Højlund protesta con l’arbitro Marchetti

Il 7 gennaio 2026 non sarà ricordato come la data di un semplice pareggio casalingo. Quello che è andato in scena allo Stadio Diego Armando Maradona contro l’Hellas Verona è stato un dramma sportivo in tre atti: il crollo, la furiosa risalita e, infine, lo spettro di un addio illustre che aleggia su Castel Volturno. Se Antonio Conte cercava risposte caratteriali, le ha avute; se i tifosi cercavano tranquillità, hanno trovato l’esatto opposto tra le pieghe del regolamento arbitrale e le colonne de Il Mattino.
Analizziamo a mente fredda le 24 ore che rischiano di cambiare il volto alla stagione azzurra.

Atto Primo: L’incubo e la resurrezione

Per 45 minuti, il Napoli ha guardato nell’abisso. Contro un Verona disegnato da Paolo Zanetti per fare le barricate e ripartire, gli azzurri sono sembrati la copia sbiadita della macchina da guerra ammirata fino a dicembre. Il gol di tacco di Frese al 16’ è stato un capolavoro di balistica estemporanea, ma anche l’imputato numero uno di una difesa apparsa statica e sorpresa.
Quando Orban ha trasformato il rigore del 2-0 poco prima della mezz’ora, il Maradona è piombato nel gelo. Non era solo il risultato a spaventare, ma l’incapacità del centrocampo — orfano di alcuni titolari e con un Gutierrez in difficoltà — di filtrare le ripartenze scaligere.
La svolta, come spesso accade con Conte, è arrivata nell’intervallo. O meglio, dalla panchina. L’ingresso di Spinazzola e, soprattutto, del giovane Marianucci (classe 2004) ha ribaltato l’inerzia. Il Napoli del secondo tempo è stato furioso, illogico e bellissimo. Il gol di McTominay su calcio d’angolo ha riaperto la diga, e la girata al volo di capitan Di Lorenzo all’81’, su assist proprio del “baby” Marianucci, ha salvato l’onore. Un 2-2 finale che muove la classifica portando il Napoli a 38 punti insieme al Milan, ma che lascia l’amaro in bocca per ciò che “poteva essere” e non è stato concesso.

Atto Secondo: Il dossier arbitrale e la teoria dell’amputazione

Se il campo ha detto “pareggio”, la moviola ha urlato “polemica”. La direzione dell’arbitro Marchetti e l’utilizzo del VAR sono finiti nel mirino di Antonio Conte con una virulenza che non si vedeva da tempo.
Il caso più eclatante è il rigore concesso per il fallo di mano di Buongiorno. La dinamica è complessa: il difensore salta, sbilanciato in modo evidente da una spinta di Valentini. Il braccio è largo, sì, ma per una questione di equilibrio fisico, non per volontà. Il regolamento punisce l’aumento del volume corporeo, ma ignora la biomeccanica del salto contrastato.
Ma è sui gol annullati che la rabbia di Conte è esplosa. Due reti cancellate nella ripresa: una a McTominay per un fuorigioco millimetrico di Rrahmani (rilevato dal SAOTSemi-Automated Offside Technology) e, soprattutto, quella a Rasmus Hojlund per un presunto tocco di polso.
Le parole di Conte nel post-partita sono destinate a diventare un meme amaro di questa Serie A: «Non so dove avrebbe dovuto avere quel braccio. Che deve fare? Deve amputarlo?». Una provocazione che nasconde una verità scomoda: la tecnologia sta disumanizzando il gesto atletico, punendo contatti impercettibili che non offrono alcun reale vantaggio. Hojlund, dal canto suo, ha giurato di non averla toccata, alimentando la sensazione di un accanimento.

Atto Terzo: La rivelazione de Il Mattino – “Mondiale sullo sfondo”

Mentre il campo raccontava la fatica della rimonta, una notizia ben più pesante era iniziata a circolare già da alcune ore. A lanciarla è stato Il Mattino, con un titolo che non lascia spazio a interpretazioni: “De Bruyne può lasciare il Napoli a gennaio. Sirene arabe e statunitensi, col Mondiale sullo sfondo”.
Non si tratta della classica voce di mercato per attirare visualizzazioni, ma di un ragionamento clinico e strategico che coinvolge tutte le parti in causa. Secondo il quotidiano, l’addio del fuoriclasse belga già nella sessione invernale è un’ipotesi concreta, dettata da una priorità assoluta del giocatore: il Mondiale 2026.
De Bruyne, fermo ai box dal 25 ottobre per una lesione al bicipite femorale, non tornerà disponibile prima di marzo. A 34 anni, e con l’ultima Coppa del Mondo della carriera all’orizzonte (si giocherà proprio in estate negli USA), il giocatore non ha alcuna intenzione di forzare il rientro rischiando ricadute che potrebbero essergli fatali. Qui entrano in gioco le “sirene”.
La pista saudita: I club della Saudi Pro League sono pronti a offrire contratti faraonici anche a un giocatore infortunato, permettendogli di gestire il recupero con calma in vista del futuro.
La pista statunitense (MLS): È la destinazione più affascinante, proprio perché gli USA ospiteranno il Mondiale. Andare in MLS a gennaio significherebbe entrare nel clima del torneo con mesi d’anticipo, in un campionato dai ritmi fisici diversi rispetto alla Serie A.
Per il Napoli, l’operazione avrebbe una logica finanziaria inattaccabile. Il club si libererebbe di un ingaggio pesantissimo (11 milioni di euro lordi a stagione) per un calciatore che, nella migliore delle ipotesi, giocherebbe solo gli ultimi due mesi di campionato. Il Mattino sottolinea che la società è pronta a valutare offerte concrete: cedere oggi significherebbe risparmiare milioni e incassare risorse fresche per dare subito a Conte i rinforzi “sani” di cui ha disperatamente bisogno.

Noi contro tutti

Il pareggio col Verona lascia in eredità una certezza: il Napoli è vivo, ma è solo. Conte sta costruendo, mattone dopo mattone, la narrazione dell’assedio. Gli arbitri, il VAR, gli infortuni, le voci di mercato: tutto diventa benzina per il fuoco sacro dello spogliatoio.
La rimonta da 0-2 dimostra che la squadra è con l’allenatore. Ora resta da capire se la società avrà la forza di gestire il caso De Bruyne (se davvero così sarà) senza indebolire l’entusiasmo di una piazza che, ieri sera, ha vissuto tutte le emozioni possibili in novanta minuti.
Il campionato è lungo, ma la notte del 7 gennaio ha tracciato una linea: da qui in poi, sarà battaglia su ogni pallone. E su ogni frame al VAR.

Giulio Ceraldi

Forza Napoli. Sempre.

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