 punti. Basta un nulla nell’ultima giornata per scivolare fuori.
Gli altri risultati di ieri non ci hanno aiutato molto: il Real Madrid ha demolito il Monaco 6-1, l’Arsenal ha vinto a Milano contro l’Inter, e l’Ajax ha battuto il Villarreal . La classifica è cortissima.
E adesso? L’ultima spiaggia si chiama Chelsea
Non ci sono più calcoli da fare. Martedì 28 gennaio, al “Maradona”, arriva il Chelsea.
Lo scenario è semplice e terribile allo stesso tempo:
Se vinciamo: Andiamo ai playoff sicuri (probabilmente tra il 15° e il 20° posto).
Se pareggiamo: Andiamo a 9 punti. Rischiamo tantissimo. Dovremmo sperare che Copenaghen, Qarabağ e Brugge non vincano le loro partite. Sarebbe una roulette russa.
Se perdiamo: Siamo fuori al 90%.
Antonio Conte nel post-partita è stato chiaro, ma anche preoccupante: “Si vede che il nostro livello non è così alto per la Champions”. Una frase che sa di resa o di scossa? Lo scopriremo tra una settimana.
Noi tifosi possiamo fare solo una cosa: trasformare il Maradona in un inferno per gli inglesi. Ieri abbiamo buttato via un’occasione d’oro, una di quelle che non tornano. Ma finché la matematica non ci condanna, il Ciuccio deve continuare a scalciare.
È tempo di leccarsi le ferite, ma da domani testa bassa e lavorare. Perché uscire così, dopo aver dominato, farebbe troppo male.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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