
Siamo ufficialmente entrati nell’era degli Stadi 3.0. Se pensavate che il Tottenham Hotspur Stadium o il nuovo Bernabéu fossero il punto d’arrivo, preparatevi a ricredervi.
In un recente e affascinante articolo per The Athletic, il corrispondente Philip Buckingham ci guida attraverso i cantieri (reali e concettuali) che cambieranno per sempre il nostro modo di vivere lo sport.
Non più solo “partita”, ma “destinazione”
Il concetto chiave che emerge è chiaro: uno stadio che apre solo 20 giorni all’anno è un fallimento economico. I nuovi progetti di Manchester United (un “tempio” da 100.000 posti voluto da Sir Jim Ratcliffe) e Birmingham City (con il suo visionario Powerhouse Stadium) puntano a creare distretti urbani attivi tutto l’anno, con fan zone grandi quanto piazze storiche e aree commerciali integrate.
La frontiera tecnologica: Ologrammi e VR
Cosa vedremo tra 20 anni? Secondo gli esperti di Populous citati da Buckingham, il confine tra fisico e digitale sarà quasi invisibile:
Replay olografici direttamente sul campo.
Posti a sedere virtuali per permettere a un tifoso dall’altra parte del mondo di “sedersi” accanto a un amico allo stadio.
Pareti LED giganti (come quella prevista per lo stadio MBS in Arabia Saudita) che trasformano l’architettura in un enorme schermo cinematografico.
Il cuore resta analogico?
Nonostante i droni e i chioschi self-service, resta un dubbio: non è che stiamo esagerando? Come sottolinea Buckingham nel pezzo, architetti come Dan Meis avvertono che il “senso di comunità” e il contatto fisico con l’atmosfera del match restano insostituibili. La tecnologia deve essere il “condimento”, non il piatto principale.
Giulio Ceraldi
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