
Mentre i riflettori dello stadio Al-Awwal Park di Riyadh si accendono per illuminare la Final Four della Supercoppa Italiana 2025, un’ombra lunga si stende sul calcio italiano. Da un lato c’è lo scintillio dell’oro saudita, i 22,5 milioni di euro di montepremi e la promessa di esportare il brand della Serie A nel mondo. Dall’altro, c’è la cruda realtà di spogliatoi che assomigliano sempre più a reparti di ortopedia, calendari che sfidano la fisiologia umana e una domanda che risuona sempre più forte tra tifosi e addetti ai lavori: ne vale davvero la pena?
Giovedì 18 dicembre, il Napoli di Antonio Conte e il Milan di Massimiliano Allegri scenderanno in campo per la prima semifinale. Ma quella che vedremo non sarà una sfida tra due superpotenze al massimo del loro splendore; sarà piuttosto una gara di sopravvivenza tra chi è rimasto in piedi.
La metamorfosi: da festa dello sport a “macchina da soldi”
Per capire come siamo arrivati a questo punto, bisogna guardare indietro. La Supercoppa Italiana è nata nel 1988 come una celebrazione: una gara secca, spesso giocata in casa della vincitrice dello Scudetto, un antipasto o un dessert della stagione calcistica. Oggi, quella tradizione è stata sacrificata sull’altare della revenue generation.
Il passaggio al format “Final Four“, ispirato al modello spagnolo, ha trasformato l’evento in un mini-torneo di cinque giorni. Perché? La risposta è brutalmente aritmetica: più partite significano più slot televisivi e, soprattutto, hosting fees molto più alte pagate dall’Arabia Saudita. I club non possono permettersi di dire di no: in un sistema calcio perennemente indebitato, incassare tra gli 8 e i 9,5 milioni di euro per la vittoria (o anche solo 1,6 milioni per la semplice partecipazione alle semifinali) è ossigeno puro per i bilanci.
Tuttavia, definire questi tornei “macchine da soldi” non è solo uno slogan populista; è una descrizione accurata della loro funzione primaria. La componente sportiva è diventata il veicolo, non più il fine. E il motore di questo veicolo sta iniziando a perdere pezzi.
Il bollettino di guerra: Napoli e Milan a pezzi
L’esordio di giovedì ci mette di fronte al conto salato di questa congestione. Analizzando le rose, la situazione è allarmante.
In casa Napoli, Antonio Conte deve fare i conti con un centrocampo praticamente azzerato. L’acquisto che aveva fatto sognare la piazza in estate, Kevin De Bruyne, è fermo ai box per una lesione di alto grado al bicipite femorale; non lo rivedremo prima di febbraio/marzo. Ma non è solo: anche Frank Anguissa, il pilastro del centrocampo, è out per lo stesso tipo di infortunio, mentre il metronomo che sostituisce Lobotka (anch’egli appena rientrato dopo un problema all’adduttore), Billy Gilmour è fuori combattimento per una operazione risolutiva (si spera) del problema legato alla pubalgia.
Conte si trova costretto a inventare. Scott McTominay, uno degli stakanovisti della stagione, dovrà fare gli straordinari, supportato probabilmente da adattamenti tattici d’emergenza. L’unica luce in fondo al tunnel è il possibile recupero parziale di Romelu Lukaku, che però difficilmente avrà i 90 minuti nelle gambe.
Non ride il Milan. La “cura Allegri”, che ha riportato i rossoneri in alto in classifica dopo un avvio difficile, si scontra con l’assenza del suo bomber principe. Santiago Gimenez, il colpo da novanta del mercato (contratto fino al 2029), è diventato un caso clinico e salterà la trasferta araba per curarsi a Milanello.
A preoccupare è anche Rafael Leão, la stella più luminosa, fermatosi l’8 dicembre per un problema muscolare. Allegri spera nel miracolo, ma i rischi di una ricaduta in una gara secca sono altissimi. Anche la difesa perde pezzi, con Matteo Gabbia destinato al forfait.
Il Tetris impossibile del calendario
Lo scorso febbraio è stato Umberto Calcagno, presidente dell’Assocalciatori (AIC), a porre la domanda cruciale, denunciando un sistema ormai al limite: “Fino a quando si potrà tirare la corda senza spezzarla?”. La risposta, guardando il calendario, è che la corda si è probabilmente già spezzata.
Partecipare alla Supercoppa significa per queste quattro squadre (c’è anche l’Inter e il Bologna) saltare la 16ª giornata di Serie A. Sembra un dettaglio da poco, ma in una stagione che prevede la nuova Champions League a girone unico e il Mondiale nell’estate 2026, non esistono spazi vuoti.
Il risultato? Un gennaio infernale. Al rientro dall’Arabia, le squadre dovranno recuperare le partite rinviate in slot infrasettimanali incastrati a forza: il Napoli recupererà col Parma il 14 gennaio, il Milan col Como il 15 gennaio.
Questo significa giocare ogni tre giorni per due mesi consecutivi, su campi pesanti invernali, aumentando esponenzialmente il rischio di infortuni da stress. È un circolo vizioso: si gioca di più per guadagnare di più, ma si spendono quei soldi per curare giocatori che si rompono perché giocano troppo.
Chi tira la carretta (e rischia di più)
In questo scenario, ci sono giocatori che non riposano mai, i cosiddetti “insostituibili” che rischiano il burnout.
Nel Napoli, Giovanni Di Lorenzo e Amir Rrahmani stanno tenendo in piedi la baracca difensiva con un minutaggio mostruoso, non avendo alternative di livello a causa degli infortuni altrui.
Nel Milan, Christian Pulisic è stato definito “diabolico” da Allegri per la sua continuità, ma storicamente l’americano ha una muscolatura fragile. Chiedergli di trascinare l’attacco senza sosta, in assenza di Leão e Gimenez, è una scommessa rischiosa. Anche Matteo Gabbia, prima di fermarsi, era tra i giocatori con più minuti nelle gambe in tutta la Serie A, un segnale chiaro che il corpo presenta il conto quando si supera il limite.
Lo spettacolo siamo noi (o forse no)
L’Associazione Italiana Calciatori (AIC), per voce del presidente Umberto Calcagno, ha parlato di un “punto di non ritorno”, minacciando scioperi che sembrano sempre più l’unica via d’uscita.
Hanno senso questi mini-tornei? Economicamente sì, sono vitali. Sportivamente, stanno diventando un paradosso: esportiamo il nostro calcio per mostrarne la bellezza, ma finiamo per mostrare squadre stanche, prive delle loro stelle migliori, costrette a ritmi disumani.
Giovedì sera guarderemo Napoli-Milan. Tiferemo, ci arrabbieremo per un fuorigioco o per una scelta dell’arbitro Zufferli. Ma forse, per la prima volta, dovremmo guardare quei 22 in campo non solo come atleti strapagati, ma come ingranaggi di un meccanismo che sta girando troppo veloce, rischiando di far saltare il motore proprio sul più bello.
Godiamoci lo spettacolo, finché dura. O finché non si rompe l’ultimo crociato.
Giulio Ceraldi
Forza Napoli. Sempre.
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