
Mentre sogneremmo di trovare nella calza della Befana i colpi di mercato per puntellare la rosa di Antonio Conte, la realtà bussa alla porta di Castel Volturno con una sigla che impareremo a odiare più del VAR: CLA (Costo del Lavoro Allargato).
Ne avevo scritto il 23 dicembre, ma gli interrogativi sul futuro prossimo del Napoli meritano una risposta che vada oltre la cronaca.
Il paradosso del “ricco ma bloccato”
Al 30 giugno 2025, il Napoli ha chiuso il bilancio in rosso di 21,4 milioni di euro. Niente di drammatico se paragonato ai buchi neri di Inter o Juve (…), specie considerando che abbiamo riserve accumulate per oltre 150 milioni. Il Napoli non ha debiti con le banche. È una mosca bianca.
Ma alla nuova Commissione Indipendente di Controllo (l’erede spietata della Covisoc), dei soldi che abbiamo in banca non importa nulla. Il nuovo regime di sostenibilità, guidato dal parametro del CLA, non guarda la liquidità (quanto hai in cassa), ma la capacità di generare ricavi strutturali.
Il calcolo è semplice e brutale: se incassi 100 ma la tua “macchina squadra” (stipendi + ammortamenti) costa 85, sei “fuori legge”. La soglia è 0,80. Noi l’abbiamo superata.
Ecco perché oggi siamo in regime di “Vigilanza Rafforzata”. Ecco perché a gennaio Giovanni Manna deve operare a saldo zero: può comprare solo se vende, euro su euro. Non è tirchieria, è un obbligo federale. Se De Laurentiis mettesse domani 50 milioni di tasca sua nel club, non cambierebbe nulla: l’indice rimarrebbe rosso, perché l’immissione di capitale non è considerata “ricavo strutturale”.
Il limite strutturale: Un nano tra i giganti commerciali
Qui arriviamo al cuore dell’interrogativo: La SSC Napoli ha raggiunto i suoi limiti strutturali?
Guardiamo i numeri, freddi e inappellabili.
Nell’anno dello Scudetto, abbiamo toccato il cielo con un dito. Ma finito l’effetto tricolore, siamo tornati sulla terra. Il bilancio 2025 ci dice che i ricavi commerciali del Napoli (sponsor, merchandising, partnership) sono fermi a 68,1 milioni di euro.
Vi sembra tanto? Guardate gli altri.
Milan: Viaggia oltre i 150 milioni di ricavi commerciali.
Inter: Circa 142 milioni.
Juventus: Nonostante la crisi, supera i 116 milioni.
C’è un buco di 80 milioni di euro l’anno tra noi e le strisciate.
Questo è il limite strutturale. Il modello attuale, basato sulla gestione “artigianale” dei diritti d’immagine e su sponsorizzazioni regionali o nazionali, ha spremuto tutto quello che poteva spremere. Non si può andare oltre.
Senza quegli 80 milioni di differenza, il Napoli è costretto a vendere un big ogni anno per finanziare il mercato. La cessione di Kvaratskhelia (quella plusvalenza da quasi 80 milioni che ci ha salvato il bilancio 2025) non è stata un incidente: è il bug del sistema che diventa feature. Così come non lo è stata quella di Victor Osimhen nell’estate 2025: il suo addio verso il Galatasaray per 75 milioni non è servito a “fare cassa” per il piacere di farlo, ma è stato l’ossigeno vitale per coprire i costi di gestione di una sola stagione. È l’unico modo per pareggiare i conti con chi fattura il doppio di noi dal punto di vista commerciale.
L’illusione del socio di minoranza
Immaginiamo che domani un fondo americano o un investitore arabo acquisti il 30% del Napoli. Cosa succede?
Entrano soldi in cassa: Ottimo per costruire il centro sportivo o per dormire sonni tranquilli.
L’indice CLA si abbassa? No.
E qui sta l’inghippo. Le regole FIGC e UEFA (Squad Cost Ratio) calcolano la sostenibilità sui ricavi, non sul patrimonio. Se il nuovo socio versa 100 milioni nelle casse, quei soldi non contano come “fatturato”. Quindi il blocco del mercato resta. Il limite agli stipendi resta.
Quando serve un socio?
L’ingresso di un socio di minoranza ha senso solo se porta “Smart Money“, ovvero soldi intelligenti, non solo liquidità. Serve un partner industriale.
Esempio inutile: Un fondo che mette cash e aspetta il dividendo.
Esempio utile: Un colosso globale (es. Apple, Amazon, una compagnia aerea asiatica) che entra come socio e contestualmente diventa Main Sponsor con un contratto da 50 milioni l’anno, o che compra i Naming Rights dello stadio/centro sportivo.
Solo in questo caso aumentano i ricavi strutturali e si libera spazio salariale. Ma Aurelio De Laurentiis sarebbe disposto a far entrare qualcuno che inevitabilmente vorrebbe avere voce in capitolo sul marketing e sulle strategie? Fino ad oggi, la risposta è stata no. E questo “no” è un altro limite strutturale.
La spada di Damocle del 31 Marzo
La situazione è più critica di quanto sembri. Non dobbiamo solo gestire il mercato di gennaio a saldo zero. C’è una data cerchiata in rosso sul calendario di Manna: 31 Marzo 2026.
In quella data, la soglia di tolleranza del Costo del Lavoro scenderà da 0,80 a 0,70.
Il Napoli, che oggi fatica a stare nello 0,80, dovrà tagliare i costi o aumentare i ricavi di un ulteriore 10-15% in tre mesi.
Se non ci riusciamo? Blocco totale del mercato in estate. Significa non poter fare campagna acquisti per la stagione 2026/27.
Ecco perché la Supercoppa in Arabia non è stato solo un trofeo, ma una questione di “ossigenazione finanziaria”. Quei premi partita sono (appunto) ossigeno puro per il denominatore del CLA. Ed ecco perché Manna sta guardando ossessivamente al mercato degli Under 23 italiani (Zanotti, Palestra): sono gli unici giocatori che la FIGC ci permette di comprare senza appesantire l’indice, grazie all’esenzione per i giovani talenti nazionali.
Stadio nuovo o ridimensionamento: L’unica via d’uscita
Se escludiamo la teoria del socio “industriale” (difficile con questa governance) e il miracolo sportivo continuo (vincere sempre per incassare premi), resta una sola via per abbattere il muro strutturale: Lo stadio.
Il “Maradona”, con tutto l’amore che proviamo, fattura 24 milioni di euro. San Siro ne fattura 70-80. Lo Juventus Stadium oltre 40.
Stiamo regalando ai nostri avversari un giocatore top player all’anno, solo perché non abbiamo uno stadio moderno.
Quando De Laurentiis parla di nuovo stadio quasi a mo’ di mantra, ha ragione da vendere. Un impianto di proprietà, con musei, ristoranti, innumerevoli skybox (contro i pochi attuali) e vita 7 giorni su 7, porterebbe i ricavi da stadio a 60-70 milioni.
Colmerebbe il gap. Ci permetterebbe di tenere i Kvara e gli Osimhen senza doverli vendere per pagare gli stipendi degli altri.
Ma quello dello stadio nuovo è un progetto al 2030, se va bene. E noi dobbiamo “sopravvivere” al 2026.
Un anno di verità
Il 2026 sarà l’anno della verità.
Sì, abbiamo raggiunto i limiti strutturali di questo modello “familiare”. L’autofinanziamento tramite plusvalenze non regge più i costi di un calcio inflazionato e iper-regolamentato. Senza Champions fissa e senza stadio, siamo condannati a un’eterna altalena: un anno si spende (e si vince), due anni si taglia (e si soffre).
Non aspettatevi “il botto” a gennaio, a meno che non esca qualcuno di pesante. Aspettatevi invece strategia, giovani italiani e tanta ansia per i conti.
Il Napoli non rischia il fallimento, mai. Ma rischia la mediocrità dorata di chi vorrebbe, ma non può. E per una piazza che ha assaggiato il sapore della vittoria due volte in tre anni (Scudetto ndr), questa è la condanna peggiore.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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