Antonio Conte infuriato

Domenica sera, nella fredda notte di San Siro, il calcio ha smesso di essere uno sport di contatto ed è diventato un esercizio di burocrazia forense. È il 70° minuto di Inter-Napoli. Il risultato è in bilico, l’intensità è alle stelle, degna – come diranno poi i commentatori – di una sfida di Premier League. Poi, un fischio. O meglio, un non fischio che diventa fischio. E il tempo si ferma.
Non si ferma solo il cronometro. Si ferma il cuore dei tifosi, si ferma l’adrenalina dei calciatori, e soprattutto, si fermano i muscoli. Quello che succede dopo non è solo cronaca di un rigore concesso o di un pareggio strappato con i denti (grazie, Scott McTominay ndr), ma è la fotografia nitida di un sistema che sta implodendo sotto il peso della sua stessa tecnologia.

L’anatomia di un “rigorino” e la morte della centralità arbitrale

Daniele Doveri, l’arbitro in campo, era lì. A pochi passi. Ha visto il contatto tra Amir Rrahmani e Henrikh Mkhitaryan. Ha valutato la dinamica, l’intensità, il contesto. E ha deciso: si gioca. In un calcio “normale”, la sua decisione sarebbe stata legge. Ma nel calcio del 2026, l’occhio umano è succube del frame.
Dalla sala VAR, richiamano l’attenzione. Si va all’On-Field Review. E qui accade l’ormai consueto paradosso: l’arbitro non va al monitor per verificare se ha sbagliato, ma va per farsi convincere che ha sbagliato. Le immagini rallentate trasformano un contatto di gioco, un pestone (“step-on-foot“) che in velocità reale sembrava marginale, in un “crimine efferato”.
Il rigore viene assegnato. Calhanoglu segna. Conte esplode. Il suo urlo, quel “Vergognatevi!” ripetuto mentre viene allontanato dal campo, non è solo la rabbia di un allenatore che vede sfumare una vittoria. È l’urlo di chi vede il proprio lavoro quotidiano, fatto di sudore e intensità, vanificato da una moviola che cerca il pelo nell’uovo ignorando la trave. Non è un caso che molti esperti abbiano sottolineato come certi contatti, visti al microscopio, diventino “soft penalties” che in campo non sarebbero mai stati fischiati.

Il precedente di Verona: La ferita è ancora aperta

Per capire la furia di San Siro, dobbiamo riavvolgere il nastro di appena cinque giorni. 6 gennaio 2026, Stadio Maradona. Napoli-Verona. Un’altra partita, un altro psicodramma tecnologico.
Il gol annullato a Rasmus Højlund per un tocco di polso in fase di controllo è l’emblema della “morte del calcio”. Il regolamento attuale sull’immediatezza del fallo di mano in attacco è una tagliola che non ammette logica: non importa se il tocco è accidentale, non importa se il braccio è in posizione congrua per la corsa. Se tocchi e segni, è fallo. Se un difensore avesse fatto lo stesso movimento nella sua area, probabilmente non sarebbe stato rigore. Questa asimmetria regolamentare crea un senso di ingiustizia profondo.
E come se non bastasse, nella stessa partita, il rigore concesso contro Alessandro Buongiorno per un mani frutto di uno sbilanciamento ha completato il quadro. Due indizi (Verona e Inter) non fanno una prova di complotto – lasciamo stare il “Vento del Nord” per un attimo – ma fanno una prova schiacciante di confusione. Il protocollo VAR doveva eliminare gli errori chiari ed evidenti; oggi sembra introdotto per creare nuove, sofisticate forme di polemica.

Il grande freddo: Perché le attese VAR sono pericolose

C’è un aspetto di questa vicenda che spesso viene derubricato a scusa, ma che invece ha basi scientifiche solide: la salute dei giocatori. Il tasto dolente sono i rischi legati alle lunghe interruzioni.
Immaginate un atleta che corre a 30 km/h, con i muscoli caldi ed elastici. Improvvisamente, il gioco si ferma. Non per 30 secondi, ma per 3, 4, a volte 5 minuti per un check VAR complesso. Siamo a gennaio. A Milano o a Napoli fa freddo. In quei minuti di inattività, la temperatura corporea scende drasticamente. Il muscolo si “raffredda” (cooling), perde elasticità e diventa rigido come una corda tesa.
Poi, il fischio. Si riparte. Magari con uno scatto improvviso per ribattere un rigore o lanciare un contropiede. È in quel preciso istante che il rischio di infortunio muscolare schizza alle stelle. Strappi, contratture, lesioni. Il Napoli ha già pagato un dazio pesante in questa stagione.
Il tempo effettivo di gioco in Serie A oscilla tra i 50 e i 60 minuti, ma le partite durano ormai oltre 100 minuti. Questo significa che per quasi 40 minuti i giocatori sono in un limbo fisico pericolosissimo. Il VAR, nato per proteggere la regolarità del gioco, sta finendo per minacciare l’integrità fisica dei suoi protagonisti.

Una sala VAR

Mal comune, nessun gaudio: Il caos in Premier League

Se pensate che lamentarsi sia una prerogativa italiana, guardate oltremanica. La Premier League, il campionato più ricco e spettacolare del mondo, sta vivendo una crisi di rigetto verso il VAR forse ancora più acuta della nostra.
Anche in Inghilterra i tifosi sono stufi. Stufi di non poter esultare a un gol senza guardare il maxischermo. Stufi di vedere linee tracciate per fuorigioco millimetrici che uccidono l’emozione. Stufi di vedere squadre come il West Ham perdere punti vitali per decisioni prese in una stanza a chilometri di distanza. Le statistiche mostrano squadre come il Manchester United penalizzate più volte in una singola stagione da “errori” tecnologici. Tutto il mondo è paese: la tecnologia, usata così, non piace a nessuno.

È ora di cambiare

La domanda che ci poniamo, da tifosi e da amanti di questo sport, è semplice: il gioco vale la candela?
Il VAR è stato introdotto come una speranza. La speranza di un calcio più giusto, libero da errori madornali. Oggi, quella speranza si è trasformata in un incubo burocratico. Abbiamo perso la spontaneità dell’esultanza. Abbiamo depotenziato la figura dell’arbitro, ridotto a mero esecutore di sentenze remote. Stiamo mettendo a rischio i muscoli dei nostri campioni con attese glaciali.
Questo deve essere un punto di svolta. Non possiamo accettare che una chiamata “sconfessi” la realtà del campo per un contatto che solo la super-lente d’ingrandimento vede come fallo. O si torna a usare il VAR solo per gli errori davvero clamorosi (scambi di persona, fuorigioco macroscopici, condotte violente non viste), o si deve avere il coraggio di ripensare tutto, magari introducendo il “Challenge” a chiamata per gli allenatori, restituendo responsabilità a chi il campo lo vive e lo suda.
Per ora, ci teniamo stretto il punto di San Siro e la grinta di McTominay. Ma ci teniamo anche la rabbia. Perché questo calcio, spezzettato e vivisezionato, ci piace sempre meno.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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