Politano esce dal campo infortunato

La perla balistica di Stanislav Lobotka al 7’ minuto della partita giocata col Sassuolo ci ha regalato tre punti vitali, mantenendo invariata la distanza dall’Inter capolista e tenendo vivo il sogno Scudetto. Ma se guardiamo oltre la classifica, se solleviamo il tappeto sotto cui si cerca di nascondere la polvere, quello che troviamo è un bollettino di guerra che non può più essere ignorato. La vittoria contro il Sassuolo rischia di passare alla storia come una classica “vittoria di Pirro”: un successo tattico pagato con un tributo di sangue (sportivo) insostenibile.
Oggi non analizzeremo solo come abbiamo battuto gli emiliani, ma ci porremo la domanda che ogni tifoso del Napoli si sta facendo sottovoce: perché i nostri giocatori si rompono tutti? E soprattutto: quanto c’entrano i metodi del sergente di ferro Antonio Conte e del suo staff?

La cronaca di un’agonia sportiva

Per capire la gravità della situazione, bisogna riavvolgere il nastro della partita. Il Napoli, orfano di Conte in panchina (sostituito da Stellini) e già privo di colonne portanti come Lukaku, De Bruyne, Neres e Anguissa, parte forte. Il gol di Lobotka è un’illusione di salute: la squadra sembra girare.
Ma è una fiammata. Col passare dei minuti, il copione cambia. Non assistiamo a una gestione del vantaggio, ma a una pura sopravvivenza. Il Sassuolo macina gioco (21 tiri totali contro i nostri 11, un xG di 1.26 contro il nostro 0.80), e il Napoli si chiude a riccio. Fin qui, nulla di nuovo: Conte sa soffrire. Il problema è che i muscoli dei giocatori non reggono più quella sofferenza.
Il dramma si consuma in tre atti:
Minuto 56: Eljif Elmas, uno dei più dinamici, alza bandiera bianca. Si parla di vertigini, ma in un contesto di sforzo massimale, spesso è il segnale che il corpo ha esaurito ogni riserva di glicogeno (la “benzina” di riserva che dà energia immediata ai muscoli).
Minuto 67: Amir Rrahmani, il leader che teneva in piedi la difesa, si ferma toccandosi la coscia. Nessun contrasto, solo una corsa. Il muscolo cede.
Finale di gara: L’immagine simbolo della serata. Matteo Politano, subentrato per dare freschezza, si strappa. Con i cambi esauriti, resta in campo fino al 96′, zoppicando, rischiando di trasformare uno stop di tre settimane in un calvario di tre mesi.
Tre infortuni in una sola partita. Non è sfortuna. È statistica. È un segnale d’allarme rosso che lampeggia sulla dashboard dello staff tecnico.

Gli interrogativi sul “Metodo Coratti”

Qui entriamo nel cuore spinoso della questione. Da mesi si glorifica il lavoro di Costantino Coratti, il preparatore atletico fedelissimo di Conte, erede della scuola di Gian Piero Ventrone. Si parla di “cultura del lavoro”, di “superare i limiti”. Ma c’è una linea sottile tra allenare e logorare.
Rileggiamo le parole di Coratti rilasciate tempo fa a Radio CRC, che oggi fanno riflettere: “Per noi la parola gestione è sempre antipatica, la escludiamo dal nostro vocabolario… Non esiste un discorso di programmazione di gestione”.
Questa filosofia, intransigente e diretta, ha fatto le fortune di Conte alla Juventus del 2011/12 e al Chelsea del 2016/17. Ma c’è un dettaglio fondamentale che viene omesso: in quelle stagioni Conte non giocava le coppe europee. Aveva una settimana intera per spingere ai limiti i giocatori in allenamento e farli recuperare.
Oggi, nel 2026, il Napoli gioca ogni 72 ore. Champions League, Serie A, Coppa Italia. Applicare carichi di lavoro da “settimana tipo” in un calendario compresso non è eroismo, è “suicidio” fisiologico. Quando non c’è tempo per la supercompensazione (il recupero che permette al muscolo di rafforzarsi), il tessuto cede. È biomeccanica elementare. Rrahmani e Politano non si sono fatti male per un tackle assassino; si sono fatti male correndo, vittime di un overuse che lo staff tecnico sembra rifiutarsi di riconoscere come problema.

Un’infermeria da incubo

Guardiamo in faccia la realtà. La lista degli indisponibili non è più una lista, è una formazione titolare parallela:
Difesa: Rrahmani (lesione), Meret (mano).
Centrocampo: Anguissa, Gilmour, Elmas, De Bruyne (il cui rientro sembra un miraggio).
Attacco: Lukaku, Neres, Politano.
Stiamo parlando dell’asse portante della squadra. Stellini nel post-partita ha elogiato la “resilienza” e il cuore del gruppo. Ha ragione, i ragazzi sono encomiabili. Vergara, gettato nella mischia all’esordio, ha mostrato personalità. Ma non possiamo chiedere alla Primavera di vincere lo Scudetto o di portarci avanti in Champions.

Copenaghen e Juventus: Il bivio della stagione

La vittoria col Sassuolo ci dà ossigeno, ma il calendario sta per togliercelo. Martedì saremo in Danimarca per sfidare il Copenhagen in Champions League. Cinque giorni dopo, ci sarà la Juventus a Torino.
Come ci arriviamo? Con gli uomini contati. Conte sarà costretto a schierare di nuovo chi ha giocato 90 minuti ieri, aumentando esponenzialmente il rischio di nuovi infortuni. È un cane che si morde la coda: gli infortuni riducono le rotazioni, le rotazioni ridotte aumentano la fatica sui superstiti, la fatica crea nuovi infortuni.

Serve un cambio di rotta (o di mercato)

L’analisi è impietosa. Se Antonio Conte non accetta di inserire la parola “gestione” nel suo vocabolario, o se la società non interviene pesantemente nel mercato di gennaio (under 23 italiani, per raggirare io blocco parziale del mercato di gennaio?) comprando atleti sani pronti all’uso (non scommesse), la stagione del Napoli rischia di implodere non per mancanza di talento, ma per esaurimento scorte.
Il tifoso napoletano è abituato a soffrire, ma c’è differenza tra la sofferenza sportiva e l’assistere passivamente all’autodistruzione fisica dei propri beniamini. La vittoria di ieri è stata bellissima per il cuore, ma terrificante per la mente.
Godiamoci questi tre punti, abbracciamo Lobotka, ma teniamo gli occhi aperti. L’ombra che si allunga sul Maradona non è quella degli avversari, ma quella di un metodo che forse, nel calcio frenetico del 2026, ha bisogno di un aggiornamento urgente.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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